Dal Parco Laghetti al rifugio Coni Zugna

di Gabriele Villa


Antefatto

L’anno scorso pensavo di avere trovato una buona soluzione alla logistica del mio pendolarismo dolomitico trovando un buon punto d’appoggio in quello che si chiama Parco Laghetti, situato in località Frassenè, otto chilometri di strada sopra Agordo, andando verso forcella Aurine.
Un ristorante in cui mangiare bene a buon prezzo e la possibilità di pernottare in un bivacco ad una cifra quasi “simbolica”, in linea,
a dire il vero, con i servizi igienici decisamente spartani.
Il surplus era che questo locale, con annesso parco verde, laghetti per la pesca alla trota e falesia di arrampicata, era gestito da un amico ferrarese con la sua famiglia, ex allievo dei corsi roccia degli anno’80 che, dopo avere lavorato nell’edilizia, aveva abbandonato tutto puntando sulla gestione di quel Parco Laghetti e inventandosi un nuovo profilo professionale.
Era bello avere un punto d’appoggio nella zona dolomitica preferita, risparmiare almeno sui pernottamenti, dal momento che la tassa sulla benzina rimane inevitabile per chi abita in pianura ed ha la malattia della montagna in forma congenita e virale.
Però i sogni …muoiono all’alba, ma questo non è il titolo di un film e quel mio sogno era morto all’alba del nuovo anno perché il mio amico Gigi Zanellato aveva dichiarato che avrebbe lasciato la conduzione del Parco Laghetti non avendo trovando soluzione a divergenze insorte con la proprietà dell’immobile su lavori di adeguamento ritenuti necessari e indispensabili.
Un salto nel buio lasciare l’attività senza averne una in alternativa, perché un conto è cercare strutture da gestire, altro è trovarle, ma la decisione era presa ed in maniera irrevocabile.
Dicono che la fortuna aiuta gli audaci, ma per certe cose non è sufficiente l’audacia, serve avere una grossa professionalità dentro il proprio zaino, esperienza di lavoro ed una buona “squadra” che condivide le scelte e se questa è la propria famiglia, come nel caso di Gigi, meglio ancora.
L’antefatto si conclude con un comunicato sul sito internet del Comune di Rovereto, datato 23 dicembre 2013 che recita: “Il rifugio Zugna sarà gestito dalla famiglia Zanellato, titolare della ditta Parco Laghetti. A tale decisione si è arrivati al termine di un iter di assegnazione che era partito, lo scorso 6 novembre, con la pubblicazione di un bando d'asta. Oggi la giunta comunale di Rovereto ha preso atto della conclusione dell'iter e ha approvato la relativa delibera.

Monte Coni Zugna. Chi era costui?
Non avevo mai sentito nemmeno nominare il monte Coni Zugna fino all’anno scorso, quando durante un’uscita in Val d’Adige, ben oltre Rovereto, il mio compagno di arrampicata me ne aveva parlato, indicandomelo perché era proprio di fronte al luogo dove ci trovavamo, in Vallagarina.
Quando Gigi mi raccontò che aveva fatto domanda di partecipazione alla gara d’appalto per l’assegnazione della gestione del rifugio Zugna, seppi quindi darmi una risposta anche “visiva” a quella che avrebbe potuto essere la sua nuova destinazione e completai la mia conoscenza cercando ulteriori informazioni su internet, facilmente reperibili, e anche con abbondanza, in quanto luogo importante legato a cruente battaglie per la conquista della strategica posizione durante la Prima Guerra Mondiale. Poi è arrivata l’assegnazione della gestione e pure questo inverno perfin troppo generoso di neve e la mia promessa di andare a trovare l’amico è stata rinviata più volte, causa le nevicate insistenti concentrate proprio nei fine settimana con la possibilità di arrivare al rifugio, ma il rischio di non riuscire poi a ritornare a casa senza l’intervento dello spazzaneve.
Così per due volte mi è capitato di disdire la visita dopo avere telefonato al rifugio per annunciarla, perché assieme a me sarebbe arrivata anche la neve ed era cosa quasi certa che mi avrebbe tenuto bloccato in quota.

I classici due piccioni con una fava?
L’invito per una serata di presentazione di una nuova guida di arrampicata dedicata alla Val d’Adige e dintorni sembrava l’occasione giusta per rispettare il detto dei famosi due piccioni con una sola fava: sabato sera 1 marzo presentazione di “Monte Baldo Rock” e domenica escursione al rifugio Zugna, oltretutto in compagnia di Eugenio Cipriani, l’amico veronese che mi aveva invitato, coautore della guida assieme a Cristiano Pastorello, autore di racconti su intraigiarùn, finora conosciuto solo virtualmente attraverso la rete.
Che fortunate combinazioni… sarà mica che il meteo pazzo mi fa uno scherzo e viene a nevicare pure in questo primo fine settimana di marzo? Ma no dai… comunque, per pura scaramanzia, non telefono a Gigi per avvisarlo, anche perché il meteo è davvero in peggioramento e la neve è annunciata, e pure abbondante, nel pomeriggio di sabato e nella notte tra sabato e domenica.

Un altro fine settimana bianco... Ma và?
La domenica mattina il Baldo si presenta bianco, così come le altre cime più alte che gli stanno vicino, un forte raffreddore ha tolto di mezzo l’amico che però mi ha descritto la strada per filo e per segno, meglio di un navigatore, davanti ad un buon caffè e con l’accompagnamento di un augurale “vedrai che ce la farai ad arrivare su al rifugio Zugna”.
A Rovereto imbocco la strada per Albaredo, paesino sospeso sulla Vallarsa e i primi sei chilometri sono solo un poco tortuosi come tutte le strade di montagna poi, poco prima del paese si curva, quasi tornando indietro, su di una stradina stretta e più ripida che ti fa capire che sta iniziando un’avventura. La neve accumulata ai lati fa intuire che sia passato lo spazzaneve, però l’asfalto è pulito e si va bene; tengo d’occhio il contachilometri facendo una specie di conto alla rovescia, sapendo che da Rovereto al rifugio Zugna sono diciotto chilometri.
Al chilometro undici c’è una bella piazzola di sosta, ma la strada è ancora pulita e proseguo.

Adesso la neve ai lati della strada è più alta e noto che non ci sono piazzole per lo scambio con altre auto e c’è solo da sperare non scenda nessuno. Al chilometro tredici la speranza si infrange su una familiare che scende munita di catene, il ragazzo alla guida mi spiega che non tanto più avanti ha trovato la strada bianca, segno che lo spazzaneve si è fermato ed è tornato indietro. Non rimane che la retromarcia, ma neanche cinquanta metri ed ecco arrivare due fuori strada, poi … inizia un film.
Il ragazzo alla guida del primo fuoristrada usa il mezzo come fosse un Caterpillar e inizia un avanti e indietro al fine di ricavare uno slargo ai bordi della strada, tra il fumo nero dello scappamento.
Si pianta anche, ma l’altro lo tira prontamente fuori con l’argano e si vede che i due sono abituati a manovre di emergenza. Quando il fumo si dissolve, la piazzola è ricavata e i due fuori strada sono sistemati in modo che mi resta un minimo di “corridoio” per infilarmi con la Punto.
Procedo in retromarcia per mezzo chilometro fino al primo spazio utile per un’inversione sul filo dei centimetri e proseguo fino a che, come in un estemporaneo gioco dell’oca, ritorniamo alla piazzola di sosta del chilometro undici. E’ quasi l’una, non rimane che infilare gli scarponi, prendere lo zaino, le ciaspole e i bastoncini e provare di arrivare al rifugio Zugna a piedi.

Dai potenti mezzi a motore alle ciaspole ai piedi
Le previsioni avevano dato la giornata in progressivo miglioramento, ma a inizio pomeriggio le cose stanno ancora ferme a un cielo grigio e una nuvolaglia che incombe sulle montagne.
Non trovo molto gradevole camminare con gli scafi sull’asfalto, ma almeno si va abbastanza veloci e dopo mezzora si è riguadagnato il chilometro tredici; procediamo mentre la strada si fa progressivamente più imbiancata a causa della neve che cade dai rami degli alberi a fianco.
Lo spettacolo intorno si fa piacevole e si capisce la differenza tra salire in auto verso una meta, "attraversando" un bosco velocemente e la dimensione della lentezza del camminare che ti fa percepire e anche gustare i silenzi, i luoghi, i particolari.
Arriviamo, infine, dove lo spazzaneve ha interrotto il suo lavoro; due auto sono parcheggiate ai margini della strada, sul manto ci sono i segni di passaggio dei fuori strada che sono saliti prima, i due che abbiamo incrociato scendendo con l'auto e altri due che ci hanno superato mentre salivamo a piedi.
Abbiamo anche visto delle scritte sull'asfalto che indicavano, con ogni probabilità, i chilometri mancanti alla nostra meta; l'ultima vista, prima che la neve ricoprisse completamente l'asfalto diceva meno quattro chilometri e non sono pochi, considerando che camminare sulle tracce irregolari e indurite dalle ruote dei fuoristrada risulta assai faticoso.
Mi rassegno a mettere le ciaspole, ma rimanendo dentro le ruotate, mentre intorno l'aspetto del bosco e di quel che si vede della montagna diventa davvero suggestivo. I due fuoristrada che ci hanno superato li troviamo fermi, uno è piantato nella neve, l'altro cerca di dare aiuto con il cavetto d'acciaio dell'argano.

Proseguiamo e arriviamo in un tratto fuori dal bosco; da quello che mi è stato detto dovrebbe essere il luogo in cui c'è un parcheggio e dovrebbe trovarsi a due chilometri dal rifugio, ma lo sapremo solo se al rifugio ci arriveremo. 
Purtroppo la giornata rimane grigia e nuvolosa, anche se il cielo, a tratti più luminoso, fa capire che il sole lotta tra le nuvole per farsi largo; i panorami li possiamo soltanto immaginare, ma il manto nevoso è stupefacente.

 

C'è un tratto in cui la strada si affaccia sulla Vallarsa il cui aspetto contrasta decisamente con il nome che porta; non è affatto "arsa", ma interamente ricoperta di neve, affascinante pur nella visuale limitata dalle foschie.
La ciaspolata sta prendendo una connotazione inaspettata e la fatica del procedere è ampiamente compensata dalle suggestioni che offrono questi luoghi sommersi da un'incredibile quantità di neve.

La rivincita dei mezzi naturali di progressione
Lasciati i due fuoristrada alle prese con i loro problemi, ecco un incontro "umano", uno scialpinista che scende cercando di galleggiare sulle tracce delle ruote che sicuramente preferirebbe non ci fossero.

Ci salutiamo e poco più avanti ecco uno dei due fuoristrada del nostro primo incontro mattutino, ma poco oltre la curva troveremo anche l'altro attorno al quale gli occupanti si stanno attrezzando con cinghie da fissare agli alberi più grossi e il verricello per provare ad avanzare nonostante lo strato di neve sempre più alto sulla strada.
Davvero incredibile la loro ostinazione, che sia perchè hanno prenotato il pranzo?
"Arriveremo su per ora cena." - prova a scherzare l'autista del fuoristrada-caterpillar.
Mi verrebbe da dire un "non credo proprio", ma lo lascio alla sua convinzione, o forse vuol essere una battuta?
Propendo per la seconda ipotesi e riprendo a camminare e penso tra me e me: "Finalmente!".

Sì, finalmente una sola traccia in mezzo alla strada ed è di ciaspole, non è indurita e pure sta uscendo il sole.
Sono quasi le tre del pomeriggio ed ecco l'annunciato miglioramento del tempo che fa capolino.
Oltre l'ennesima curva della strada si profila un lungo rettilineo bianco che dà maggiormente l'idea della distanza che rimane ancora da percorrere, poi da un'apertura tra i rami degli abeti compare la cima del monte Zugna che riconosco per averla vista in una foto che mi ha inviato lo stesso Gigi qualche settimana fa.

Il rifugio non deve essere troppo distante e la cosa mi incoraggia, anche perchè fa capolino una certa fame.
Sono passate più di due ore da quando abbiamo lasciato l'auto e ... finalmente eccolo.

Ritroviamo gli amici e facciamo un simpatico incontro
Con Gigi e Valeria e i loro figli Yari e Andrea ci siamo visti e lasciati l'ultima volta al Parco Laghetti di Frassenè Agordino e ci rivediamo al rifugio Coni Zugna, a 1.616 metri di quota, nel basso Trentino, contenti anche perchè questo incontro è scaturito principalmente da uno spirito di amicizia che ha una radice che affonda fin negli anni ottanta, pur se si è consolidata nel recente 2013.
I saluti sono calorosi, poi togliamo le ciaspole ed entriamo fino ad arrivare nell'ampia sala da pranzo.
Ci sono un ragazzo e una ragazza a tavola, devono essere loro quelli che hanno battuto la traccia, ci pensa Gigi a presentarci e a favorire una rapida presa di confidenza con Xavi e Linda; lui è spagnolo e si chiama come il famoso giocatore di calcio del Barcellona e, dice, conosce qualche ferrarese, un certo Maurizio, ad esempio.
Ma chi non conosce Maurizio di Malga Sorgazza, oramai? Così gli racconto della difficile situazione che stanno vivendo nella Malga isolata da quasi due mesi causa la valanga del Boalòn e finiamo a parlare di cascate ed è sempre piacevole scoprire quanto in fretta si fraternizza tra persone che condividono una passione.
Intanto arriva il piatto con il formaggio fuso e le patate, il tagliere con affettati e formaggio, un po' di insalata, un litro di vino rosso, insomma... quelle poche piccole cose che risollevano l'animo ai ciaspolatori affaticati.  

Una visita per prendere conoscenza del rifugio è d'obbligo
Finito di mangiare, Valeria ci accompagna in una visita "guidata" alle strutture del rifugio, due cameroni, varie stanzette a due letti, un paio vuote perchè i Vigili del Fuoco hanno rimosso i letti a seguito di due caldaie che dovranno essere spostate fuori dalle stanze, i servizi igienici a disposizione.
Tutto è nuovo, moderno e funzionale e, con le modifiche previste entro il prossimo anno, la struttura sarà migliorata ulteriormente e ne sarà ampliata la ricettività.
Poi arriva Gigi e ci fa vedere il resto, cioè la parte "tecnica" di sua competenza, la sala della caldaia, il quadro di gestione dei pannelli solari, il deposito viveri, tutto ciò che serve a far funzionare il rifugio.
Si sente la soddisfazione per la scelta fatta, la calma aspettativa della prossima stagione estiva, le idee per qualche modifica o miglioria, le prime buone relazioni con l'amministrazione comunale, la Guardia Forestale e i locals che hanno accolto di buon grado e con cordialità la nuova gestione.

Il rientro accompagnati da un bellissimo tramonto 
Il tempo è tiranno e ci è rimasto poco più di un'ora di luce, bisogna pensare al ritorno all'auto.

Una foto alla cima del monte Zugna (che raggiungeremo certamente alla prossima occasione), uno sguardo alla cupola dell'osservatorio astronomico, poi salutiamo gli amici, calziamo nuovamente le ciaspole e ci incamminiamo sulla traccia che ci riporterà verso valle.
La neve è morbida sotto le ciaspole, si annuncia un tramonto molto bello di una giornata che era iniziata grigia e incerta ed è diventata bella, proficua e divertente, il cuore si fa leggero e il passo svelto.

Abbiamo la fortuna di trovarci verso il tramonto nella zona in cui il bosco è meno fitto, camminiamo tra due muri di neve e, quando il sole la accarezza, sembra volerla dipingere di rosa.
Ora sì che possiamo godere il panorama che le nuvole basse della tarda mattinata ci avevano occultato.

"Da qui si vedono dei tramonti bellissimi" - ci aveva detto Valeria guardando verso ovest da una finestra della sala da pranzo e, adesso, guardando verso il gruppo del monte Baldo, mentre il sole tramonta, credo di capire esattamente cosa intendesse dire. 


Gabriele Villa
Dal Parco Laghetti al rifugio Coni Zugna
Rifugio Zugna, domenica 2 marzo 2014



Un breve, ma significativo cenno storico del monte Coni Zugna nella Prima Guerra Mondiale

Lo “Zugna” è raggiungibile da Rovereto prendendo la direzione Vallarsa – Vicenza sulla strada che sale verso la celebre “Campana dei Caduti”. Dopo sei chilometri si incontra il paese di Albaredo: qui, a un bivio ben segnalato, si gira a destra e in circa dodici chilometri giunge al “Rifugio Coni Zugna” dove si può parcheggiare la macchina.
In questo tratto in macchina si attraversano boschi di latifoglie intervallati da radure; ma soprattutto già tante sono le testimonianze della Grande Guerra: per chi volesse vederle nel dettaglio è possibile salire a piedi da Albaredo o ancora meglio da “Malga Tof” (Malga Tovo, 1050 metri) e immettersi sul “Sentiero della Pace”.
In questo modo si attraverseranno le posizioni restaurate dello “Zugna Torta (1238 metri), avamposto austriaco dopo la “Strafexpedition”; lunghi tratti di posizioni italiane con il “Trincerone”, linea fortificata e mai superata dagli austriaci; il suggestivo cimitero di guerra di San Giorgio (1551 metri), vari manufatti, caverne, un monumento ai caduti austriaci a lato della strada asfaltata, poco prima di arrivare al rifugio.

“TERMOPILI D’ITALIA”
Le truppe italiane s’impadronirono dello “Zugna” il 29 maggio del 1915, scendendone poi gradualmente tutta la dorsale e portandosi infine alle porte di Rovereto. La “Strafexpedition” austriaca ricacciò in dietro le truppe italiane fin sopra lo “Zugna Torta” (17 maggio 1916): ma qui i soldati austriaci trovarono nel “Trincerone” (in prossimità della quota 1419 sui tornanti della strada Albaredo-Malga Zugna) un baluardo invalicabile.
Nei disegni del generale Conrad, la Vallarsa era una delle porte migliori per sfondare in Italia: per percorrerla era però necessario neutralizzare le artiglierie italiane presenti sullo “Zugna” e quindi, vista l’inespugnabilità del “Trincerone”, i comandi austriaci decisero di attaccare Passo Buole: in questo modo le truppe italiane di prima linea sarebbero state aggirate; e tagliati sarebbero stati i loro rifornimenti con caduta dello “Zugna” e messa in fuori gioco delle sue artiglierie. Il 22 maggio 1916 iniziarono i bombardamenti nella zona di Passo Buole: questi continuarono per una settimana, con sortite di truppe austriache che, risalendo i ripidi costoni della Vallarsa, tentarono, senza successo, di infiltrarsi nelle linee italiane. Il 29 maggio il tiro dell’artiglieria austriaca diventò tambureggiante: alle 7.30 del mattino seguente le fanterie austriache lanciarono l’attacco sull’arco Cima Selvata – Cima Mezzana, concentrandosi in particolar modo nella zona di Passo Buole: i soldati delle “Brigate Taro e Sicilia” (in gran maggioranza parmensi) opposero fiera resistenza pur essendo in netta inferiorità numerica (per questo la battaglia prese il nome di “Termopili d’Italia”) e a sera l’attacco fu definitivamente sventato.
Rimangono celebri le parole del colonnello Nicola Gualtieri, comandante del settore “Passo Buole”:alle 16.30 di quella giornata campale telegrafò al generale Armano Ricci Armani, comandante della 37° Divisione, e orgogliosamente comunicò: “....non abbiamo ceduto di un passo...”.