Toccata e fuga in Roen minore

di Angelo Bolognesi


E' con grande trepidazione che mi accingo a scrivere i ricordi degli ultimi accadimenti.
So che i fatti ai quali ho assistito corrono il rischio di essere bollati come parto della mia fantasia.
Me ne rendo conto ma mi auguro di essere creduto.
Da una parte sono obbligato a confessare la mia ritrosia riguardo alla divulgazione; dall'altra parte la memoria che al momento non dà segni di cedimento, un giorno mi potrebbe però abbandonare. Ritengo quindi sia opportuno raccontare ciò che resterà tra i miei più vividi ricordi finché non esalerò l'ultimo respiro.

Erano le sei del mattino e, mentre nelle città gli scaricatori dei mercati generali si stavano facendo (dicono a Napoli) "nu mazzo accussì " e schiere sempre più ridotte di metalmeccanici si avviavano pensierosi ai loro posti di lavoro, un gruppetto di persone affiliate a una associazione meno misteriosa ma più pericolosa della P2, si ritrovavano al Solito Posto.
Come il martedì il Solito Posto è la sede dell'associazione, dove gli affiliati amano riunirsi in abiti da Cervino, anche se questa si trova nel centro della città più di pianura dell'intera via Lattea, così certe domeniche mattina la tradizione è quella di radunarsi sul piazzale di fronte alla Stazione Ferroviaria in attesa di un pullman che inglobi i soci e se li porti via.
Stavolta, incapsulati nel torpedone di turno siamo stati tradotti al Passo della Mendola all'insano scopo, deragliante e delirante, di raggiungere la cima del Monte Roen.
I direttori di gita garantivano, in questo senso, una sicurezza. Non tanto per quello che riguarda il nostro esimio vicepresidente, che rappresenta un problema di non facile soluzione, quanto per la presenza di ben due degli "Evil-Hotel's Bad Boys", i celebri inventori delle ciaspe al sapore di ragù e della giacca a vento di maiale.
Due divoratori ufficiali Cai che, noti con gli pseudonimi di "Alien" e "L'esofago di Dio", erano occasionalmente in libertà vigilata dopo una condanna per il furto di un osso da brodo.
Giunti alla metà del viaggio di andata, senza traumi apparenti, l'autorevole seconda carica della Sezione, impugnando il microfono a rovescio e aiutandosi con la mimica, ha tentato di spiegarci che, presto, ci saremmo fermati all'autogrill, come da copione. Si prende atto di queste comunicazioni, fatte in una specie di lingua estinta, con un sorriso non dico affettuoso (sarebbe troppo), ma sereno.
Ciò ha qualche cosa di vintage, come i tavolini di fòrmica e i telefilm di Mork e Ork.
Siamo talmente abituati alle sue comunicazioni che quando tace fa lo stesso effetto di un orologio a cucù quando il tempo passa e il cucù non esce. Vuol dire che è rotto.
Risolto il problema autogrill con la solita adoperata discrezione, siamo ripartiti, giungendo dopo breve, al casello autostradale dove, prima di uscire, venivamo bloccati dalla Polizia Stradale.
Immediatamente, tra i gitanti, si scatenava una canea abbaiante.
Nella concitazione del momento si potevano udire mozziconi di frasi del tipo: "allacciate le cinture!", o " butta via la roba!" e anche "rimettiti i pantaloni!". Tutto ciò veniva effettuato nel medesimo istante in cui partiva la puntuale sollecitazione. Grazie alla genetica abilità da magliari, abbiamo superato il controllo e siamo ripartiti, mentre l'attento ma solo parzialmente vigile N°2 (sempre lui) tentava di comunicarci gli esiti del controllo.
Ora, non è sempre facile capire cosa egli voglia dire esattamente ma, tentando una traduzione dall'italiano all'italiano pare che i due agenti della Stradale avessero comunicato all'autista che il suo rientro sarebbe dovuto avvenire, inderogabilmente, entro quindici ore dalla partenza.
Nel caso il rientro fosse avvenuto oltre l'orario stabilito, la pena sarebbe stata da scegliersi tra la partecipazione ad una gita con l'alpinismo giovanile o, più umanamente, l'ergastolo. La valutazione della prima ipotesi da parte del malcapitato autista gli ha suggerito di ripartire facendo impennare il corrierone.
In estrema sintesi, entro le ore 20:00 era tassativo essere di ritorno a Ferrara.
Il termine del faticoso e irripetibile tentativo di comunicazione, sottolineato da un breve, solito e scontato
applauso, inframmezzato da inviti a togliersi dalle balle, precedeva un silenzio dignitoso e sinistro che calava inesorabile e inquietante sui gitanti.
Si cominciava a far di conto, ognuno in cuor suo e a seconda delle proprie competenze.
Sono apparsi pallottolieri e tavole dei logaritmi. I risultati, però, concordavano tutti.
Per la ciaspolata avremmo avuto a disposizione al massimo quattro ore e mezza.
Una vera e propria toccata e fuga.

In compenso, a mitigare lo sconcerto, arrivati tra cordigliere di neve al Passo della Mendola quando scoccavano le 10:30, siamo stati accolti da una giornata di speciale magnificenza degli elementi, di quelle che farebbero dire a Benedetto Spinoza "Deus sive natura".
In pratica, nubi basse e pioggia fitta. Ok, va bene tutto e, nella vita, si sa, tocca arrangiarsi.
Quindi, dopo il penoso e interminabile travaglio della vestizione, finalmente imbozzolati nei nostri abbigliamenti ad altissima tecnologia, ci siamo incamminati mestamente lungo il percorso mettendo in risalto la comicità involontaria degli esseri umani.
Dopo due fradice ore di marcia siamo arrivati al rifugio Mezzavia, di probabile proprietà Armellini.
Qui, sotto la pioggia battente, in una scena molto drammatica, si è riunito il primo Brain-Trust del nostro establishment, formato dai tre capi-gita di età ormai castrista.
L'inguardabile, lungo e sofferto summit ha partorito quanto segue:
1) Dovendo rientrare al pullman entro le 16:00 per i noti motivi, si rinunciava alla cima, malgrado il panorama promesso venisse richiesto a viva voce da signore e signori di buona famiglia che, incuranti del meteo, non mollavano facilmente le loro pretese di svenimenti e convulsioni, irrinunciabili effetti collaterali delle visioni mozzafiato comprese nel prezzo.
2) Si sarebbe continuato, però, fino al rifugio intermedio, malga Roen, di presumibile proprietà Armellini, il raggiungimento del quale, necessitava ancora di un'ora e mezza di cammino.
La lungimirante triade consigliava di abbandonare creme solari e acceleratori di abbronzatura, ritenendoli non strettamente necessari e di sostituirli con un salvagente omologato CEE.
Ammesse anche le camere d'aria da camion purché di altissima tecnologia.
Tra gli astanti cominciava a prendere corpo l'idea che la possibilità che il Monte Roen si potesse presentare a noi in una forma minore e vagamente spettrale, fosse, in un qualche modo, fondata.
Appariva, inoltre, sempre più concreta, l'ipotesi di una tirata a passo di twist fino alla malga; ingollamento sul posto di qualche alimento in tempi da centometristi e ritorno alla base ad una velocità come neanche Franz Klammer a Kitzbuhel. Qualcuno, tra i pochi ancora vispi, assumeva un'aria pensierosa.
Un recente studio mette gli italiani al 16° posto nell'intelligenza mondiale.
Pare che saremmo stati quinti, se non ci fossero stati i tre capi-gita, in media.
E qui, come un fontanazzo in golena, sgorga, incontenibile, una riflessione.
Si intuisce nella decisione della Triade un travaglio umano che, se spiegato, potrebbe darci qualche prezioso elemento per capire quella sorta di incantesimo collettivo chiamato Cai.
Devoti tra i devoti, innamorati del proprio ruolo con un trasporto tanto assoluto e indifeso da disarmare anche il più accanito dei loro detrattori, questi uomini passionali e vulnerabili si sono dati al Cai anima e corpo. Che gli è accaduto? Da chi e da cosa fuggono? E, soprattutto, i loro farmaci li passa la mutua? Consapevoli che ciò sarebbe rimasto uno dei misteri gaudiosi, la colonna infame si è rimessa in moto.
Dopo aver accatastato i feriti sotto la tettoia del rifugio Mezzavia, il nostro plurimenzionato vice, agitando i bastoncini come Buffalo Bill agitava il cappello poco prima del decesso, ha indicato la via da seguire alla mesta processione di flagellanti.
La pioggia aumentava, però raffiche di vento gelido venivano a confortarci. La realtà è un osso duro e, notoriamente, si incarognisce soprattutto con chi si illude di ignorarla.
Intorno a noi nebbia e vaghe sagome sfuocate di abeti come miraggi in un delirante deserto bianco.
In virtù di questa dolorosa e inaccettabile realtà e sopraffatti da quella forma di avvilimento che è la noia, tentando di reggere il ritmo indiavolato che il nostro Dux senza filtro stava imponendo, l'armata si è sbrindellata in piccoli drappelli come il gruppone sui tornanti del Puy de Dome.
L'incedere dei malcapitati ricordava la mesta ostinazione del pugile suonato che non trova la forza di scendere dal ring e ripete in modo sempre più flebile e stanco le vecchie mosse un tempo di successo. Le immagini ai nostri occhi erano quelle di una decadenza logora e tragica.
Intorno a noi, macchie di conifere via via più rade, si alternavano a radure di ampiezza tolstoiana, dove il vento a raffiche raggiungeva velocità da Indianapolis.
In prossimità di una piccola isba, di plausibile proprietà Armellini, la situazione dei gitanti, che annoto con zelo scientifico e nessun ricamo letterario, era la seguente: i più avevano il fiato che tentava di emergere come un cane che annega; qualcuno, in fin di vita, latrando e arrancando, confessava di essere diabetico e di essere stato iscritto al PSDI; altri erano riusciti a darsi la morte prima, sospendendo i farmaci contro l'ipertensione; qualche altro giaceva sdraiato nella neve con una flebo di Eptadone in due.
In queste condizioni siamo arrivati alla malga Roen.
Lì, tramortiti dallo stupore come Renzo Tramaglino al suo arrivo a Milano, abbiamo constatato che un vento di Borantana (generato dall'insano connubio tra Bora e Tramontana e che soffia solo sulle gite Cai) a 700 chilometri orari accatastava nel fondo valle cappellini, toupè e dentiere.
Com'è ovvio, la sosta è stata effettuata esattamente lì, malgrado cento metri più indietro, tra gli alberi, non ci fosse il benché minimo alito di vento. Si penserà: chissà come vi sarete arrabbiati! Sbagliato.

Non ne abbiamo avuto il tempo. Lo sbalordimento era soverchiante e non lasciava spazio ad altri sentimenti.
Unico dato positivo il casuale ritrovamento, nei pressi della malga, di un gitante ormai inselvatichito, smarrito sul Catinaccio nel '99 e qui ritratto assieme al suo soccorritore.
A voi stabilire chi sia il soccorritore e chi il soccorso.
Tutti quelli in via di ibernazione si ancoravano attorno alla Piattaforma Stenio, incrollabile punto di riferimento cui va il nostro ringraziamento, che distribuiva l'ormai leggendario tè; una sorta di Ambrosia ma molto più raffinata, addizionata di Paraflù.
La misteriosissima ricetta non è stata ancora svelata malgrado le numerose e irriferibili offerte da parte di dame e damigelle. Finora, tali offerte, sono state soppesate e vagliate scrupolosamente dalla Piattaforma stessa e altrettanto scrupolosamente scartate perchè ritenute non all'altezza della miracolosa bevanda.
Si dice ormai prossima l'apertura di un chiosco "Stenio's" (di verosimile proprietà Armellini) a Lourdes.
Ora, non è necessario essere snob, basta saper mangiare con le posate per inorridire di fronte allo spaccato umano che si presentava ai nostri occhi ormai indistinguibili da quelli di un calamaro Findus.
Truppe allo sbando dall'aspetto arrembante ma, come nei film di Alberto Sordi, inevitabilmente soccombenti.
L'animo umano, si sa, è complicato e la storia ne dispone spesso con molta brutalità.
A causa di questa dolorosa e difficile realtà, si presentava ai nostri occhi un vicepresidente catalettico, con lo sguardo fisso e l'espressione assente; l'occhio vivace e attento da foca sotto anestesia.
Un uomo bruciato dagli eventi e, soprattutto, da se stesso.
Veniva voglia di scuoterlo delicatamente per le spalle, come si fa con i sonnambuli e le persone in deliquio, perchè si svegliasse, anche se l'idea di poter disporre di un camion di cachi maturi faceva sorridere i pochi ancora dotati di un parziale controllo sui muscoli facciali.
A bocce ferme, ci si chiede ora come mai i Dinosauri si siano estinti e lui l'abbia scampata.
A volte la selezione naturale ci appare bizzarra ma lasciamo agli scienziati la difficile risposta.
Talora si renderebbe evidente la necessità di un giudizio civile e razionale sulla giustezza di un castigo e sulla sua legittima durata. Umanamente, però, preferiamo slittare sul perdono, categoria emotiva che calza evangelicamente alla perfezione al nostro caso, quello cioè di un uomo capace di volere ma non di intendere.
Comunque, ogni cazzata subito si confonde e scompare nel dedalo della precedenti.
Quindi, ingoiato qualcosa comodamente in piedi, all'interno di una tromba d'aria, dopo dieci minuti dall'arrivo alla malga stavamo già tornando e, puntuali come l'IMU, alle 15:45 eravamo al pullman, giusto in tempo per impedire all'autista di finire all'ergastolo.
A nome dell'associazione "Viva Le Gite Idrorepellenti" di cui sono Presidente, Vice-presidente, Segretario e unico iscritto, dico che affermare che la gita sia stata un successo sarebbe come dire che il successo di un'opera lirica è legato all'afonia del tenore, che uno slalomista ha fortunatamente dimenticato a casa gli sci o che una porno-star ha tutte le cerniere inceppate.
Premesso questo, non sottovalutiamo però il fatto che, in ultima analisi, può aver successo qualsiasi cosa, come dimostrano miliardi di mosche.
D'altra parte però, non si può vivere sempre nell'angoscia più nera e, certamente, un quid di rimozione (almeno in Italia) sembra essere indispensabile per la sopravvivenza.
Quindi, che dire?
Proprio una bella gita, vamolà!

Bibò
Monte Roen, 16 febbraio 2014