L'importanza del "Piano D"

Antefatti e cronaca telegrafica di una ciaspolata in Val Pramper

di Gabriele Villa


La ciaspolata sociale sulle creste di Cima Zonia, al Passo Giau, resterà dunque un desiderio irrealizzato?
Nel 2013 andammo in una domenica bellissima, sole e neve stupenda, ma era troppa e il pericolo valanghe marcato, al Grado 3, troppo per poter gestire una sociale in sicurezza con tante persone in fila a caricare pendii di neve.
Rimanemmo nella conca a distanza prudenziale dai pendii, compiendo un giro bello, ma pur tuttavia un ripiego.

A inizio gennaio 2015 eravamo ancora lì, a Fedare, a prepararci, con un sole altrettanto bello, le condizioni di sicurezza della neve nella norma, ma la minaccia di un "fronte freddo" annunciato per metà pomeriggio.
Il programma diceva che ce l'avremmo potuta fare a percorrere il nostro giro e dal Passo Giau ritornare a Fedare percorrendo le creste, ma il fronte freddo arrivò con alcune ore di anticipo e ci colse in pieno ad inizio ciaspolata.
Interrompendo per tempo la nostra gita, riuscimmo a riparare al Rifugio di Passo Giau e i pullman tornarono a prenderci: in quelle ore il vento tempestoso soffiò con alcune punte a 120 chilometri all'ora e i due pullman scuotevano, sferzati dalle raffiche, mentre gli autisti montavano le catene.
Non fu una rinuncia, ma una fuga.
Alle tre del pomeriggio era tutto passato e il sole era ricomparso a sbeffeggiarci mentre tornavamo verso casa. Rimetterla in calendario era stato spontaneo, quasi istintivo, questa volta però con la cautela di effettuarla ai primi di marzo, per avere più probabilità di riuscita. Avevamo però fatto i conti senza l'inverno più pazzo degli ultimi anni.
Due mesi ad aspettare le neve e poi eccola arrivare, in un alternarsi di buono e cattivo tempo, giornate di vento forte, rialzi termici improvvisi, temperature fuori norma ... insomma nulla di certo e sicuro fino all'ultimo.
Pur conoscendo i luoghi a menadito, una ricognizione si rendeva necessaria e il 21 febbraio era sembrata la giornata buona, anche se il pericolo valanghe era dato forte, al Grado 4. Il vento forte dei giorni precedenti aveva alleggerito le creste dalla neve, arrotondandone i contorni, depositandola sui versanti meridionali, per cui eravamo riusciti a percorrere le creste seppure evitando il tratto centrale e la discesa per il pendio di Col dei Giatei.
C'era stata una contenuta soddisfazione perchè le condizioni della neve erano accettabili: un'altra nevicata e un successivo consolidamento del manto avrebbe potuto creare condizioni ottimali per la ciaspolata sociale prevista per il 6 marzo. 
Ci avrebbe pensato il fine settimana successivo a smorzare il flebile entusiasmo, con la previsione di un "evento nevoso rilevante" e il pericolo che sarebbe schizzato nuovamente al Grado 4 lunedì 29 febbraio.
Ah già ... 29 febbraio, è l'anno bisestile.
C'è anche il detto antico ... "anno bisesto, anno funesto".
Che fosse un caso?
Avevamo attivato anche una seconda comitiva per meno esperti in considerazione dell'andamento stagionale e della voglia di ciaspolare che era rimasta a molti, anche principianti.
Niente da fare, dovevamo attivare il "Piano B", comitiva unica nella conca e niente percorso per creste.
Era stata una tacita resa alle avversità, ma non era finita, perchè dopo qualche giorno di tempo discreto, ecco una nuova previsione avversa per sabato 5 marzo, cioè nell'immediata vigilia della nostra ciaspolata.
Il bollettino meteo del 3 marzo non lasciava molto spazio alle aspettative: "Sabato 5 marzo, precipitazioni da consistenti a localmente forti con nevicate anche abbondanti in montagna oltre i 1.000 metri".
C'erano tutte le condizioni per annullare la ciaspolata, se non la nota lusinghiera di un "tempo in parte soleggiato con ampi rasserenamenti" previsto per la mattina della giornata di domenica.
La memoria era subito andata ad un'analoga situazione vissuta qualche anno prima, alla vigilia di una ciaspolata da effettuare in zona Passo Staulanza che avevamo svolto con grande soddisfazione e 70 centimetri di neve fresca.
Ecco allora materializzarsi la soluzione, scattava nella mente il "Piano C", evitare le strade dei Passi che sarebbero diventate pericolose e fermarsi a Zoldo Alto, prima di scavalcare il Passo Staulanza.
Rimaneva ora da attendere "l'evento nevoso" per valutarne le conseguenze effettive.
Già nel pomeriggio inoltrato di sabato, ecco arrivare il primo allarme da una telefonata dell'amico Ivan Troi, cuoco e gestore, assieme alla madre Anna, del Rifugio Fedare, quello che avrebbe dovuto essere il nostro punto d'appoggio per la ciaspolata delle creste: "Dieci minuti fa hanno chiuso la strada di Passo Giau per pericolo valanghe".
Se era una notizia che davo per scontata, al tempo stesso mi metteva un ulteriore dubbio per la salita del nostro pullman verso Pala Favera che con i suoi 1.500 metri e poco più di quota poteva presentare difficoltà nella percorribilità della strada di accesso; dubbio che si era rinforzato alle 21:45 con un sms dell'amico Pompeo De Pellegrin che da Forno di Zoldo mi avvisava: "C'è molta neve!!! Occhio!!!".
Fatta l'equazione "Forno di Zoldo : molta neve = Pala Favera : X", chiamai al telefono Pompeo il quale mi riferì che a Forno di Zoldo ce n'erano già trenta centimetri a terra e nevicava ancora di brutto.
Se con una bacchetta magica avessi potuto far scomparire la gita del giorno dopo lo avrei fatto, ma oramai era tardi e per il giorno seguente la storia sarebbe stata tutta da inventare.
Anche Pompeo confermò le perplessità sul poter arrivare con il pullman a Pala Favera l'indomani mattina e così mi venne in mente un'escursione di agosto in Val Pramper, poteva essere l'ultima possibilità di avere la certezza di poter ciaspolare, tenuto conto che il pericolo valanghe era forte, fisso al Grado 4 su tutta la zona dolomitica. 
Andavo a letto non potendomi dichiarare tranquillo, ma almeno mi ero preparato un soddisfacente "Piano D". 

Dopo alcune telefonate del sabato pomeriggio che chiedevano conferma della gita, eccoli arrivare tutti puntuali al ritrovo di Piazzale Dante: l'appello è una formalità perchè dopo una rapida conta i numeri tornano: siamo trentasette partecipanti, più tre accompagnatori. Un avviso prima della partenza appare doveroso: "La nevicata di ieri è stata abbondante e forse nemmeno prevista nella sua eccezionalità dalle previsioni. La strada per il Passo Giau è chiusa, siamo solo certi di poter arrivare a Forno di Zoldo, poi sarà tutto da improvvisare al momento".
La notizia viene ascoltata senza battere ciglio, le facce rimangono allegre e c'è voglia di andare in montagna.
In autostrada, oramai quasi a Belluno, un cartello luminoso avvisa che in direzione Cortina d'Ampezzo c'è obbligo di catene montate da Tai di Cadore, per la Val di Zoldo non ci sono cenni ed è già un prima buona notizia.
Arriviamo a Forno di Zoldo e c'è la gente che spala per le strade, davanti alle abitazioni e ai negozi.

Fermiamo il pullman in paese, la giornata è buona e per trovare la neve basterà percorrere trecento metri di strada asfaltata, raggiungere la frazione di Baron e imboccare il sentiero per la Val Pramper.

Dall'asfalto rimontiamo un saltino di neve di almeno mezzo metro e, percorsi nemmeno duecento metri, siamo già dentro una cartolina pur essendo a bassa quota e ai margini dell'abitato.

La temperatura è di alcuni gradi sopra lo zero e la neve di conseguenza è un po' pesante, meglio organizzarsi per darsi il cambio in testa a battere la traccia; appena lasciato l'abitato alle spalle ci si trova nel bosco e la neve fresca caduta da ieri pomeriggio fino a notte crea un paesaggio finalmente invernale.

Il sentiero è largo e risale la bassa Val Pramper stando qualche decina di metri sopra il torrente.
Il bosco non offre mai grandi panorami, ma d'inverno e con la neve presenta spesso scorci "architettonici" naturali.

Passando sotto ad un pendio ripido e con pochi alberi, la prudenza vuole che ci distanziamo gli uni dagli altri e tutti eseguono diligentemente le disposizioni per poi ricompattare la fila e proseguire.
Il superamento di un ponticello in corrispondenza di una briglia del torrente offre un altro scorcio affascinante.
Allo slargo che c'è subito dopo facciamo una pausa, misuriamo lo spessore della neve con una sonda e scopriamo di camminare in quel punto su uno strato di 130 centimetri di neve; sul cappello di neve di un masso facciamo un esame della stratigrafia del manto nevoso dalla quale si vede bene che lo spessore di neve fresca caduta il giorno prima è di almeno sessanta centimetri, su uno strato sottostante di neve trasformata tra i venti e i trenta centimetri. Tenendo conto che siamo a circa 900 metri e che le previsioni avevano dato limite delle nevicate sugli 800 metri si può intuire che è caduta davvero parecchia neve più del previsto, soprattutto alle quote basse.

Dopo avere dato qualche indicazione sul modo migliore di battere traccia, riprendiamo a salire in un'atmosfera allegra e anche rilassata, soprattutto nelle "retrovie" dove si trova la traccia ben battuta e si fatica di meno.
Arriviamo infine ad uno spiazzo vicino ad una baita e ci prendiamo il tempo per una pausa pranzo.

La copertura nevosa della baita, scivolando sulla lamiera del tetto per effetto della temperatura sopra lo zero, ha formato una cornice che offre un esempio perfetto di cosa significa "coesione del manto nevoso".

Prima di ripartire, su insistenza di Enrico Baglioni (che non a caso è il referente della Commissione Fotografica e ci tiene alla documentazione delle attività sociali) scattiamo alcune foto del gruppo. La mia non sarà quella ufficiale  perchè scattata quando oramai la pazienza di alcuni era terminata e già si erano messi in movimento.
Troviamo una traccia di scialpinisti arrivati alla conca per un altro sentiero che qui si congiunge al nostro; devono essere in parecchi perchè è bella larga e ben battuta, così la velocità di progressione aumenta notevolmente.

Arriviamo ad intravvedere qualcosa degli Spiz di Mezzodì e della parete del Pramper, mentre il cielo si sta annuvolando come da previsioni che hanno annunciato ripresa delle nevicate a metà del pomeriggio.
Proseguiamo ancora un poco superando il bacino artificiale dell'ENEL, mentre qualcuno nel gruppo comincia a sentire la fatica e rallenta. Poco dopo i primi fiocchi di neve che iniziano a cadere ci invitano ad invertire la direzione di marcia: abbiamo superato 300 metri di dislivello senza arrivare a nessuna meta precisa, ma siamo ugualmente soddisfatti.

Quando ritorniamo allo spiazzo della pausa pranzo il cielo si è incupito, dopo una breve pausa, durante la quale transitano gli scialpinisti che ci avevano preceduto battendo la pista, riprendiamo la discesa sulla nostra traccia.
Nevica leggermente aggiungendo un tocco invernale in più alla nostra ciaspolata.

Erano le dieci quando siamo partiti, sono quasi le quindici quando ritorniamo al pullman; abbiamo camminato tre ore in salita e due in discesa. Ci possiamo concedere una breve pausa prima di iniziare senza fretta il viaggio di ritorno verso Ferrara, cedendo alle lusinghe tentacolari di Forno di Zoldo.
Passiamo per Longarone con zero coda, ma c'era da aspettarselo: con Grado 4 di pericolo valanghe e tutti i Passi dolomitici chiusi al transito non poteva essere che così.
Del resto, nella nostra esperienza di gite non eravamo mai arrivati ad attivare il "Piano D" che, peraltro, ha funzionato egregiamente con soddisfazione di tutti, compresi persino i nostri due autisti.

Gabriele Villa
L'importanza del "Piano D"
Val Pramper, domenica 6 marzo 2016