Biancaneve e Capitan Uncino
di Maurizio Caleffi
Il “giorno dopo” per me è quasi sempre il martedì.
Il martedì si asciugano corde, materiali e indumenti: il giorno prima si
arrampica!
Chi mi conosce sa anche che per me arrampicare è diventata oramai una
questione esclusivamente legata al ghiaccio.
Davanti alla mia stufa a legna si riposano tutti gli attrezzi che mi
hanno permesso di vivere ancora una giornata sulle mie cascate.
Mentre l’umidità evapora, i pensieri inevitabilmente riemergono e mi
riportano alle mille e più sensazioni che ho provato poche ore prima …
Ore 4:30; sveglia.
Anche Olmo e Abby ne sono sorpresi.
Loro non sono ancora abituati al fatto che il loro “umano” possa
svegliarsi a quest’ora.
Carla invece continua a dormire: sono praticamente trent’anni che
sopporta questa mia mania!
Colazione e via giù in auto in Valsugana dove ho appuntamento con Laura
e Cristiano.
Saliamo sull’auto di quest’ultimo e partiamo in direzione di Feltre,
dove recuperiamo il “quarto pirata” di questa incredibile ciurma: Adam.
Belluno, Ponte nelle Alpi, Longarone, Calalzo, Domegge (sosta in
pasticceria per non perdere le vecchie e buone abitudini!), galleria,
Santo Stefano, Sappada.
Temperatura -6°C, cielo leggermente velato, ma sostanzialmente sereno.
Obbiettivo 250 metri di ghiaccio che incredibilmente non sono mai
riuscito a salire in tutti questi anni di attività: lo “Specchio di
Biancaneve”.
Prepariamo gli zaini e partiamo.
Non posso fare a meno di pensare a tutte le volte che ho provato a
salire questa cascata: il problema era quasi sempre il traffico!
L’ultima volta nel 2003: condizioni perfette, nessuno in parete,
ghiaccio abbondante.
Alla seconda sosta il mio compagno di cordata fu preso dai crampi ai
polpacci, e ci toccò scendere (leggi su Intraigiarun “Il ritorno dello Jedi”).
Rinuncia dovuta, ma alquanto dolorosa (in tutti i sensi!), specialmente
in quegli anni nei quali ero veramente scatenato e mai avrei voluto
perdere un'occasione così ghiotta!
“Tornerò!” mi ero promesso, ma il tempo e le stagioni passavano e lo
“Specchio” sembrava non voler mai riflettere la mia immagine.
Mentre i “pirati” salgono all’attacco, io, come sempre accade in queste
ultime stagioni, me ne sto in coda e rimugino su quello che è e che
sarà di questa giornata: sarà finalmente la volta buona?
Lo “Specchio” non è difficile tecnicamente ma io ho quindici anni in più
e per questa stagione è solo la terza cascata: anzi sarebbe meglio dire
la seconda visto che lunedì scorso a Colfosco la salita fu interrotta al
primo tiro di corda a causa di una crisi ipotermica. Questo episodio mi
fece nascere alcuni dubbi sulla mia preparazione.
Si parte: primo tiro, secondo, fino a qui tutto ok e, a parte le
rassicuranti soste attrezzate a spit inox, tutto era come ricordavo.
Terzo tiro: punto ad una roccia affiorante in mezzo alla cascata dove
ricordo di aver visto alcuni ragazzi assicurarsi nel 2003. Il punto
sembra vicino, ma servono quasi tutti i sessanta metri di corda per
arrivarci.
Io ci arrivo da sinistra e Cristiano da destra: la cascata è larga e ci
permette questo.
Si riparte per il quarto tiro: si aggira un pilastrino verticale e entro
in una zona in cui il ghiaccio era gocciolante: guardo sopra e intravedo
una linea di salita più asciutta. La salgo con i polpacci che
incominciano a farmi delle domande a cui io non so rispondere!
Vedo la sosta a destra e devo fare un traverso per raggiungerla: mi
assicuro.
Cristiano dietro di me vorrebbe raggiungermi ma lo spazio è veramente
ristretto e la posizione scomodissima, lo invito ad alzarsi qualche
metro e sostare su ghiaccio sulle ultime tre viti a lui rimaste.
Esegue alla lettera quanto convenuto, sotto il mio attento sguardo.
Ero preoccupato e con un po’ di senso di colpa per avergli soffiato una
rassicurante sosta a spit dandogli l’unica alternativa di una sosta
autocostruita su ghiaccio.
Fra l’altro durante l‘esecuzione, per ben due volte le viti a sua
disposizione arrivarono a toccare la roccia sottostante.
Nonostante tutto, almeno lui era comodo: io invece scomodissimo e la
posizione appesa alla sosta era tale da far si che il cosciale
dell’imbrago mi stringesse più del dovuto, procurandomi un fastidioso e
doloroso intorpidimento della gamba.
Non vedevo l’ora di ripartire per togliermi da quella scomoda posizione
e, come tutte le attese, anche questa sembrava non dover mai terminare.
Dopo lo scambio del materiale riuscii finalmente a riprendere la salita,
passando al fianco di Cristiano, che nel frattempo stava recuperando
Laura.
Sembrava trattarsi dell’ultima lunghezza di corda: qui il ghiaccio
improvvisamente diventava duro e fragile.
Per diverse volte le mie piccozze provocarono distacchi di ghiaccio ad
ogni colpo e la caduta di questi inevitabilmente colpiva i miei compagni
più sotto!
Dovevo cambiare modalità di salita e cercare di procedere piantando poco
le becche e in modo più mirato.
Di conseguenza l’utilizzo dei ramponi diventava più attento: massima
concentrazione e peso del corpo prevalentemente sulle gambe.
In effetti, riuscii nell’intento di far salire i miei ottanta chili
abbondanti limitando al massimo le scariche.
La progressione però era ovviamente più lenta e di questo i miei
polpacci non ne erano assolutamente felici!
Arrivò finalmente la sosta, la solita rassicurante catena inox con spit
annessi: sopra di me l’ultima decina di metri di ghiaccio che
terminavano sotto uno strapiombo roccioso.
Già avevo deciso di terminare lì la mia salita… anzi no: i miei polpacci
avevano già deciso prima!
Arrivò anche Cristiano e di seguito Adam e Laura. Stretta di mano e
pacche sulle spalle: l’attenzione non doveva calare, ci aspettavano
cinque corde doppie.
Grazie alle due coppie di mezze corde, ed a una buona intesa in un’ora
circa eravamo nuovamente alla base della cascata accompagnati da un
cielo azzurrissimo e dai caldi colori ambrati delle rocce illuminate dal
sole radente.
Che giornata incredibile quella di ieri: ora sono qui a fianco alla
stufa nel caldo e rassicurante bar del rifugio.
Le corde oramai sono asciutte e pronte per il prossimo lunedì … chissà
dove?
Però ora che guardo bene la punta di una delle mie becche ... ha preso
una bella botta.
Non solo è ammaccata ma pure piegata vistosamente.
Vedrò di aggiustarla prima della prossima uscita.
Così com’è sembra veramente la protesi di Capitan Uncino!
Maurizio Caleffi
Sappada, gennaio 2018