Una cordata a comando …alterato
di Gabriele Villa
L’arrampicata
solitaria senza assicurazione è sicuramente uno degli aspetti più
spettacolari dell’alpinismo. Molti alpinisti classici ed anche
arrampicatori moderni hanno legato la loro fama a grandi performances in
solitaria, molte delle quali effettuate sotto l’occhio della telecamera.
Oltre al gesto tecnico che deve essere preciso ed elegante, occorre un
perfetto controllo dell’emotività e la massima capacità di
concentrazione, poiché il solitario non può permettersi alcun tipo di
errore, perché avrebbe conseguenze estreme.
Altrimenti ci si deve autoassicurare, ma le manovre che ne risultano sono
complicate, rallentano l’arrampicata richiedendo molto più tempo,
attenzione e una percorrenza "multipla" della via di salita. Una
volta ho letto un pensiero che mi è rimasto in mente; diceva più o meno
che "l’arrampicata solitaria è l’atto di presunzione di chi non
vuole considerare l’errore umano".
Mi era sembrata una considerazione molto sensata e ne avevo fatto un
principio da seguire.
Ciò nonostante mi è capitato di fare il solitario in arrampicata,
derogando al sano principio.
La
prima volta mi è successo quando ho compiuto i trent’anni.
Dopo le rituali feste di compleanno in famiglia, nei giorni successivi, mi
sentii improvvisamente vecchio, come se la vita mi stesse sfuggendo dalle
mani e ne avessi già consumato la parte più importante.
Dopo pochi giorni la tensione per questi pensieri divenne insopportabile,
minacciando di trasformarsi in una sindrome depressiva. Per reagire, presi
la decisione di andarmene in montagna da solo. Ricordo la prima notte
trascorsa in Val Canali, in auto, con la luce della luna quasi piena ad
illuminare la mia solitudine. Il giorno dopo camminai senza una meta
precisa e mi inoltrai fino al fondo della valle; la giornata era molto
bella, il sole ancora tiepido e tutt’intorno era un tripudio di belle
cime e pareti.
Mi venne voglia di arrampicare.
Salii così sulla Cima dell’Orsa per la via normale di secondo grado e,
una volta disceso, salii il vicino Colle Canali per la via del camino
Franceschini: circa centocinquanta metri, con difficoltà fino al terzo
grado superiore.
La notte la trascorsi all’aperto, in una radura erbosa, con il solo
sacco a pelo, al riparo di un muretto di sassi che avevo costruito.
Era la metà di novembre e, in quel periodo, le notti sono molto lunghe
(rimasi 14 ore dentro al sacco a pelo a fissare il cielo stellato; dalle
4,30 del pomeriggio alle 6;30 del mattino successivo).
La solitudine, quasi opprimente, di quel giorno e di quella notte
interminabili mi spinsero a tornare verso valle e, solo allora, realizzai
che non avevo lasciato detto dove ero diretto e se fossi caduto durante
l’arrampicata, nessuno avrebbe saputo dove venire a cercarmi.
Fu un’imprudenza grossolana che non ebbe seguito: mi accorsi, infatti,
che la vita continuava, come sempre, anche dopo avere compiuto i trent’anni
e mi rimisi a viverla tranquillo.
Leggevo
molti libri di alpinismo in quei miei primi anni di attività ed i
racconti dei solitari mi colpivano in modo particolare. Ero molto
incuriosito dalle tecniche per l’autoassicurazione e, alla fine, volli
andare a sperimentarle in prima persona.
Scelsi la via Dorna-Pinotti a Rocca Pendice, la palestra "di
casa": una salita valutata di quinto grado con una traversata di 20
metri , molto tecnica e delicata.
Dopo avere svolto ed appoggiata la corda ordinatamente a terra, ne avevo
fissato un capo all’anello di sosta salendo il tiro, autoassicurandomi
con un nodo autobloccante. Giunto alla sosta, ero sceso arrampicando, per
poi risalire e proseguire sul tiro successivo con la stessa tecnica.
Percorsi così i primi tre tiri della via, traversata compresa, poi feci
una deviazione sulla vicina via Bianchini e per questa, con un altro tiro
di corda, sempre di quinto grado, raggiunsi la famosa cengia Carugati.
A quel punto avevo provato quello che mi interessava e, dopo quattro ore
di concentrazione totale, iniziai a scendere ritornando a terra con tre
corde doppie.
Nella mia prima esperienza di arrampicata solitaria avevo sperimentato
l’isolamento e la solitudine, nella seconda avevo elaborato le tecniche
di autoassicurazione su difficoltà di un certo rilievo.
In
seguito non feci altri "esperimenti": ricordo solo un paio di
escursioni solitarie in ambiente molto selvaggio. Nel gruppo Tàmer-Gardesana,
in particolare, avevo trovato luoghi che mi erano sembrati veramente
dimenticati dagli uomini: in tutto il giorno ed in ore di cammino non
avevo visto anima viva, nemmeno da lontano.
Dovevano passare quasi vent’anni perché tornassi a fare
un’arrampicata solitaria.
Ancora mi chiedo come mi sia entrata l’idea nella testa.
Forse scherzando con gli amici che mi prendevano in giro per le tante
ripetizioni della via Ardizzon al Trapezio del Piccolo Lagazuoi.
Che male c’è se uno ripete, anche dieci volte, una via che gli piace,
con roccia buona che offre una piacevole arrampicata?
"Uno di questi giorni me la vado a fare da solo – scherzavo – mi
manca la solitaria!"
A forza di buttare lì la battuta, ho finito con il volerlo fare
veramente, complice un bellissimo e mite mese di ottobre, due giorni di
ferie già programmati e l’impegno di lavoro imprevisto del compagno di
arrampicata che può raggiungermi soltanto alla sera.
E
così ora sono qui, ai piedi della parete.
Mentre mi avvicinavo all’attacco ho deciso di salire il camino-canale
poco più a destra della via Ardizzon, in modo da velocizzare la
progressione perché penso di fare senza assicurazione i primi due tiri
che sono un po’ più facili e, soprattutto, meno esposti.
Preparo le due mezze corde con ordine e le sistemo a terra, poi indosso
l’imbragatura, sistemo il materiale, calzo le scarpette e metto lo zaino
sulle spalle.
Prima di partire da casa avevo fatto un patto con me stesso: "va bene
la solitaria –mi ero detto- però con la massima prudenza e in
autoassicurazione"; avevo preparato anche un dissipatore da fissare
alla sosta per garantirmi la "dinamica" in caso di caduta.
Finalmente inizio a salire e, siccome non sto rispettando i patti, uso la
massima attenzione e mi impongo lo scrupoloso rispetto della regola
"dei tre punti fissi".
Le difficoltà sono di terzo grado e salgo veloce fino a che le corde
cominciano a pesare. "Che strano- penso- quando arrampico in cordata
non avverto mai il peso delle corde". Mi fermo ad una clessidra e mi
autoassicuro. Sto per dire: "recupero", ma sono solo e allora mi
limito a pensarlo. Recupero prima una corda e poi l’altra, adagiandole
con ordine sulla roccia.
Tolgo l’autoassicurazione e riparto, nuovamente leggero.
Ora c’è un tratto friabile, ma molto facile, poi, dentro al canale, un
salto di roccia levigato dall’acqua e verticale, ma non è più di terzo
grado superiore.
Mi fermo nuovamente a recuperare le corde per alleggerirmi, poi continuo
fino ad un cordone rosso attorno ad una maxi clessidra: l’ho lasciato io
non più di due mesi fa, quando venni con Bengi e Nicola.
Da qui il canale diventa camino e la roccia si fa verticale e compatta.
La voglia sarebbe quella di proseguire in libertà con le corde a
penzoloni; mi sento sicuro e tranquillo, ma i patti sono patti.
Deposito lo zaino, fisso il dissipatore al cordone di sosta, a questo àncoro
i capi delle due corde, su ognuna fisso un nodo prusik e quindi lo
aggangio all’imbragatura.
L’arrampicata riprende, ma si rivela subito meno piacevole: mi devo
prima dare un po’ di corda facendo scorrere i nodi, poi salire fino a
che la corda "viene" e quindi rifermarmi in equilibrio per fare
ancora scorrere i nodi e poter nuovamente proseguire. Quando trovo
ancoraggi naturali rinvio le corde e quando non li trovo sistemo dadi o
friends per avere una buona sicurezza.
Ad un certo punto trovo un paio di spuntoni sicuri e decido di sostare.
Penso di avere fatto una quarantina di metri, ma non c’è il compagno a
potermelo confermare. Dopo essermi autoassicurato, recupero le corde fino
a che vengono su, poi le àncoro alla sosta, ci faccio attorno un prusik,
lo sistemo all’imbragatura ed inizio a scendere per tornare alla sosta
precedente, sbloccare le corde e risalire a dove mi trovo ora. Arrampicare
in discesa è piacevole. Recupero i rinvii, mano a mano, fino a che
ricompare il cordone rosso della sosta e lo zaino.
Slego tutto, mi carico lo zaino sulla schiena, posiziono la maniglia Jumar
che mi sono portato e che mi fa da autobloccante e ritorno a salire il
camino fino alla sosta superiore.
Tutto ciò non è piacevolissimo, ma è necessario se ci si vuole
garantire un minimo di sicurezza in caso di caduta: le regole di questo
gioco sono queste ed è meglio rispettarle.
Infatti, approfittando di un breve tratto facile, torno a salire senza
autoassicurazione per una quindicina di metri …, vabbèh.
Adesso c’è il tiro che mi porta in cima al pilastro dove sbuca anche la
via Ardizzon e riprendo a fare le cose con diligente prudenza.
Deposito lo zaino, ritorno a sistemare una buona sosta, vi àncoro il
dissipatore, vi fisso il capo delle due corde, faccio il nodo
autobloccante (solo uno questa volta, perché con due c’è poco
scorrimento) e riprendo a salire con la massima calma.
Il passo iniziale è di quarto inferiore, poi ritorna terzo, ma qui è
bello esposto perché sono sul fianco del pilastro e sotto ci sono i
centocinquanta metri appena saliti.
Quando trovo una buona sosta ricomincia la prassi oramai nota, fino a
proseguire con un altro tiro e le stesse identiche manovre.
Quando arrivo in cima al pilastro guardo l’orologio e mi accorgo che
sono passate quattro ore. Quasi non me ne sono accorto!
La fame mi fa venire in mente la cena che mi aspetta alla sera, ma devo
prima trasferirmi al Cant del Gal, in Val Canali: due ore di auto da Passo
Val Parola.
Scendo alcuni metri fino a dove so essere l’ancoraggio della corda
doppia (è un gran vantaggio conoscere bene i luoghi in cui si arrampica!)
e da qui, sempre con la massima attenzione, mi calo per venticinque metri,
alla cengia attraverso la quale si può "uscire" dalla parete.
Anche la cengia la percorro con prudenza, specie sulle roccette facili, ma
esposte.
Quando sono sul ghiaione sento che la mia solitaria è finita e comincio a
rilassarmi.
Scendo velocemente e, ogni tanto, mi giro a guardare la parete su cui sono
salito: quante sensazioni mi ha fatto provare oggi.
Per
una giornata mi sono arrampicato con me stesso come compagno, alternandomi
come primo nella conduzione della cordata e, come secondo, nel recupero
dello zaino e del materiale.
Proprio questo continuo alternarsi di diversi stati emotivi è quello che
mi ha colpito di più nell’arrampicata di oggi, caratterizzando questa
esperienza.
Sensazioni fuori dall’abituale: una cosa nuova che non avevo ancora
provato.
Ora so cos’è la cordata a .. comando alterato.
Gabriele Villa
Ferrara, 31 ottobre 2001