Torre Piccola: un’arrampicata a due facce.
di Mauro Pevere e Gabriele Villa
Ogni
storia che si rispetti ha i suoi protagonisti ed anche la nostra,
ovviamente, li ha.
Il primo è la Torre Piccola di Falzarego: una cima abbastanza
slanciata, con una punta triangolare, ben visibile scendendo dal Passo
Falzarego verso Cortina d’Ampezzo.
Dal quel punto di osservazione appare slanciata e ben separata dalla Torre
Grande, dal profondo canalone nord-ovest. Se continuate a scendere lungo
la strada, ad un certo punto, non la distinguerete più perché la Torre
Grande, che la sovrasta, ne avrà inglobato la sagoma.
Lungo le sue pareti corrono alcune vie di roccia solida, non molto lunghe,
ma belle ed eleganti. Alcune hanno i chiodi cementati e quindi sono sicure
e, di conseguenza, molto frequentate.
Le più famose sono la via delle Guide, lo spigolo Comici e la diretta
Strobel.
Il secondo protagonista è Gabriele: alpinista senza grandi
pretese, con quasi trent’anni di arrampicate all’attivo. E’
istruttore regionale di alpinismo di lungo corso, ancora in attività,
anche se ha passato i cinquanta da un pò. Lui la Torre Piccola l’ha
salita 52 volte, per sei vie diverse, 21 per la Strobel. E non si sa se
sia un merito o un segnale di sclerosi.
Il terzo protagonista è Mauro: appassionato di montagna da tanto,
iscritto al Cai da poco, appena due anni. Ha frequentato un corso di
escursionismo, ha cominciato a percorrere qualche via ferrata ed ha
scoperto, grazie anche al suo collega di lavoro-amico Gabriele, che gli
piace pure arrampicare.
Insieme hanno fatto una via facile nella zona del Garda per verificare le
tecniche acquisite e le conoscenze delle manovre di cordata. Attende la
prima occasione di andare in montagna per il "battesimo" della
roccia.
E l’occasione si presenta. L’"esperto" Gabriele e il
"neofita" Mauro si accordano per salire la Torre Piccola. La
storia ci racconta come hanno vissuto l’esperienza dai loro opposti
punti di osservazione.
L’arrampicata raccontata a "tiri alterni".
Un
giorno di luglio si presenta il mio capo e mi dice "hai accumulato
troppe ferie arretrate, potresti smaltirne un poco"; la proposta non
mi dispiace, colgo la palla al balzo ed ottengo due settimane di ferie non
previste.
Ora si pone il problema di farne buon uso, idea, potrei sentire da
Gabriele cosa ne pensa…
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Sono
alla tastiera del computer, come tanti altri giorni, quando Mauro entra
nell’ufficio e si posiziona davanti alla scrivania.
"Messaggio subliminale; – dice – la prossima settimana e quella
successiva sono in ferie, ma a casa, perché mia moglie ha impegni di
lavoro e non può spostarsi."
"Vorresti dire – rispondo - che se io mi prendo due giorni di ferie
per andare ad arrampicare in montagna la cosa sarebbe fattibile?"
"Perché no." Risponde laconico, accennando un sorrisetto.
Così nasce l’idea di fare una scappata al Falzarego.
Penso che la Torre Piccola possa essere la cima ideale per un approccio
tranquillo e divertente per entrambi: per Mauro sarà la prima in
assoluto, per me sarà la cinquantatreesima.
La via "delle Guide" dovrebbe essere l’approccio giusto per
Mauro. La scelta è fatta.
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Finora non ho mai affrontato una arrampicata in montagna, solo falesia o collina, questa potrebbe essere una occasione da non perdere, accetto con entusiasmo o forse con incoscienza, comunque sia è deciso.
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Siamo
partiti alle cinque e mezza per evitare il traffico.
Ci siamo fermati all’albergo a Listolade, da "amici", per una
colazione a base di caffelatte, pane, burro e marmellata … giusto per
avere le energie per l’arrampicata.
Abbiamo prenotato la stanza per la notte e poi raggiunto velocemente il
Passo Falzarego.
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Si parte la mattina presto alla volta del Falzarego, finalmente dopo parecchia strada giungiamo sul passo e da qui al parcheggio dove inizia l’avvicinamento, Gabriele indica la montagna di fronte e dice "quella è la Torre Piccola, noi andremo lassù in cima", io la guardo perplesso e ribadisco "ma sei sicuro?".
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L’avvicinamento
è stato dei più tranquilli: un buondì agli operai che stanno
sistemando il sentiero di avvicinamento e poi su per la traccia preparata
fin troppo bene.
Chissà quando finiranno di "addomesticare " la montagna, a mio
parere, anche oltre misura.
Poi siamo sotto la Torre Piccola, ma qualcosa di diverso mi salta subito
agli occhi.
Proprio a metà parete, una grande macchia di roccia gialla sta ad
indicare un recente distacco.
Infatti i blocchi sono franati a valle e, in parete, è sparita la parte
iniziale del camino della via delle Guide. Non vorrei che ci trovassimo di
fronte un qualche passaggio "delicato".
Sarà meglio fare la vicina Strobel: è mezzo grado in più, ma, evitando
il tratto finale con una deviazione sullo spigolo Comici, non riserverà
problemi anche al neofita Maurino.
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Durante l’avvicinamento scruto attentamente le pareti della Torre che viste da vicino fanno un’impressione diversa, ad un certo punto vengo informato di una variazione al programma, la via che pensavamo di affrontare è in parte franata, per cui bisogna salire da un’altra via, "cominciamo bene!"
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Arriviamo
all’attacco della via. Trovo la clessidra per la sosta (forse ci
riuscirei anche ad occhi bendati, chissà…) e vi sistemo il cordino con
il moschettone a ghiera. Comincio a sfilare la corda, poi a calzare le
scarpette.
"Mauro, hai posto nello zaino per le mie scarpe? Non mi piace
portarle appese all’imbrago."
"Ma, non so, - risponde - ho poco posto".
"Dio mè! Possibile, non abbiamo portato quasi nulla con
noi?".
"Ho la borsa termica che mi prende molto posto – dice con la
massima tranquillità".
"La borsa termica?"
"Sì. Per tenere fresche le bottigliette dell’acqua".
Disarmante Maurino. Non riesco ad arrabbiarmi. Anzi, mi viene da
sorridere.
Però, alla fine, il posto per le scarpe riesce a trovarlo.
Mauro prepara il mezzo barcaiolo sotto il mio sguardo attento, poi
comincio ad arrampicare, con calma, perché me la voglio gustare questa
salita.
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Giunti all’attacco si comincia, rapido controllo dell’attrezzatura, ultime raccomandazioni e partenza, naturalmente io sono il secondo in cordata, vedo Gabri salire e sento che posso farcela, almeno per il momento.
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Dalla
sosta del primo tiro sono riuscito a guardare Mauro salire.
Lo vedo arrampicare tranquillo, anche se, presumo, per essere alla prima
arrampicata e noi da soli sulla parete, avrà certamente un po’ di
timori.
Quando arriva in sosta mi passa il materiale che ha recuperato e si
dispone per farmi sicura.
Devo dire che è attento, preciso e ordinato: per essere alla prima
esperienza non è niente male.
Il secondo tiro è ancora da considerarsi di "trasferimento"; è
dopo questo che inizia la parete vera e propria.
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Primo tiro, abbastanza facile, arrivo in sosta, cambio, si parte per il secondo, facile anche questo, ma già dalla sosta del secondo tiro diventa un poco più impegnativa, mentre sale Gabriele cerco di focalizzare appigli ed appoggi in modo da ritrovarli più facilmente quando sarà il mio turno.
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Adesso
saliremo i due tiri di parete grigia che ci porteranno sulla cengia a
circa metà della via.
Salgo sempre con calma quasi accarezzando gli appigli. La temperatura è
piacevole e l’arrampicata è un vero divertimento. La sosta non è
lontana e ben si presta per fare qualche foto; ne approfitto.
Trovo anche qualche cordino alle clessidre. "Abbiamo tutte le
comodità – dico a Mauro – devono essere passati i militari per
qualche esercitazione in roccia".
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Di tanto in tanto trovo il tempo per guardarmi intorno, la cima ancora non si vede, in compenso comincio ad apprezzare il panorama circostante, ci siamo alzati già parecchio rispetto al punto di partenza, il fuoristrada dei carabinieri parcheggiato vicino all’attacco diventa sempre più piccolo, quasi un punto di colore scuro nel verde del prato, le vette più alte sono tutte innevate e quando cala il vento ci sono momenti in cui si sente solo il silenzio, momenti rari purtroppo in quanto dalla strada a fondovalle arriva tutto il rumore del traffico che a volte copre persino la voce del capocordata che mi urla i comandi delle manovre.
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Metto
Mauro sull’avviso. "Sopra la cengetta c’è un passaggio in
leggero strapiombo, è di IV+.
L’importante sarà farlo velocemente e non restare sugli appigli a
pensare. Guarda come lo farò io e cerca di fare altrettanto. Va
bene?". Mauro annuisce e prepara il mezzo barcaiolo.
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Arrivati su una piccola cengia mi trovo davanti un passaggio più difficile degli altri un leggero strapiombo, lo guardo dal basso, bisogna tirarsi su un poco con le braccia, ma comunque è abbastanza corto, per cui decido di tentare, nonostante la potenza muscolare non sia certo eccezionale, riesco a superarlo con uno sforzo limitato.
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"Adesso
c’è un bel caminetto; così possiamo ripassare un po’ la tecnica di
opposizione in spaccata"
Mauro annuisce, come sempre. Lo vedo sempre ben concentrato e tranquillo.
Dopo cinque tiri già fatti è un buon segno: l’ipotesi di uscire in
forcella, preventivata in caso di tentennamenti psicologici, si allontana
e la cosa non può che farmi piacere perché, a questo punto, ho voglia di
arrivare in cima. Salgo in ampia spaccata, anche esagerando un po’ i
movimenti: peccato che il camino finisca presto e si debba passare sulla
parete di sinistra che porta alla conca con mughi sotto la cuspide finale.
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Arrivo
in sosta, finito il quinto tiro, adesso altra difficoltà il camino da
superare in opposizione, i camini mi piacciono, specialmente se non sono
troppo difficili, mi sono piaciuti fin da quando ho affrontato il primo,
non tanto tempo fa, in falesia a Rocca Pendice, adesso mi cimento con
questo, non è troppo largo e riesco a fare opposizione in spaccata senza
difficoltà, anche se la mia scarsa esperienza mi costringe a cercare con
cura gli appoggi.
Una volta fuori lo guardo il camino dall’alto, non sono completamente
soddisfatto della mia prestazione, sento che avrei potuto fare meglio, se
fossi stato in falesia mi sarei calato e ci avrei riprovato.
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Continuo
con le raccomandazioni a Mauro, anche se non ce ne sarebbe bisogno.
"Adesso attraversiamo orizzontalmente: non farti impressionare, non
è difficile, solo un po’ esposto". Procedo con calma cercando
clessidre e fessure in cui posizionare rinvii in modo da ridurre il più
possibile il pericolo di pendolo in caso di caduta. Non si sa mai.
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In
una piccola conca alla base di una bella parete Gabriele mi comunica
"adesso attraversiamo per fare lo spigolo", parte ed in breve
sparisce dietro la roccia.
La corda avanza in modo discontinuo spesso rimane ferma a lungo, il vento
che si è alzato nel frattempo rende impossibile ogni comunicazione
verbale, non sono preoccupato, però inizio a chiedermi cosa stia facendo
il mio compagno, finalmente arriva il segnale di recupero e parto io,
appena giro intorno capisco subito il motivo della progressione insolita
del capocordata, si attraversa orizzontalmente una parete piuttosto
esposta apparentemente liscia dove non ci sono chiodi o attacchi naturali
e bisogna posizionare i rinvii come si può sfruttando le fessure nella
roccia.
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L’arrivo sullo spigolo è quasi traumatico; c’è vento forte, di quelli che ti portano via il calore corporeo. Ma è la caratteristica delle vie in spigolo: grande esposizione e vento, quasi sempre.
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Al termine della traversata mi ritrovo alla base dello spigolo Comici, in mezzo a forti raffiche di vento decisamente fastidiose, Gabri mi suggerisce il modo per affrontarlo, scambio del materiale poi parte..
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"Il
prossimo tiro sullo spigolo è forse il più bello della via - dico a
Mauro mentre ci scambiamo il materiale che ha recuperato - cerchiamo di
godercelo, anche se questo vento disturba".
Salgo lentamente, assaporando metro dopo metro. Siamo sul IV grado, la
roccia è favolosa e l’esposizione superba. E’ proprio una via del
grande Emilio Comici.
La sosta è sempre su spigolo, ad un terrazzino che sembra un nido d’aquila.
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Adesso è il mio turno, comincio la salita sullo spigolo, dopo qualche metro volgo lo sguardo in basso, sotto di me il vuoto per centinaia di metri, per un attimo penso "devo essere proprio matto per fare cose del genere", ma continuo comunque ed anche questa volta giungo in sosta.
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L’ultimo
tiro è molto facile e, alla fine, siamo in cima. Ci diamo la mano come
consuetudine. Sembra un gesto retorico, d’altri tempi. E invece, secondo
me, è come la firma di un patto, stretto alla partenza e siglato a
posteriori.
La stretta di mano sta a confermare che i contraenti hanno ottemperato ai
compiti stabiliti e, insieme, hanno raggiunto l’obiettivo fissato.
Forse è proprio retorica. Mah! Ognuno la pensi come gli pare.
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Dopo
lo spigolo l’ultimo tiro mi sembra molto facile, sono finalmente in cima
Gabriele mi porge la mano, nonostante non sia la prima volta che stringo
la mano ai compagni di salita, questo gesto mi sembra sempre innaturale,
prima o poi mi abituerò.
La cima è abbastanza larga ed ospitale, ne approfittiamo per una pausa
ristoratrice, per ammirare il panorama e per decidere la discesa.
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Dopo
una breve pausa, viene il momento della discesa.
"Scenderai tu per primo – dico a Mauro – e posizionerai i rinvii
per la mia sicura.
Poi mi recupererai al chiodo di sosta che troverai sulla cengetta in
basso".
Sono raccomandazioni superflue perché Mauro conosce le regole della
cordata ed è anche una persona scrupolosa e diligente.
So che a casa ha il cordino "da allenamento", come dice lui, e
ripassa i nodi periodicamente.
Quando scendo a mia volta, arrivo alla sosta e proseguo fino all’anello
di calata.
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In
discesa vado per primo, comincio a posizionare i rinvii, ammetto che devo
osservare parecchio prima di trovare gli ancoraggi per i cordini da
rinvio, non sono abituato e non ho l’esperienza di Gabriele, che mi
guida dall’alto indicandomi i punti giusti, è incredibile, conosce a
memoria ogni metro di questa parete, tutti i chiodi, tutte le clessidre,
chi ha posizionato i cordini fissi e quando lo ha fatto, credo che possa
salire anche ad occhi chiusi.
Arriviamo entrambi alla sommità di una parete da cui ci si cala in corda
doppia, improvvisamente mi torna alla mente un racconto di Gabriele che ho
avuto modo di leggere tempo addietro relativo ad una ragazza precipitata
mentre affrontava una discesa in doppia, mi informo e scopro che si tratta
esattamente della stessa discesa, mentre mi preparo spero che a me non
succeda nulla di simile.
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Posiziono
la corda per la discesa in doppia e mi sporgo per essere sicuro che arrivi
fino a terra.
Anni fa, quando le corde erano da 40 metri, bisognava raggiungere l’anello
più basso e si arrivava a terra appena appena. Ora, con le corde da 50
metri, si scende dall’anello più in alto con una maggiore comodità e
sicurezza.
Non ho mai dimenticato la ragazza che soccorremmo tanti anni fa dopo la
caduta dalla parete perché la corda si era sfilata dall’uncino di
calata.
Scaccio il ricordo e mi sposto per fare posto a Mauro che prepara la
piastrina, infila le corde, si autoassicura ed inizia a scendere.
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Scendo con calma controllando la velocità, aumento un poco nell’ ultimo tratto in contropendenza, stavolta è andata bene!
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Parto
a mia volta e mi lascio scivolare velocemente lungo la corda.
"Vai Mauro – dico – il recupero della corda spetta a te".
Poco dopo ci infiliamo nel canalone e guadagniamo rapidamente la base
della Torre Piccola.
Ci attende l’auto, poi la doccia, poi, finalmente, un buon pasto, seduti
a tavola.
La giornata è stata molto proficua, oltre che divertente.
Chissà se oggi la Torre Piccola ha visto "nascere" un altro
alpinista.
Sicuramente ha concesso le sue belle pareti per l’ennesimo buon
apprendistato.
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Il
rientro prevede la discesa lungo un canalone fino alla base della Torre,
roccette non impegnative e brevi tratti di sentiero su ghiaione, poi
ritroviamo il sentiero percorso all’andata che ci conduce fino al
parcheggio, durante la discesa si allenta la tensione e subentra la
stanchezza, ogni tanto mi soffermo a guardare la Torre ricostruendo
mentalmente il percorso appena effettuato, visto da sotto sembra quasi
impossibile che ci si possa arrampicare in certi punti. Intanto il cielo
comincia ad oscurarsi, giunti al parcheggio sistemiamo in fretta il
materiale mentre iniziano a scendere le prime gocce di pioggia.
Il temporale estivo segue il suo corso e comincia a scaricare acqua con
crescente intensità, un ultimo sguardo alla Torre avvolta dalle nuvole e
si parte, destinazione albergo, sento il bisogno di una bella doccia, sono
piuttosto stanco ma felice, l’esperienza è stata sicuramente positiva
ed entusiasmante, chissà forse un giorno ci riproverò.
Mauro Pevere - Gabriele Villa
20 agosto 2002