Il fiore rosso
di Eros Pedrini
A
dir la verità non aveva proprio capito quanto era successo.
Più che ricordi, erano brevi immagini che si affollavano, in successione
non del tutto logica, miste a sensazioni di dolore ormai attenuate, quasi
lontane.
C’era stato un gran lampo di luce, e poi buio; infine ancora luce, ma
diversa, diffusa, come dietro un vetro bagnato.
Le braccia, invece, e le gambe le avvertiva gommose e lunghissime,
particolarmente prive di peso.
E certo trovava almeno un poco strana la sua velocità di progressione,
ora, lungo quella parete che le era sempre parsa di tutto rispetto.
Le sembrava quasi di volare.
Ma come poteva volare, lei, che era ancora laggiù, legata alla corda?
Però, contemporaneamente, stava quassù!
Questa è bella, pensò.
La incuriosiva l’inconsueta
posizione che la parte di sé, quella legata là in basso, aveva assunto:
braccia aperte, testa leggermente ripiegata all’indietro.
Strano modo di riposare, si disse.
Così si sporse per osservare meglio.
Solo allora notò il fiore rosso che si allargava sulla maglietta chiara,
tra spalla e seno; lo alimentava un rivolo sottile, fatto di piccole gocce
che colavano da sotto il casco.
Capì; fu costretta a capire.
Ridiscese, le si sistemò a fianco, quindi le prese una mano e immaginò
di intonare una canzone che non fosse triste.
Il tempo si fermò.
***
La
corda!
La corda, torna a ripetere, molla
un po’ di corda!
Si gira nervoso verso di lei, trattenendo qualche parolaccia.
Insomma, ‘sta corda …
Un’onda immensa lo sommerge; paura, sgomento, rabbia, e ancora
paura e calore a vampate, e brividi. E un grido fortissimo, che gli
scoppia nella testa. Nooooooooooooooo!!
Lei rimane immobile, braccia
aperte, testa leggermente ripiegata all’indietro.
Lo stomaco vuole vomitare, la gola vuole urlare, gli occhi vogliono
chiudersi, il cuore vuole scoppiare; ma lui, nell’insieme, resta
immobile, semplicemente, per un tempo che gli pare infinito.
Finchè la
prima lacrima brucia la sua guancia, e gli dice che dovrebbe scendere fino
a lei.
Devo restare lucido, devo restare calmo, non posso permettermi di
sbagliare; adesso torno giù con attenzione.
Devo farlo perché solo così posso aiutarla.
Devo farlo perché non è possibile che non ci sia più nulla da fare.
Devo farlo.
Adesso ci provo.
Lento, con le mani che tremano, con i piedi privi di sensibilità,
con le lacrime che ormai inondano le lenti degli occhiali. Con il panico
che lo invade, lui scende arrampicando, a piccole ondate, sbandando e
riprendendosi.
Lei sempre troppo distante; e poi, finalmente, è lì.
Non sa che fare: l’abbraccia, ma lei pesa enormemente e scivola via
dalla stretta, come fosse di gomma.
Lui recupera quel tanto di corda per poterla distendere a terra. Cerca un
minimo accenno di speranza nei suoi occhi, che restano fissi su un punto
lontano.
Scopre il sangue, vede il segno della pietra sul casco.
Sente che sta per svenire, reagisce. Le si siede a fianco, le prende una
mano, poi si china su di lei
e piange, e la chiama, con la fronte affondata sul seno dentro un fiore
rosso che ingrandisce sempre più.
In un mondo improvvisamente privo di suono, non più traccia di respiro,
non più battiti.
Solo il ricordo di una canzone, la sua canzone allegra per i momenti
tristi.
***
Quanto
tempo è passato? Un minuto, un mese, un anno?
Una vita?
Sa che non può più fermarsi lì, come vorrebbe. Sa che deve decidersi a
tornar giù.
Ma per farlo dovrà prima proseguire verso l’alto e arrampicare fino
alla cengia; da lì le cose saranno più semplici.
E avrà bisogno della
corda, per le doppie finali.
Scioglierle il nodo dall’imbragatura è una pena infinita. E’ tagliare
definitivamente ciò che ancora li unisce, è gridare in silenzio una
verità che continua a respingere.
E’ ammettere che lei non c’è più.
E’ desiderare che un sasso, una pioggia di sassi, colpisca anche lui.
Una cosa giusta, che li riporti di nuovo alla pari.
Di nuovo insieme, insomma.
Scopre che sarebbe disposto a cambiare, da subito, le sue idee più laiche
e radicali.
Pur di tornare con lei, mille vite, dopo la morte, sarebbe
disposto a rivivere.
Ma né angeli né diavoli, lì intorno. Nessuno che gli proponga nessun
accordo, nessun patto.
Solo una corda, ripiegata, ora, da legarsi sulla schiena.
Solo un bacio, ancora, solo una carezza. Solo un’ultima, sussurrata,
dichiarazione d’amore.
Ora non potrò più voltarmi, le dice.
E riappoggia le mani sulla roccia, e sposta il primo piede; e cerca un
nuovo appoggio, un nuovo appiglio, e và.
Sale su per quella parete che a lei era sempre parsa di tutto rispetto.
E, forse perché ha perso la cognizione del tempo, sale veloce; e gli pare
di volare.
Come se si sentisse ancora legato alla sua corda, anzi … come se lei gli
fosse ancora più vicina, al suo fianco, ad indicargli la strada.
***
Dell’incidente
si seppe poco, quello che lui raccontò agli uomini del soccorso.
La squadra partì per il recupero, e lui rimase giù in paese, in attesa.
In silenzio.
Non volle parlarne con nessuno. Ma mica per un giorno, no.
Agli amici che gli offrirono il loro conforto disse che prima doveva
capire.
E che ci sarebbe stato bisogno di tempo.
Poi, una mattina, cominciò a dipingere la sua stanza di azzurro. Verso
sera, entrandoci, pareva di galleggiare in un mare di nuvole.
Quello fu il primo passo.
Quando le giornate cominciarono ad accorciarsi, riprese in mano il
pennello.
Questa volta per disegnare una porta, chiusa, ma talmente ben fatta che,
se non fosse stata lassù in alto, verso il soffitto, qualcuno avrebbe
potuto scambiarla per una vera.
Infine prese la cornetta del telefono e chiamò uno degli amici.
Disse che
gli avrebbe fatto piacere che andassero da lui, per cena.
Disse che era ora.
Fu un sollievo per tutti sentire quelle parole, ed arrivarono all’ora di
cena con un misto di felicità e di apprensione.
Lui li accolse con un grande abbraccio.
Ma anche con un sorriso, e ad ognuno donò un fiore rosso.
Li fece accomodare nella stanza nuvola e, con loro stupore, calzò
lentamente un paio di scarpette d’arrampicata.
Ora non potrò più voltarmi, disse.
Si alzò arrampicando lungo la parete, tra una nuvola azzurra ed una
bianca, fino alla porta, lassù, vicino al soffitto.
L’aprì, e se ne andò.
E a tutti sembrò quasi che volasse.
Su per quella parete che a loro pareva di tutto rispetto.
Eros Pedrini
Brescia,
settembre
2005