Il racconto “Torre Piccola, ti voglio bene” per me è come la prima moneta guadagnata dallo Zio Paperone, la mitica “Numero UNO”, l’inizio di questa meravigliosa avventura che è diventata per me lo scrivere.
Oddio, ho sempre amato scrivere, ma un conto è scrivere per se stessi, altro è scrivere per un sito internet, così come me lo aveva proposto, nel corso dell’anno 2000, l’amico Francesco Pompoli per il suo intraigiarùn, sezione di racconti del suo sito personale. Per puro spirito di amicizia avevo abbozzato questo racconto, nato da quel lontano ricordo abbastanza drammatico vissuto prima ancora di iniziare ad arrampicare, un ricordo che proponevo a chi arrampicava e scendeva con me a corda doppia dalla Torre Piccola, come incentivo alla prudenza e all’attenzione.
Il mio rapporto stretto con la Torre Piccola di Falzarego, che si è andato consolidando nel corso degli anni con tante ripetizioni, aveva poi fatto il resto, offrendo altri spunti di riflessione, e ne era uscito un racconto che mi sembrava abbastanza interessante da poter affrontare il giudizio di eventuali lettori e così lo avevo inviato all’amico Franz.
A Francesco era piaciuto al punto che non solo lo aveva pubblicato, ma anche inviato ad Alberto Peruffo, gestore del ben più prestigioso e conosciuto sito internet intraisass. Ricordo ancora con emozione la mail di Peruffo che mi avvisava della avvenuta pubblicazione del racconto e si complimentava con me per la qualità dello scritto.
Fu una grande soddisfazione vedere apprezzato il mio racconto e … quello fu l’inizio di tutto.
Torre
Piccola, ti voglio bene (2008)
di Gabriele Villa
Quando si è giovani il passato sembra non avere dimensione.
E nemmeno il futuro.
Si è assorbiti completamente dall’oggi o, al massimo, dal domani, inteso come il giorno dopo quello di oggi.
Mano a mano che passano gli anni il passato prende corpo, lievita come una torta in forno, fino a diventare invadente e non puoi fare più finta di non vederlo.
Poi, ad un certo punto, ci sono gli anniversari "storici" che irrompono nella tua vita e la dimensione del passato acquista un peso significativo.
25 anni di matrimonio, ad esempio.
Oppure 25 anni che sei iscritto alla tua sezione del Club Alpino Italiano e ti hanno anche consegnato il distintivo dei soci venticinquennali, che ti ha fatto tanto piacere, ma avresti anche aspettato volentieri ancora qualche anno, se si fosse potuto.
O ancora, 25 anni
da quando arrampicasti in cordata per la prima volta e sembra l’altro
ieri e invece è passata una vita.
Insomma, ad un certo punto ti rendi conto di quanto si sia allungato l’elenco delle vie che hai salito, delle cime che hai raggiunto, qualcuna anche più volte, per vie diverse o per la stessa con diversi compagni.
Il passato comincia allora ad incuriosirti: è la tua vita scritta nel tempo.
C’è, è lì.
Tanto vale smettere di far finta che non esista.
E’ così viene la volta che perdi più di una serata a guardarti l’elenco delle salite compiute e ti accorgi di particolari a cui non avevi fatto caso prima.
Guarda, per esempio, quante volte sei stato sulla Torre Piccola di Falzarego.
Cinquantatre volte.
Anche se per sei vie diverse, sono sempre tante.
Sono cinquantatre giorni vissuti in montagna raggiungendo sempre e soltanto quell’esile cucuzzolo per poi scendere agli ancoraggi per ripetere quella manovra di corda doppia fino ad arrivare alla forcella.
Già, la corda doppia.
Ti ricordi il primo impatto con quella corda doppia?
Non piacevole, vero?
Era giugno del 1975 ed eri riuscito a convincere l’amico Giorgio De Donà a farti da capocordata. Ancora non arrampicavi, ma volevi provarci e lo spigolo ovest della "Piccola" sembrava l’approccio ideale per vincere le tue paure e i tuoi timori.
Eravate allo sbocco del canale che separa le due Torri del Falzarego, le corde già svolte e Giorgio che stava apprestandosi a partire, tuo cugino Giulio a fianco.
Improvvisamente un urlo rimbalzò tra le pareti, rovesciandosi lungo il canalone.
Quasi istantaneamente sentiste un tonfo sordo, poi più nulla. Silenzio.
Non gemiti, non grida di dolore.
Eppure quell’urlo
vi era entrato nel cervello, se ne era percepita chiaramente la
disperazione.
Qualcosa di grave era successo.
Senza dirvi nulla vi slegaste, metteste le corde nello zaino e cominciaste a risalire lungo il canale.
Ed ecco qualcuno scendere con movimenti affrettati e fermarsi di fronte a voi.
Ti sembra ancora di sentirlo.
"E’ caduta una ragazza. E’ ancora viva. Bisogna chiamare i soccorsi."
Lo guardaste senza dire nulla.
Passarono alcuni secondi senza che non vi venisse niente da dire.
Forse vi aveva colpito quel "… è ancora viva", come se la cosa fosse stata strana.
Secondo lui la ragazza avrebbe dovuto essere morta, evidentemente.
Capiste allora, senza che ve lo dicesse, che era precipitata dalla paretina che si scende con la corda doppia: 23 metri di volo.
Visto il vostro silenzio, continuò:
"Scendo io a chiedere aiuto, andate su a vedere, intanto."
E ricominciò subito a scendere velocemente verso Passo Falzarego,
In quei giorni sui prati sotto al Passo c’era un attendamento di Finanzieri, loro sarebbero saliti abbastanza rapidamente con tutto quanto fosse servito per portare aiuto alla ragazza.
Riprendeste a salire, chiedendovi, ognuno dentro di sé, come avreste trovato l’infortunata.
E, poco dopo, alla sommità del canale, eccola.
Stava riversa
sulla schiena, con ancora lo zaino sulle spalle, faccia a quella parete
che, sicuramente aveva visto scorrere velocemente.
Troppo velocemente, così da capire, con disperazione, che stava precipitando.
Io non avevo nessuna esperienza di arrampicata e nemmeno ero mai stato sulla Torre Piccola, ma Giorgio che era il più esperto dei tre e l’aveva già salita, capì subito cosa era successo.
Il ragazzo si era calato per primo, poi si era preparata lei.
L’ancoraggio di calata è formato da un uncino di ferro entro il quale si colloca la corda senza doverla infilare dentro alcun anello. Una comodità, per un certo verso, ma una grande pericolosità se non si sta attenti quando si "veste" la corda per la calata.
La ragazza, nel sistemarsi la corda attorno al corpo per la discesa alla "Comici" l’aveva involontariamente fatta sfilare dall’uncino di calata e, assieme ad essa, era precipitata per tutta la lunghezza della parete.
Lo zaino aveva attutito il colpo e, probabilmente, le aveva salvato la vita.
Infatti, non sembrava messa malissimo.
La cosa più evidente era una frattura esposta della gamba destra.
Non avevo mai visto dei fratturati, e neanche gli altri miei compagni.
Quella gamba spezzata faceva veramente uno strano effetto, con quella piega innaturale.
Ma la ragazza non si lamentava tantissimo, sembrava, tutto sommato, tranquilla.
Ogni tanto si toglieva dei granellini di ghiaia dalla bocca, o almeno così era sembrato in un primo momento.
Poi ci rendemmo conto che erano i frammenti dei denti che si erano spezzati nell’impatto.
Le stavamo intorno cercando di farle coraggio, per quanto fosse possibile fargliene in quelle strane condizioni.
Mi ricordo che a un certo punto mio cugino disse, in dialetto:
"Tira fòra la grappa dal zaino".
Al che io risposi:
"Ma sei matto, vuoi darle la grappa in queste condizioni".
Lui rispose, nervosamente:
"Ma no per èla, la è per mì, scemo".
In effetti non avevo capito che Giulio voleva calmare la forte tensione che lo attanagliava in quel momento con un sorso della grappa che si era portato appresso.
Dopo un tempo che non saprei dire arrivarono i soccorsi, il medico fece un’iniezione di calmante alla ragazza che aveva cominciato a lamentarsi con più insistenza, prima che le sapienti mani dei soccorritori la collocassero nella barella, per poi iniziare a scendere lungo il canalone.
Li seguimmo, ammirati nel vedere la perizia con la quale la barella fu calata lungo le rocce del canale prima, e dell’impervio sentiero poi, fino all’ambulanza che attendeva giù, al parcheggio a fianco della strada.
A un anno di distanza, Giorgio incontrò la ragazza, alle 5 Torri e così venimmo a sapere che se l’era cavata, anche se, oltre alla gamba, aveva riportato una frattura del bacino, da cui si era ripresa abbastanza bene, tanto da tornare a passeggiare in montagna.
Inutile dire che la mia prima arrampicata venne rinviata a data da destinarsi, perché, almeno per quel giorno, di emozioni ne avevamo già provate a sufficienza.
Così il primo approccio arrampicatorio con la Torre Piccola fu rinviato di quasi un anno: a maggio del 1976.
Avevo nel frattempo fatto rapidi progressi, prima come secondo di cordata, e poi anche da primo, tanto che, al corso roccia del CAI Ferrara, venni impiegato come capo cordata.
Così salimmo la via dello Spigolo Comici.
La mia cordata seguiva quella che "apriva", condotta nientemeno che da Gino Soldà, il grande alpinista di Recoaro che in quegli anni era, di fatto, il direttore tecnico dei corsi della sezione.
Inutile dire che i miei tempi di salita erano decisamente superiori a quelli del grande Gino, tanto che questi, dopo essere giunto in vetta da un po’ di tempo, ridiscese slegato alcuni metri per vedere a che punto eravamo e, vistomi impegnato sull’ultima paretina, disse:
"Oramai sei fuori, bravo, bravo".
Ma ci pensate?
Gino Soldà che, anche se con frase di circostanza, mi dice bravo mentre sto arrampicando da capocordata?
Una soddisfazione gigantesca, un ricordo indelebile.
Già, un ricordo!
Uno dei tanti.
Penso che, come un bambino solleva i sassi per cercare lucertole nascoste, così io potrei sollevare i sassi delle cenge della Torre Piccola, sicuro che sotto ognuno di quelli potrei trovare uno dei tanti ricordi che mi legano a quella punta tante volte salita.
Come quel giorno che arrivato in cima con l’amico Stenio, mi stesi, legato al chiodo di vetta, addormentandomi nel tepore del sole, in attesa dell’altra cordata di amici che era rimasta un po’ attardata.
Nel frattempo arrivò un’altra cordata e il primo chiese a Stenio, un po’ preoccupato:
"Cos’ha? Sta poco bene?"
"No, no – rispose Stenio – sta meglio di noi. S’è addormentato."
O quell’altra
ancora, che sempre sullo spigolo Comici, in una gelida giornata di
dicembre, con Paolo e Rolando sperimentammo fino i fondo che se è vero
che d’inverno fa freddo, è ancora più vero che sulle vie di spigolo il
vento ti sorprende da tutte le parti e non ti dà tregua un momento, fino
a che il freddo stesso assume la dimensione della sofferenza fisica.
Un’altra volta ancora, in un mese di ottobre, durante un corso roccia, erano caduti venti centimetri di neve durante la notte del sabato e il direttore, la mattina successiva, sospese il corso, annullando l’uscita:
"Non mi posso assumere responsabilità – disse - con le pareti in queste condizioni."
Ma qualcuno di noi pensò che, dopo avere percorso 250 chilometri per arrivare fino a lì ed aver dormito all’addiaccio nei sacchi a pelo, non si poteva rientrare a casa senza almeno provarci.
Così ci preparammo per salire la Torre Piccola di Falzarego, e dove altro sennò, con quelli che se la sentivano di provare, rimediando un acido commento da parte di chi stava partendo per rientrare verso casa:
"Sembrate dei transfughi Bosniaci."
Comunque, riuscimmo a salire fino alla forcella fra le Torri e ci sembrò di avere fatto qualcosa di epico, suscitando l’entusiasmo dei nostri "allievi".
Quanti ricordi,
ancora.
Veramente tanti.
Non si può raccontarli tutti.
Ma la cosa più bella sono i volti di tutti quei compagni che mi appaiono nitidamente, mano a mano che i ricordi riemergono.
Se ho salito la Torre Piccola 53 volte, l’ho fatto con almeno altrettante persone diverse, allievi dei corsi roccia e amici soprattutto, (qualcuno di loro ha cominciato lì, con me, a fare il capocordata).
Assieme a tutti loro ho condiviso il piacere dell’arrampicata e la soddisfazione della vetta raggiunta, quella vetta che ad un certo punto non è più stata un fine, un qualcosa da raggiungere, ma un mezzo per rinsaldare quei rapporti umani e di amicizia che sono la cosa più preziosa e importante che mi ha dato l’alpinismo.
Alla Torre Piccola di Falzarego, più di ogni altra cima, debbo l’accumularsi di questa ricchezza interiore: e così ho scoperto di volerle bene.
Gabriele Villa
Ferrara, 27 novembre 2000
Considerazioni
in margine al racconto, otto anni dopo.
Non avrei mai potuto immaginare però che questo stesso racconto mi avrebbe regalato in seguito una impensabile sorpresa, portatrice di una grande e anche piacevole emozione.
Sabato 6 marzo 2004, arriva una e-mail in redazione ad intraisass che dice così:
“Casualmente mi
sono ritrovata nel racconto di Gabriele Villa "Torre Piccola ti voglio
bene", un viaggio nel passato. La cosa mi ha sconcertata non poco (dopo
circa 30 anni dall'accaduto).
Desidererei mettermi in contatto con l'autore, se possibile avere il suo
indirizzo di posta elettronica. Vi ringrazio e vi saluto cordialmente.
Marina M........ch”
Lunedì 8 marzo
2004, Alberto Peruffo risponde cortesemente alla e-mail:
“Immaginiamo il suo sconcerto... Giriamo subito la lettera all'autore
Gabriele Villa”.
Martedì 9 marzo 2004, ricevo una e-mail che dice:
“Ho letto il
tuo racconto nel sito Intraisass e sono rimasta scossa da questa
situazione così particolare. A dire il vero mi era stata segnalata da
Francesco, mio marito, che incuriosito dal titolo pensava che fosse di
un nostro amico che bazzica spesso da quelle parti.
Leggere questo tuo racconto mi ha scossa non poco perchè mi ha
restituito una parte della mia vita. Di quei giorni non ho ricordo, la
mia memoria è stata cancellata per un arco temporale sia precedente che
successivo all'accaduto. Quello che oggi io so è quello che mi hanno
raccontato e non ricordavo di aver avuto delle persone accanto.
La mia guarigione è stata lenta e dolorosa, dopo tanti anni avevo
ripreso ad arrampicare anche se dovevo fare i conti con i mie fantasmi.
Oggi ho 48 anni e un figlio di 9, ho smesso di arrampicare quando
aspettavo Jacopo.
Continuo ancora oggi ad andare in montagna (ogni tanto) e spero che
capiterà di incontrarci. Ti saluto e ti ringrazio.
Ciao Marina M........ch”.
Domenica 14 marzo
2004, non senza una notevole emozione rispondo:
“La tua
inaspettata mail mi ha "spiazzato" e fatto piacere allo stesso tempo.
Sono contento per
quel ringraziamento finale che mi fa intuire che non ti abbia fatto
dispiacere ritrovare il ricordo di quella piccola "fetta" (seppure
dolorosa) del tuo passato.
Il racconto "Torre
Piccola" l'ho scritto nel 2000 (25 anni dopo l'episodio) così come lo
ricordavo, ancora vivamente, per il sito internet di un amico che, a sua
volta, lo ha girato a Peruffo che lo ha pubblicato su Intraisass.
Come ho scritto
nel racconto avevamo saputo (con ovvio sollievo, pur non conoscendoti di
persona) che te l'eri cavata senza subire conseguenze irreparabili da
quell'incidente.
Io, mio cugino
Giulio e l'amico Giorgio non potemmo fare gran che quel giorno in attesa
dei soccorsi, se non il minimo di assistenza e di compagnia a quella
ragazza che appariva visibilmente traumatizzata psicologicamente, oltre
che fisicamente.
Quell'episodio
rimandò di qualche mese il mio approccio con l'arrampicata.
Un'attività che
continua tutt'ora, anche se di anni ne ho messi insieme cinquantasei.
Che ci si possa
incontrare me lo auguro anch'io, magari in zona Falzarego che pratico
assai di frequente. Credo che sarebbe come ritrovare un'amica che non si
vede da tanto tempo.
Ciao. Gabriele Villa”.
Ho omesso
volutamente il cognome di Marina, non avendole chiesto autorizzazione
alla pubblicazione della sua e-mail.
Non ho molto altro
da aggiungere, se non confessare un po’ di dispiacere che l’auspicato
incontro con Marina non si sia verificato.
Confesso che negli
ultimi anni ho un po' trascurato la Torre Piccola di Falzarego, (scalata
soltanto sei volte da fine 2000 ad oggi), ma non per disaffezione, bensì perché
è sempre bella e di facile e comodo approccio, di conseguenza molto frequentata.
A tutt’oggi l’ho
salita “soltanto” 59 volte, ma le voglio sempre bene.
Gabriele Villa
Ferrara, lunedì 15
dicembre 2008