Il Campanile più bello del Mondo
di Alessandra Panvini Rosati
In Italia di
certo non mancano i campanili, inoltre… dare del campanilista a qualcuno non
è certo fargli un complimento. La scorsa estate ho deciso di fare di un
campanile, anche se un po’ speciale, la mia meta di vacanza.
Ed ho scoperto la mia natura campanilofila!
Avevo letto di lui, in un vecchio libro che parlava di prime ascensioni
mitiche e romanzate.
Più di recente ho letto altre cose scritte dal famoso Mauro Corona, che ci
abita a due passi.
Nonostante io possa vantare buone conoscenze tra chi in montagna va sul
serio, ce ne fosse stato uno che mi potesse fornire informazioni precise,
uno che ci fosse stato!
Nessuno.
Eppure, è famoso, richiama arrampicatori da tutto il mondo, la sua
campanella risuona quasi giornalmente (quando è stagione).
Chissà, mi sono chiesta… stiamo un po’ tutti diventando abitudinari
nell’andare là, dove “nevica firmato” (parole di Corona), là dove
arrampicano tutti perché “… un motivo ci sarà?”.
La domanda è rimasta senza risposta perché:
a) Inutile snobbare i luoghi “famosi” se poi li frequento pure io;
b) Non mi sarebbe interessata la risposta, avevo già deciso.
Da qualche
tempo, mi svegliavo la mattina e sentivo quella sensazione che conosco fin
troppo bene.
Ecco, ci risiamo; c’è qualcosa, c’è qualcuno che mi chiama… che mi attira
sulla sua strada, alla meta.
Da chilometri di distanza, sentivo la campanella che arrivava fino a me,
citofonava alla mia porta.
"Allora? Bagaj? Vieni, si
o no?"
Quando sento quella specie di richiamo, che davvero mi arriva come un
fulmine a ciel sereno, è già troppo tardi.
Bene, è deciso, mi son detta: ci vado.
Quest’anno si va a trovare il Campanile più bello del mondo.
Quest’anno si va a scalare (o almeno a provarci) il Campanile di Val
Montanaia!
Per noi
italiani, la storia delle ascensioni al Campanile inizia purtroppo con una
sconfitta (mi si passi il termine) e con un mezzo furto (mi si ripassi il
termine).
Napoleone Cozzi, Alberto Zanutti e Giuseppe Marcovig, nel settembre del
1902, sono al Campanile, per cercare di trovare la via per conquistarlo.
Napoleone Cozzi, triestino, sale da primo e riesce a superare il passaggio
chiave alla parete sud (passaggio che da allora porterà il suo nome “fessura
Cozzi”).
Poi, inspiegabilmente, non vede che a sinistra c’è il modo di proseguire
verso ovest e decide di tornare indietro. Avendo segnato tutti i passaggi
con del gesso rosso, in modo da non avere grandi difficoltà sulla via del
ritorno, prima di scendere crea un ometto di pietra per segnalare il punto
massimo raggiunto e poi si cala.
La notte, a Cimolais, all’Albergo Alla Rosa, i tre italiani incontrano due
alpinisti austriaci: Victor Wolf von Glanvell e Karl Günther von Saar.
Il vino non manca; Cozzi (un po’ in balla) racconta ai due la sua impresa e
la sua frustrazione per avere lasciato la via a metà.
Il giorno dopo, gli italiani scendono a valle mentre… gli austriaci vanno al
Campanile, trovano i bollini rossi di Cozzi, li seguono e… arrivati al punto
fatidico, hanno l’intuizione di passare a sinistra!
Verso lo spigolo
Sud-Ovest!
Scoprendo così il modo per arrivare alla vetta - attraverso
quella che sarà chiamata “ cengia von Glanvell” - e si aggiudicano la prima
ascensione il 17 settembre 1902.
Cozzi non tornerà mai più al Campanile.
Questa storia rende il tutto ancora più affascinante, più epico.
Prendo così
informazioni un po’ più precise e scopro che il posto più vicino per
pernottare in zona è il Rifugio Pordenone, in fondo alla Val Cimoliana.
Da Milano, un bel quattro ore e quarantacinque.
Si arriva fino a Longarone, si sale alla
tristemente famosa diga del Vajont, si prosegue per Erto, per il Passo
Sant’Osvaldo, giù fino a Cimolais poi a sinistra, sempre dritto per
quattordici
chilometri di strada sterrata che fa abbandonare la civiltà per entrare in
una vallata meravigliosa, in un’atmosfera incantata.
Il Rifugio Pordenone si raggiunge (volendo) in auto (ultimi dieci minuti a
piedi) ma, nonostante questa comodità che scandalizza i puristi, non perde
la sua essenza.
E’ accogliente, pulito, immerso nel verde e nel silenzio.
Marika e Ivan, gestori, hanno sempre il sorriso.
Da loro mi fermerò sette
giorni, scoprendo due persone speciali; andate a trovarli, non ve ne
pentirete.
Intorno, solo lo scenario delle Alpi Carniche.
La mia meta non si vede; non c’è modo di avvistare il Campanile da nessuna
parte se non andandoci apposta, salendo il sentiero che dal rifugio
faticosamente porta a lui.
Ho capito, Maometto andrà alla Montagna.
Con Alberto,
la Guida che mi accompagnerà, siamo d’accordo.
Il giorno stabilito, partiamo alle 7.30.
L’avvicinamento, infatti, non è
molto; ci impieghiamo circa un'ora e venti.
Il sentiero è aspro, poco invitante,
faticoso.
Al solito, all’inizio di un’escursione impegnativa o di
un’arrampicata, il mio umore è pessimo, anche se millanto e faccio la
brillante.
Ho il timore di non farcela, guadagnando pessime figure; mi chiedo che cosa
sto facendo?
Perché non la smetto di fare l’alpinista di ringhiera?
La risposta arriva dopo venti minuti che saliamo, io già sudata come un
pinguino nel Sahara.
Eccolo!
“Il
campanile più bello del mondo" (Severino Casara).
"L'Obelisco immane, il monte più illogico della Terra" (Theodore Compton).
"È la mia solitudine in mezzo ai miei simili" (Spiro Dalla Porta Xidias).
Finalmente lo vedo e me ne innamoro, non
c’è altro da aggiungere.
Il Campanile di Val Montanaia è una delle più incredibili strutture delle
Dolomiti.
Semplicemente strabiliante.
Si eleva per duecentocinquanta metri, incredibilmente isolato, al centro del grandioso
antiteatro dei Monfalconi di Montanaia; una piramide di roccia alta 2.173
metri.
E’ difficile che io riesca a NON parlare per più di cinque minuti…
Il Campanile compie il Miracolo… sono letteralmente senza parole.
Arrivati all’attacco della parete, –
affronteremo la via classica, quella più facile (e mi va più che bene!) - Alberto inizia le procedure per la progressione in
cordata, pure lui in silenzio.
Ci imbraghiamo e ci leghiamo.
Ci sono solo due ragazzi che stanno attaccando la via prima di noi.
In pochi minuti, siamo al primo tiro.
Ho risposto alla chiamata, eccomi qui.
Col senno di
poi, l'ascensione è mediamente difficile ma non impossibile.
Una delle scalate che ogni alpinista dovrebbe avere nel suo curriculum, non
tanto per la difficoltà (se lo dico io…) quanto per le caratteristiche
geologiche della montagna stessa.
"Nel
mezzo della parte più alta della conca, il nostro Campanile: nessuna cresta
lo unisce ad altre cime,
senza un sostegno di qualsiasi specie se ne sta qui
libero, diverso da ogni monte dolomitico"
(K.G. von Saar - K. Doménigg, Alla
scoperta delle Prealpi Carniche, CAI Cimolais 1905 / 1996).
Tranne la
parete sud dove si sviluppa la via normale di salita (la nostra) che
tuttavia presenta una traversata molto esposta e un breve tratto di V-, le
altre pareti sono tutte strapiombanti.
Dopo circa due ore (credo - non lo so - e chi se lo ricorda? Stavo vivendo
in un'altra realtà) siamo in vetta!
Camminiamo sopra a questo coso assurdo che pare caduto dal cielo!
Con rispetto suono la campanella che si trova in vetta, il suo suono nitido
mi fa capire che posso rilassarmi, che ce l’ho fatta!
Qualche foto ricordo, un sorso d’acqua e un abbraccio ad Alberto, ottima
Guida che mi ha fatto sempre sentire sicura senza esagerare nel “tirarmi su
come una zavorra”.
E poi via, c’è ancora un’emozione da vivere: la famosissima calata a corda
doppia di quaranta metri nel vuoto, inventata dal "Diavolo delle Dolomiti", Tita
Piaz.
La discesa è perfetta, la tensione della salita e la paura di non essere
all’altezza si sono sciolte al suono della campanella.
Tornati “a
terra”, ricomponiamo gli zaini e di buon passo, fa un caldo atroce, torniamo
al Rifugio Pordenone, dove Ivan e Marika ci attendono con due boccali di
Radler (per me) e Coca Cola (per lui).
Ivan mi
dice: “Non ti chiedo com’è andata e se ti sei divertita… perché si vede dalla
tua faccia!”
Aveva
ragione.
E’ vero, per
uno scalatore, il rapporto con il Campanile di Val Montanaia ha
caratteristiche di vero e proprio innamoramento. Non è il rischio, non é la
difficoltà, è la sua unicità che affascina!
Intanto si
fa sera e Alberto torna verso Cortina.
Io resto in
questo luogo perfetto… così poco frequentato, così selvaggio e sconosciuto ai
più (tutti riversati nel Cadore!).
Il Campanile
ha conquistato anche me e come tutti i grandi amori… non lo scorderò mai.
Alessandra Panvini Rosati
Milano, settembre 2013
NB: Ho quasi
il timore di consigliarvi di andare a visitare la Val Cimoliana, la Val
Zemola e tutta quella parte di Friuli, in generale. Se un posto
è bello, bisogna semplicemente NON andarci in massa per mantenerlo
tale… quindi per favore…. fidatevi sulla parola…