L'appiglio risolutore
di Mario Crespan
“Quelle
non restano in piedi per molto…”.
Così, nell’ambiente, parlavano delle Cinque Torri quando cominciai a salire
le montagne.
Le guardai con curiosità la prima volta che si profilarono al cielo di Zuèl,
simili alle rovine di un castello càtaro.
La Torre Grande - dicevano ancora – si sarebbe presto aperta come un fiore,
mandando a ruzzolare le sue tre cime ciascuna dalla parte opposta alle altre
due. Per non parlare delle torri più piccole, paurosamente pendenti.
In effetti, proprio da queste ultime adesso sono cominciati i crolli: due
anni fa è toccato alla Torre Trephor e sembra che la Torre Inglese sia
avviata alla medesima fine.
E se, come sembra, l’Università di Padova ha collocato dei sensori un po’
dappertutto nel minuscolo gruppo delle Cinque Torri, la situazione della
storica palestra degli “Scoiattoli” non dev’essere troppo rosea.
In ogni caso, forse per essere la più voluminosa e massiccia, la Torre
Grande è sempre lì e sèguita a resistere.
E, quasi per assurdo, nonostante tutte queste funeste previsioni, essa è
stata per me teatro di un episodio assieme di incrollabilità e di ritorno al
tempo perduto.


Ero appena un ragazzo e mi cullavo in sogni di bellissime arrampicate quando
Nico, un occhialuto alpinista bellunese, mi parlò della “fessura Dimai” alla
Torre Grande d’Averau.
Ne fui affascinato e presi dunque ad ascoltare a bocca aperta ciò che in
proposito mi raccontava l’amico, esprimendosi nel suo colorito dialetto.
Soprattutto mi intrigava l’uscita del passaggio chiave, dove la fessura – il
riss, così lo chiamavano a Cortina – si strozzava, formando volta.
Occorreva vincere lo strapiombo, continuando poi lungo la spaccatura
divenuta superficiale e ridotta ad una spanna di larghezza.
"Si va su incastrati fin che si può – mi ripeteva Nico per l’ennesima
volta – poi si protendono le braccia in alto, cercando l’appiglio
risolutore. C’è, questo appiglio, bello grande.
E’ una tonda concavità dal bordo ben rilevato, di grandezza tale da ospitare
ambo le mani: gli 'Scoiattoli' di Cortina lo chiamano “secièl”, chè nel
bordo di un secchiello davvero richiama la forma. Una volta agguantato il
secièl – concludeva Nico – è fatta, si è fuori."
Mi addormentavo, la sera, immaginandomi impegnato su quel passaggio –
valutato quasi di sesto grado – e nell’oscurità insistevo a disegnare i miei
movimenti con ogni possibile variante, aspettando il sonno che spesso tardava
a venire.
La fantasticheria trovava immancabilmente il suo coronamento nella presa del
secièl.
Poi via e su in cima.
Un attimo di suprema felicità.
Ma urgeva la giovinezza, con i suoi sconvolgenti interrogativi.
Fu così che il secièl ritornò al suo posto, là, sulla Torre Grande
d’Averau, a prendere sole, acqua, vento, gelo e tempeste, aspettando altre
mani sorgere dal bordo a volta della fessura in cerca della presa salvifica.
Ed esso nel contempo naufragò in me, soffocato da mille inutili illusorie
contingenze: pur racchiuso e conservato intatto al fondo di un remoto
alveolo della mente, presto me ne dimenticai del tutto.
Passarono venticinque anni.
Non mi ricordai del secièl nemmeno quando, in una limpida mattina
d’agosto, Checo (l’amico che talora mi convince a seguirlo su scalate
alquanto difficili) mi invitò ad andare sulle Cinque Torri.
"Potremmo
ripetere il riss, una classica" – propose.
Detto fatto, la via si risolve in cinque o sei tiri di corda.
Dopo il primo strapiombo, ci avvicinammo al tratto chiave, dove spiccava il
chiodone dei primi salitori. Checo superò il passaggio e, di lì a poco, mi
trovai incastrato a mia volta nella fessura che, appena sopra, si chiudeva.
Anche se ancora non me ne rendevo conto, era in tutto e per tutto come me
l’aveva descritta Nico.
Recuperato il rinvio sul chiodo “storico” e ormai compresso nella nicchia,
non mi restò che buttarmi in fuori, protendendo un braccio alla ricerca
dell’appiglio risolutore, se c’era.
Ma neanche giunto là, neanche in pieno strapiombo mi tornarono alla mente
Nico e i suoi reiterati racconti.
Nemmeno in quel punto ero riuscito a liberare la reminiscenza del passaggio
più cospicuo e peculiare, il secièl.
Esso continuava a sonnecchiare nelle latebre della mia memoria.
Ma ecco che la mano afferra una magnifica presa, solida e larga, tanto da
permettere anche all’altra mano di aggrapparvisi accanto.
E allora, all’improvviso – e solo in quel momento – venne la folgorazione:
il ricordo ritrovò la luce e si dischiuse.
Il contatto alla cieca, e poi a vista, delle mie mani aggrappate al
secièl era lo stesso immaginato tanti anni avanti, nelle veglie
trascorse sognando il superamento di quel medesimo tratto del riss.
“Il secièl, ma sicuro, eccolo il secièl…” – madeleine
di pietra – era rimasto in attesa fino all’attimo preciso in cui le mie mani
lo avevano afferrato per realizzare un fulmineo ritorno al “verde paradiso
degli amori infantili”.
Gli appigli, assieme agli appoggi (ma la funzione dei piedi è ritenuta
subalterna a quella delle mani), formano una complessa realtà
plastico-visiva da decifrare.
Se le protuberanze sono di roccia friabile, una volta sfruttate molto spesso
non si incontreranno più. Ma gli appigli di roccia solida, sicura, quelli
che non tradiscono mai, quando sono decisivi si imprimono a fondo nella
memoria – anche se in tal campo è labile come la mia – e, pur messi in ombra
da tutti gli accadimenti che si susseguono nella vita, non ci abbandoneranno
tanto facilmente.
Testimoni di attimi, anche drammatici, essi giacciono nel chiuso dei nostri
apparati mnemonici, in attesa che una associazione involontaria, stimolata
da gesti, da suoni, da odori, da parole o da sensazioni tattili,
proustianamente li faccia rivivere incorrotti, così come sono rimasti nel
loro isolamento.
Quel giorno attraversai la cima della Torre Grande d’Averau e tornai a valle
con l’impressione di avere stabilito e vissuto un magico e raro contatto col
passato, arrivando a intaccare per un brevissimo istante l’impenetrabile
barriera del tempo.
Perché la memoria non è una videocamera: deve ricostruire.
Eccole qui le Cinque Torri, periclitanti ma indistruttibili.
Sì d’accordo, la Torre Trephor non c’è più.
Però siamo riusciti a calcarne la vetta, a suo tempo, e resterà in noi per
sempre.
Quando abbiamo scalato una montagna essa non potrà crollare mai più.
Perciò, finché è possibile, continueremo ad accostare le Cinque Torri per
riprendere lena, per riabituarci al gioco dell’arrampicata.
Come un malato non più immaginario ora le tengono in osservazione,
all’attacco delle vie, oramai pulite e lisciate all’uso, forse i timori non
sono svaniti.
Tuttavia lo sguardo si spinge in alto quasi a dire:
“Ma insomma, non sarà proprio oggi che verrà giù tutto quanto!”
Mario Crespan
Carbonera (Treviso) ottobre 2006