Una leggenda dolomitica
Prima ascensione di Fontana dell’oblio alla parete ovest della Pala della Ghiaccia
di Stefano Michelazzi
“Come son cambiate le abitudini dell’andare in montagna, e come siam
cambiati noi”.
E’ una considerazione che mi viene alla mente, mentre tra una
chiacchiera e l’altra camminiamo di gran lena lungo il sentiero. Ormai
son più di vent’anni che facciamo questo “gioco” e non è solo il
connotato dell’età che ci vede diversi.
L’arroganza giovanile ha lasciato il posto alla compostezza adulta e i
segni dell’esperienza si notano dentro lo zaino, nell’equipaggiamento
ben sistemato, quasi catalogato, nella cura dei dettagli che ora rendono
più mirate e meno goliardiche le nostre uscite, anche se la voglia di
ridere e divertirsi è rimasta sempre la stessa.
Un grido secco e la brusca frenata di Ivo mi riporta alla dimensione
presente.
Non si può certo dire che il mio amico sia un tipo facile ad
impressionarsi, e chi si è legato alla sua corda conosce bene la
freddezza che lo contraddistingue nelle difficoltà, ma davanti ad un
viperone che sarà lungo almeno un metro, sfido chiunque a non
allarmarsi.
E’ proprio nel punto più stretto e infido del sentiero, una traccia
stretta, scavata nella franetta discendente dalla parete sovrastante,
che si verifica il nostro imprevisto incontro.
Con la lentezza esasperante, comune a questi rettili, il nostro casuale
compagno di viaggio cambia itinerario infilandosi tra le erbe alte e
scompare alla nostra vista.
Riprendiamo perciò, allegramente, il cammino che ci sta portando alla
base della nostra parete.


L’inverno scorso fu proprio Ivo a propormi di tentare una via che
salisse direttamente il grande, stupendo muro grigio della Pala della
Ghiaccia, 2423 metri, quella parete dolomitica esposta a ovest, nascosta
tra le balze dei Dirupi del Larséc, nota tra gli alpinisti per la
bellissima realizzazione che portò a termine la cordata di Tita Weiss,
Gino Battisti e Dante Colli nel lontano 14 settembre 1980.
Un’intelligente traversata caratterizza la prima parte di questa salita,
che dal diedro d’attacco centrale permette di spostarsi sulla sinistra
della parete evitando gli strapiombanti muri centrali e creando così
quel capolavoro di alpinismo classico, quale risulta questa via.
In effetti, la linea centrale, la “goccia d’acqua”, risulta ancora
violabile e vista con una concezione moderna di forzatura delle
difficoltà appare una gran bella sfida.
Siccome quel “marpione” del mio socio sa bene come prendermi per la
gola, quando si tratta di chicche come questa, la mia reazione poté
essere soltanto positiva.
Stamani, a ingrossare le file degli “assaltatori” c’è anche Stefan
Comploi,
ormai storico compagno di cordata di Ivo, condivisore di innumerevoli
salite.
Stefan è un tipo riservato, ci siamo conosciuti già qualche tempo fa, ma
finora non c’era mai stata l’occasione di arrampicare assieme.
Ogni tanto dice qualche parola, ma siamo soprattutto io ed Ivo a
mantenere attiva la conversazione, discutendo di storia dell’alpinismo,
di grandi salite, di piccole miserie umane racchiuse negli aneddoti, dei
quali il mio amico sembra avere un archivio inesauribile; di donne,
argomento che nei discorsi della gente di montagna è un vero e proprio “must”.
Se è vero che tre è il numero perfetto siamo a cavallo!
Arriviamo all’attacco della parete strasudati, visto anche il passo non
proprio da gita che abbiamo tenuto.
Ora però le chiacchiere si spengono e iniziano i discorsi di valutazione
della situazione.
Parte Ivo, che si merita giustamente l’onore di gustarsi il primo tiro,
vista la paternità di questa idea.
Lo guardiamo attenti mentre sale, metro dopo metro, la lavagna grigia.
Si intuisce, anche dalle poche parole che scambia, mentre continua la
sua ascesa, che l’arrampicata è bella ma impegnativa.
D’un tratto sparisce, nascosto da una costola che ci impedisce la
visuale e possiamo intuire le sue mosse solo osservando i metri di corda
che ci sfilano nelle mani mentre lo assicuriamo.
Dopo cinquanta metri il suo fischio ci rassicura.
Ha piazzato una buona sosta ed è pronto a farci salire, fino alla prima
tappa di questa nuova avventura.
Ci prepariamo a raggiungerlo.
Le placche si dimostrano subito splendide, ma come avevamo compreso,
difficili.
L’aderenza la fa da padrona.
L’arrampicata, però, fatta di movimenti ben calibrati, che rendono il
gesto estetico, ci fa godere di questi primi passi sulla parete ed alza
il livello di eccitazione, nell’attesa di quello che ci aspetta più
avanti.
Un diedro delicato, che Stefan, disgaggiatore nato, ripulirà al suo
passaggio, porta nell’unico punto dove la nostra salita incontrerà la
Weiss-Battisti-Colli, la traversata.
Un muro su belle prese ci porta poi al terrazzino della sosta. E
l’ouverture è creata! Adesso tocca a me.
La fessura che ci sovrasta si dimostra subito “cattiva”, liscia e poco
proteggibile a causa della sua conformazione, e lo strapiombo che la
interrompe a due terzi d’altezza mi obbliga a una resa diplomatica.
Infliggo colpi rapidi e decisi sul perforatore, e lentamente creo il
foro che mi permetterà di piazzare lo spit, il tassello ad espansione,
che spinto poi di forza all’interno del foro stesso creerà un corpo
unico con la roccia e quindi un ancoraggio altamente resistente.
Così facendo, potrò affrontare lo strapiombo che non permette di
proteggersi con i metodi tradizionali, prevenendo gli eventuali
imprevisti che potrebbero ostacolare il mio procedere.
Ancora uno spostamento delicato ed è fatta. Sono su di un bel terrazzino
dove posso sistemare un’ottima sosta e recuperare i miei compagni che mi
raggiungono entusiasti.
Riparto.
Sul tecnico muro successivo, decideremo di usare ancora due volte un
tassello a espansione, per dare ai ripetitori la sicurezza necessaria a
compiere una bella salita, senza patemi d’animo per l’incolumità
personale.
Forare la roccia a mano è un lavoro faticoso e spesso, quasi
interminabile nei tempi.
Si è fatto tardi e decidiamo di interrompere qui la nostra giornata, per
avere il tempo necessario di ritirarci con tranquillità.
Discendere a corda una parete è un’operazione che comporta tempi lunghi
e richiede molta attenzione nelle manovre, pur utilizzando gli ancoraggi
che abbiamo attrezzato per le soste, i quali ci faciliteranno il
compito.
Abbiamo raggiunto e assaggiato i muri centrali e, grazie
all’instancabile opera di Stefan, ripulito la nostra linea dai massi
instabili che in alcuni punti potevano rendere pericolosa la salita.
Ce ne torniamo a valle soddisfatti, non prima però, di aver fatto
rotolare un bel po’ di massi giù per il ghiaione.
Tre bambini che
giocano a rimpiattino?
Beh, in fondo per definire la figura del “puer”,
insita nell’animo degli alpinisti si sono versati fiumi d’inchiostro,
vogliamo che siano stati inutili?
Fa un freddo cane! Ha piovuto fino a
poco fa e la voglia di andare latita un po’.
Poi però ci tiriamo l’un l’altro e alla fine siamo di nuovo qui sotto il
nostro muro.
Siamo un terzetto ben affiatato non c’è che dire, anche la riservatezza
iniziale di Stefan ormai è un ricordo, e il piacere di sentirsi quassù,
insieme a chi ha la tua stessa passione e ne condivide gioie e dolori è
qualcosa che riesce difficile da spiegare, ma ti riempie l’anima.
Tra una chiacchiera e l’altra, e qualche presa in giro all’indirizzo del
primo di cordata di turno, che impegnato nella salita non può far altro
che subire le canzonature degli altri due, raggiungiamo il punto più
alto della volta scorsa.
Il freddo è intenso, siamo partiti tardissimo e bisogna cercare di
accelerare i tempi per portare a casa un risultato anche oggi. Anche
perché sappiamo già che, viste le condizioni, non arriveremo molto in
alto.

Concludo la lunghezza di corda che mi porta ad un gradino molto
comodo.
Il tiro mi ha impegnato parecchio, non solo per quanto riguarda la
difficoltà tecnica, ma perché proteggersi adeguatamente, evitando la
possibilità di un volo, che risulterebbe in questo caso altamente
traumatico, è risultato quasi impossibile.
A volte capita di far appello a tutta la concentrazione possibile, a
tutte le risorse derivanti dall’esperienza e fare il passo che, sai,
potrebbe metterti in condizioni spiacevoli, ma l’alpinismo esplorativo è
anche questo.
I miei compagni d’avventura nel risalire, esentati dal rischio del volo,
grazie alla corda che ne protegge l’incolumità dall’alto, sistemano la
chiodatura rendendo i passaggi sicuri per la nostra prossima visita e
per i futuri ripetitori.
Prepariamo il materiale nei sacchetti che lasciamo qui in parete, appesi
alla roccia, rendendoci più agevole il prossimo “attacco”.
Stiamo scivolando lungo le corde che ci riporteranno a terra, quando Ivo
comincia il racconto della leggenda che caratterizza la base di questa
parete.
Il racconto di una sorgente che dà l’oblio e fa dimenticare tutto.
Ma, dice la leggenda, nemmeno il bere a questa fontana potrà cancellare
l’amore.
Una bella e romantica fiaba delle Dolomiti, che alimentava le fantasie
dei bambini di un tempo, quando seduti davanti al fuoco scoppiettante,
unico punto di ristoro della casa nelle gelide sere d’inverno,
ascoltavano i racconti di fate, maghi e principesse.
La fantasia volava alta, la televisione allora non aveva ancora
inaridito i sogni dell’uomo.
E non vola alta la fantasia dell’alpinista, che è capace di immaginare
sugli ostili muri di una montagna la linea che lo vedrà danzare gioioso
sull’orlo dell’abisso?
Quale altro nome potrebbe essere migliore, per
identificare la linea razionale che questi sogni hanno prodotto?
E’
deciso! Sarà il nome delle nostre fatiche su questo mare di roccia.
Siamo in quattro oggi, Chiara si è unita al gruppo e ci accompagnerà
fino all’attacco, poi ci aspetterà su in alto, al Passo, dove la cresta
che rappresenta la discesa dalla cima si unisce ai verdissimi prati
sottostanti.
Lungo il percorso incontriamo due alpinisti che conosciamo
e che vogliono tentare la Weiss-Battisti-Colli.
Le chiacchiere a questo punto assumono quasi i toni del cicaleccio di un
mercato.
E’ una bella giornata, calda e solare, di quelle che ti mettono addosso
la voglia di arrampicare.
Mentre Chiara si allontana lungo il sentiero che risale al passo e la
coppia di amici, che hanno ingrossato il gruppo durante l’avvicinamento,
si perde nei suoi “riti preparatori”, cominciamo la risalita della
nostra via.
I tiri di corda si susseguono veloci.
I passaggi sono memorizzati nelle nostre menti ed ognuno di noi sa
esattamente come muoversi.
Questo almeno fino a dove lasciammo il
materiale l’ultima volta.
Ora alzarsi da questa cornice sospesa nel vuoto, significa ancora una
volta, salire verso l’ignoto.
Gli strapiombi che ho sopra la testa, e che si avvicinano passo dopo
passo, mettono soggezione.
Lo sguardo scruta verso l’alto alla ricerca del punto più debole.
Un passaggio ostico, un dito infilato in un buchetto quasi invisibile,
mi dà l’accesso ad una bella fessura che taglia orizzontalmente per
qualche metro, e sembra permetta di raggiungere l’isola di pace in mezzo
al caos degli strapiombi.
Guardo in su ed in giù, considero i possibili effetti di una caduta da
questo punto e decido che forse sarebbe meglio proteggere questo tratto
ancora una volta “violando” la roccia.
Forse, vincere le nostre paure forzando artificialmente la parete, non è
“cavalleresco”, ma la voglia di procedere oltre, di scoprire cosa c’è
aldilà, mantenendo però almeno uno spiraglio aperto, nella porta che
divide la vita dalla morte, sono convinto giustifichi ampiamente scelte
di questo tipo.
Oltre, sapendo che il ritorno non è più impossibile, salgo più leggero.
L’oasi che si intuiva c’è, e per qualche metro l’arrampicata diventa
meno difficoltosa.
Ma ora rimane la prova più difficile, aggredire
direttamente lo strapiombo.
Salgo con circospezione, tastando gli appigli per saggiarne con le punte
delle dita la consistenza, la capacità a farmi salire senza di colpo
schizzare verso il vuoto, con me dietro.
Una placca liscia blocca la mia avanzata.
Tasto un po’ ovunque alla ricerca di qualche asperità che mi dia la
possibilità di progredire o almeno di agganciare un cliff, quei gancetti
“magici” che molte volte riescono a “salvarti il culo” nelle situazioni
più impegnative.
Una listella di roccia quasi impercettibile diventa quindi la sede
“ideale” del magico gancio.
Non mi ci posso appendere del tutto, l’impressione è che se mi ci
appendo di peso schizza via tutto.
Allora, mentre con una mano mantengo
la posizione e l’equilibrio, aiutato dal gancio che scarica parte del
mio peso, con l’altra provo a piantare un chiodo.
Una fessurina quasi ridicola accetta per qualche centimetro che il
chiodo si faccia largo al suo interno, poi il suono tinnulo che già
faceva presagire ad un chiodo buono si interrompe, sostituito da quello
monotono della fessura cieca … fine corsa.
Meglio che niente, penso, ora posso almeno scaricare il peso dal cliff,
che in ogni caso risultava ben peggiore del chiodo, nel suo ruolo di
“protettore”.
Poco più su una svasatura nella roccia liscia fa intuire la presenza di
un possibile appiglio.
Con molta cautela alzo i piedi e infilo le dita
nella svasatura …
Se avessi infilato le dita nel culo di una gallina,
aldilà degli schiamazzi che avrebbe provocato da parte del povero
volatile, credo che l’effetto non sarebbe stato molto diverso … è piena
di fango!
In quella posizione precaria, ormai alto sopra l’ultimo chiodo
buono, provo a inserire un chiodo dentro la svasatura. Anche questo
s’infila più o meno con le stesse modalità di quello precedente.
A questo punto s’impone una decisione: salire comunque o forare.
Ivo e
Stefan mi incitano da sotto e le loro urla di incoraggiamento mi danno
la carica … vado!
Alcuni passi calibrati sulla placca liscia mi
permettono di raggiungere uno spigoletto sulla destra, che ospita una
bella fessura dove posso finalmente piazzare una buona protezione … tiro
un po’ il fiato.
Ancora una serie di passaggi non banali e finalmente lancio un urlo
liberatorio: SOSTA!
I miei compagni risalgono decisi verso di me, e mentre Ivo sistema un
po’ la chiodatura, Stefan al solito ripulisce i passaggi da tutto quello
che appare non perfettamente solido … è veramente instancabile.
Ora posso
un po’ riposare la mente, tocca a Ivo forzare le placche che ci
sovrastano e ci permetteranno di raggiungere gli strapiombi finali.
Lo guardiamo traversare poi salire poi riattraversare.
Sempre con un
ritmo lento, alla ricerca dei passaggi più abbordabili in un mare di
placche lisce.
Scompare per breve dietro uno spigolo poi lo vediamo di nuovo, più in
alto.
Serpeggiando sugli specchi alla fine raggiunge un buon posto di sosta,
una nicchietta che sarà l’ultimo trampolino per lanciarci all’attacco
finale.
Un capolavoro d’intuito, penso, mentre risalgo la lunghezza.
La via di
salita da sotto non appare chiara e bisogna indovinare i punti migliori,
consci anche del fatto che la compattezza di queste placche non permette
di proteggersi con molti chiodi, anzi.
La fortuna però ci assiste e lungo il tiro più di qualche “clessidra”,
quelle formazioni rocciose che nella figura assomigliano appunto al
sabbioso segnatempo, ha permesso al mio amico di pararsi le parti basse
rischiando il meno possibile.
Riparte.
In pochi ma difficili metri raggiunge l’orlo dello strapiombo.
Ora il
difficile diventa veramente riuscire a proteggersi, la roccia non
accetta granché e Ivo martella di qua e di là cercando la fatidica
fessurina che ci verrà in aiuto.
Un chiodo sembra sicuro.
Un piccolo friend proprio sul bordo e Ivo passa oltre …
Ora non lo
vediamo più, rimane nascosto dalla fascia di strapiombi.
La successiva parete lo impegnerà per molto tempo, le caratteristiche
sono le stesse del tiro precedente: pochi chiodi e passaggi belli
impegnativi, ma almeno la qualità della roccia continua a essere ottima.
Assieme a Stefan, appesi ai chiodi, su questa terrazza sospesa sopra
trecento
metri di vuoto, facciamo qualche chiacchiera, senza mai distogliere lo
sguardo dalla corda che ogni tanto scivola verso l’alto, poi, nell’aria
si leva il fischio di Ivo.
E’ il segnale, ci siamo!
Togliamo i nostri “ancoraggi” e partiamo,
sapendo che ormai è fatta.
Procediamo decisi, ma godendoci ancora gli ultimi metri di questa
stupenda parete.
In cima l’amico ci attende sorridente.

Ci scambiamo i complimenti per la
bella realizzazione che abbiamo appena compiuto e ci sdraiamo sul
piccolo tappetino erboso che offre questa minuscola vetta,
chiacchierando allegramente e guardandoci attorno osservando cime e
pareti che ci circondano e ci fanno sentire a casa, nel nostro mondo.
Raccogliamo le corde e sistemiamo il materiale negli zaini.
Scendiamo la crestina che ci collega all’altopiano erboso dei Dirupi del
Larséc e su di una selletta una simpatica sorpresa: Chiara che ci ha
raggiunti tira fuori dallo zaino una bottiglia di spumante … meglio di
così per festeggiare … Qualche foto ancora per immortalare questi attimi
e poi via lungo il sentiero che ci riporterà dapprima alla macchina e
poi verso le rispettive case, ripassando però, ancora una volta alla
base di questo muro grigio, questa parete che ci ha fatto sognare prima
e realizzare il sogno poi, quasi a porgere le nostre congratulazioni
anche a lei.
E’ quasi un atto dovuto.
Stefano Michelazzi
Diario della prima ascensione di Fontana dell’oblio alla parete ovest della Pala della
Ghiaccia, Stefano Michelazzi, Ivo Rabanser e Stefan Comploi, 24 giugno
2007.
Nota della redazione.
Racconto tratto da GognaBlog, con la gentile concessione di Alessandro
Gogna.