Solo sul Settimo Cielo
di Tommaso Furlani
Mi presento, sono uno di quegli arrampicatori che si possono definire
della domenica (e purtroppo nemmeno di tutte le domeniche…) e forse in
quello che faccio sono anche uno dei più scarsi che si possono
incontrare in giro, ma adoro la montagna e quello che ha da offrire.
Non so come mi è venuta questa idea, arrampicare da soli, senza un
compagno che ti può aiutare in caso di difficoltà, immersi in un
ambiente spesso severo che non lascia molto spazio ad errori o
incertezze.
Per di più l’idea è venuta a me… decisamente non un gran arrampicatore,
né un grande alpinista, ancora meno uno di quelli che arrampica sempre a
mente fredda. Anzi ho il ricordo di tutte le volte che, per ragioni di
lavoro, amici, impegni amorosi o indecisione sono stato mesi senza
toccare la roccia, senza poter vedere la corda che si allunga sopra
l’ultima protezione, e tutte le volte quando tornavo ad indossare
l’imbrago c’era sempre quell’indecisione, quell’insicurezza nel
progredire e la paura nel rischiare di volare.
L’ultima volta è stata proprio nella primavera del 2016, tra l’altro
passata ad arrampicare quasi con costanza col mio solito compagno di
cordata per prepararsi a tutti i progetti e sogni alpinistici che
cominciavano a prendere forma. Due giorni, anzi per la precisione una
sera ed un giorno, passati sotto le cime delle Piccole Dolomiti.
Una notte all’addiaccio vicino alla macchina, nel boschetto di fianco al
rifugio Campogrosso, passata a rigirarsi tra
aghi di pino e sassi e poi
via, la mattina verso le pendici del Baffelan decisi a scalare una delle
famose vie della zona, la Carlesso. Arrivati all’attacco ci aspetta una
brutta sorpresa.
Nonostante ci fossimo alzati di buon ora sembra di essere al
supermercato.
Diverse cordate in fila ad aspettare il proprio turno stanziano ai piedi
della parete. Decisamente non fa per noi.
Ore di macchina passate a guidare per scappare dalla folla e stare un
po’ con se stessi non possono finire così.
In più entrano in gioco anche considerazioni puramente pratiche, come le
tempistiche di percorrenza con il biglietto che indica il posto numero
cinque al banco degli affettati.
Decidiamo allora, su consiglio di un ragazzo che aspetta, di andare a
provare lo spigolo Soldà che attacca poco più in alto. Già durante
l’avvicinamento noto che qualcosa non va, i passi non sono sicuri come
al solito, lo sguardo cade più volte sulle grinze della roccia per
decidere come muoversi per non scivolare a valle… e dobbiamo ancora
cominciare ad arrampicare!! L’arrampicata comincia e tutto fila liscio
fino al tiro chiave.
Non tocca a me, il mio compagno di cordata tiene le redini per questi 35
metri di roccia.
Arrivato il mio turno tornano le sensazioni di insicurezza già provate
durante l’avvicinamento.
Cosa non va? Il tiro è abbordabile, l’ultimo passaggio per rimontare sul
tetto di sosta fa un po’ pensare, ma non dovrei sentirmi così… Non può
essere! Non ancora…
Un blocco. Arrivato in sosta guardo il mio compagno di cordata: “Oggi
non ci sono con la testa”.
Ecco credo che tutto sia iniziato qua… Ultima via prima dell’estate.
Estate dove sono rimasto fermo a causa di un infiammazione all’alluce.
Ripreso ad arrampicare nei mesi autunnali, le ultime sensazioni provate
su roccia sono di insicurezza con quel pensiero che credo abbia
accompagnato un po’ tutti almeno una volta a parte pochi fortunati: “Ma
chi me l’ha fatto fare di intrigarmi in questa situazione?”.
Ed è stato qui che mi è venuta in mente l’idea di arrampicare in
solitaria.
Si lo ammetto, appare tutto un po’ contraddittorio, ma è proprio questo
che mi ha portato alla decisione di intraprendere questo viaggio. Mi
ritrovo nelle parole di Mauro Corona che credo spieghino il concetto
meglio di come possa fare io e con la semplicità che lo
contraddistingue:
“Io sono un uomo pauroso, e le cose che ho fatto,
scalare, scrivere… Le ho fatte per vincere quella paura”.


Quindi per questo, dopo l’ennesima volta che mi sono trovato attaccato
ad una parete insicuro ed indeciso, ho deciso di arrampicare in
solitaria. Un altro nodo cruciale sulla corda che mi porta ad
arrampicare da solo è una delle numerose gite solitarie in montagna.
Quest’ultima, forse, più cruciale di altre perché non si tratta più
solamente di passeggiate ma si comincia a toccare la roccia salendo al
monte Agner attraverso la ferrata Stella Alpina.
E forse anche perché mi balenano già in testa quelle strane idee.
Due giorni meravigliosi dove le uniche cinque persone incontrate sono
quattro americani al bivacco Biasin, che aspettano l’alba per andare a
lanciarsi dalla cima con le tute alari e il rifugista del rifugio
Scarpa.
Tra l’altro, con quest’ultimo passo una piacevolissima ora (tanto fretta
non ce n’è….) a guardare percorsi su infinite cartine, foto e
attrezzature per un progetto che lo vede protagonista sui sentieri dei
parchi americani.
Due giorni immerso tra le pareti dell’Agner, dove ad accompagnarmi ci
sono solo il fischio del vento ed il rumore di qualche sasso che si
infrange sulla montagna probabilmente in seguito al passaggio di qualche
camoscio.
Una nottata passata a circa 2600 metri, ad osservare il sole che
scompare dietro le cime che circondano il bivacco, accennando qualche
canzone con l’armonica, per quello che le mie estremamente limitate
capacità di suonatore mi permettono. Tornando verso Ferrara il secondo
giorno in macchina penso tra me e me:
“E perché non riportare quest’esperienza in solitaria sulle pareti
d’arrampicata con corda e scarpette?”.
Nel frattempo riprendo ad arrampicare in palestra, qualche via in
montagna, ed intanto mi informo sulle tecniche di sicurezza da adottare
per autoassicurarsi in parete, parlo con chi ha già vissuto
quell’esperienza, sempre più convinto, testando in palestra le tecniche
imparate.
Tutto questo mi porta nel gennaio del 2017 ai piedi della parete di vie
sportive sotto la falesia Regina del Lago in Val di Ledro con un sacco
da recupero sulle spalle, attrezzatura che fino a qualche mese prima non
sapevo nemmeno esistesse ed una cordata sopra di me ad urlarmi:
“Ehi
voi! Occhio in basso che la roccia è rotta e rischiamo di farvi cadere
in testa qualcosa!!”.
“Ehi voi...”


Devo ammettere che un ghigno sul viso, in quel momento, mi deve essere
comparso…
Il tempo di tirar fuori tutta l’attrezzatura e la coppia di ragazzi già
non si vede più.
Meno male, se no che solitaria sarebbe stata con due sopra la testa che
si urlano ... “Molla tutto!” ... “Libera!”
... “Puoi partire!” ??!
E’ tutto pronto, controllo tutto due volte... e via... partiti...
Non sembra tanto diverso dal solito, anzi meglio, sono più concentrato,
ogni singolo movimento viene pensato, valutato non una ma due volte in
quella frazione di secondo.
Ed ecco l’illuminazione! Forse quello è il problema!
Quel giorno sul Baffelan, sul tiro chiave, stavo arrampicando da secondo
di cordata, stavo dando troppe cose per scontate, non ero concentrato
come avrei dovuto! No, non credo sia stato quello, tutte scuse che dico
tra me e me, ovviamente al termine della giornata, non mentre arrampico.
In quel momento non c’è tempo per pensare ad altro se non al prossimo
movimento da compiere.. e dopo un po’ si smette di pensare anche a
quello, si sale e basta, col sorriso stampato in faccia.
Sorriso che quando arrivo alla prima sosta, recupero il sacco e mi
accorgo che “Si può fare!”, parte da un orecchio per arrivare
all’altro.

Bene, anzi benissimo! Mi guardo intorno, il contesto è sempre
spettacolare forse perché avendo fatto qui alcune delle mie prime vie
lunghe mi sono un po’ affezionato alla Val di Ledro.
Guardo in basso e non arriva nessuno, in alto e non vedo più la cordata
davanti a me.
La giornata è splendida ed il sole scalda la parete in quella corta
giornata d’inverno.
Si può ripartire verso la cima.
Non credo abbia senso continuare a descrivere la salita.
Forse l’unica nota di poco conto è che il sacco ad un certo punto si è
incastrato mentre tentavo di recuperarlo sul penultimo tiro. Una cosa da
niente, anzi, forse la normalità nelle scalate di questo tipo, ma
proprio per questo sono contento che sia successo.
Di sicuro non è stata una grande impresa alpinistica, soprattutto
considerando la parete alquanto addomesticata nella quale si è svolta
l’esperienza, ma per me è stata una piccola conquista, la mia piccola
avventura ed è per questo che amo andare in montagna.
Tommaso Furlani
Solo sul Settimo Cielo
Val di Ledro. Gennaio 2017