Una (stra)ordinaria giornata di falesia
di Mara Pedrazzini
Passiamo la maggior parte del tempo rincorrendo chimere, affliggendoci
per ansie e preoccupazioni (non sempre, ma spesso senza fondamento),
illudendoci che la vita stia tutta in quell’affannoso susseguirsi di
‘cose da fare’.
Un po’ depressi, un po’ senza bussola in un mare di falsi valori…
Utilizzo un generico ‘noi’, ma in effetti forse non dovrei. Piccola
presunzione da filosofia spicciola!
Comunque, i giorni e con essi la vita scorrono via veloci, a volte
troppo uguali l’uno all’altro, poco consistenti e… improvvisamente,
senza nessun preavviso, ti ritrovi catapultato in una di quelle giornate
così perfette da far male, tanto ti gonfiano il cuore.
E cosa succede di così straordinario? Niente. O forse tutto.
Il luogo giusto, le persone giuste, l’attimo che così deve essere.
Per definire questi attimi inafferrabili ci si affida alle parole,
diverse (e mai soddisfacenti) in ogni angolo del mondo: benedizione,
illuminazione, armonia, estasi, energia.
Per me è come se si aprisse uno squarcio in una tela bianca e
contemporaneamente nel mio petto, come se fossi sputata fuori da sabbie
mobili che non sapevo mi trattenessero.
La mente torna libera, vivace, le percezioni si affinano. Mi ritrovo in
uno stato di pura gioia.
Ogni fibra del mio corpo ‘sfrigola’, attraversata da un flusso intenso
di energia elettrica.
Mi è già capitato di incappare in questi rari momenti di grazia, e
proprio durante giornate trascorse in montagna. Per questo non mi
stupisce che sia successo ieri in falesia.
Mi ha invece colta di sorpresa la potenza con cui è accaduto.
Di solito, prima, durante e dopo qualsiasi situazione in cui devo
affrontare e mi devo confrontare con altre persone trascorro ore e ore a
pensare, ad aver paura, a sentirmi inadeguata, ad immaginare giudizi e
sentenze; ebbene proprio io, ieri ero felice. Felice e basta. Tutto è
stato felicità.

Una giornata cominciata al secondo piano seminterrato del complesso di
palazzi in cui abitiamo (io e Carlo, compagno di vita e di montagna).
Appuntamento alle 7:15 con Raffaele e Valentina, due amici e anche
vicini di casa.
Ci infiliamo tutti nella Cinquecento gialla, che non è
molto spaziosa, ma lo stringerci l’uno vicino all’altro ci aiuta ad
affrontare il freddo e il buio che ci attendono appena sbuchiamo in
superficie.
Prima tappa a Castello (Castel San Giovanni per i meno
avvezzi), dove dobbiamo incontrare altri due allegri compari, Gigi e
Diego. Li attendiamo nel parcheggio accanto al casello, immersi in un
paesaggio reso un po’ meno desolante dal luccicore della brina.
Quando
arrivano, Gigi sfoggia degli occhiali da sole che stanno ad indicare una
sola cosa: deve e vuole dormire. Gigio (Raffaele) li accoglie con una
prima raffica di battute e poi si parte tutti insieme alla volta di
Finale. Riscaldamento al massimo, finestrini appannati e la strada che
scorre via veloce mentre il giorno nasce lentamente, come succede sempre
d’inverno. Prima campi irrigiditi dal gelo, poi la neve al Passo del
Turchino e infine, illudendoci di lasciarci il freddo alle spalle,
allunghiamo lo sguardo verso il mare.
In macchina si chiacchiera, si
dorme e si sceglie la falesia, quella giusta, per evitare il vento e per
godere almeno un po’ del tepore del sole, perché oggi fatichiamo ad
acclimatarci e ce ne accorgiamo quando ci fermiamo a Finalborgo per la
colazione.
Cosa succede? Perché non sto già dando sfogo a tutto il mio complicato
mondo interiore?
C’è spazio solo per il sapore forte del caffè e il
profumo di focaccia, per le risate e gli ammiccamenti, per il sole che
comincia a scaldare e la promessa della birra di fine giornata.
Torniamo a sardinizzarci nella Cinquecento per raggiungere la falesia
dello Scorpione.
Abbandonata finalmente l’auto e caricati gli zaini sulla schiena ci
mettiamo in moto, seguendo uno stradello che si apre tra gli ulivi e poi
sale verso le pareti di calcare tanto agognate.
C’è tempo per esplorare
una grotta (chiodata anche quella!!) e per buttare uno sguardo ammirato
alla Falesia dell’Alveare, la cui conformazione giustifica a pieno la
scelta del nome.
Giunti alla meta, c’è già qualche scalatore in azione,
ma non c’è ressa e subito mi sento ‘accolta’ da questo luogo, quasi
protetta. In realtà è da quando siamo partiti che mi sento ‘protetta’;
senza rendermene conto, mi sono lasciata avvolgere da questa sensazione.
Merito soprattutto delle persone che sono con me.
Della pazienza di
Carlo, dell’affetto di Raffaele, dell’accoglienza genuina di tutti gli
altri.
Merito del mare, del sole e - perché no? - forse anche dell’aver
dimenticato il telefono a casa!
Il tempo di scegliere il nostro angolo dove depositare gli zaini e tutti
hanno già indossato l’imbrago e sistemato il materiale in vita. Io e
Carlo siamo i novellini del gruppo, i più titubanti e naturalmente i più
lenti.
Diego e Gigi, che non ha ancora abbandonato gli occhiali scuri ma
ora è decisamente sveglio, partono di slancio e mentre si avventano
sulla parete non perdono occasione per stuzzicare Raffaele.
Lui e
Valentina stanno accanto a noi e so che, pur essendo un’uscita tra
amici, Gigio non riuscirà a svestire del tutto i panni dell’istruttore
CAI e vigilerà sulle nostre mosse.
In cuor mio spero possa divertirsi e
dimenticarsi di noi.
Finalmente si comincia e succede ciò che dovrebbe succedere sempre:
riesco a non pensare ad altro che alla roccia, ai suoi buchini, alle sue
rughe, alle sue fessure.
Oggi finalmente siamo solo io e lei e ci stiamo
divertendo!

È la terza volta nella mia vita che vengo a Finale per
scalare e non per camminare; cominciano a piacermi queste pareti ruvide.
La roccia è tagliente, si fa sentire sotto i polpastrelli, li pizzica
senza pietà, eppure non la percepisco ostile. Mi sembra di stuzzicarla e
compiacerla quando riesco a infilare le dita in qualche piccolo foro dai
bordi affilati, come di vetro rotto, o quando appoggio con cautela
l’intera mano per sollevarmi, incurante dei suoi dentini aguzzi che
affondano leggermente nella pelle, senza ferirla veramente.
Amo poterla
sentire, potente, contro il corpo, con tutto il corpo, quando mi sposto
con delicatezza, schiacciata contro di essa, i piedi ben ancorati sopra
minuscole asperità.
Non so cosa sia, non so definire quello che provo.
So che è qualcosa di fisico ed emotivo, di profondo e leggero allo
stesso tempo… a me piace afferrarla, toccarla, scoprire come salirla, mi
piace sentire che il movimento del corpo è in sintonia con la sua
conformazione.
E accidenti a lei e a me, questa sintonia non è scontata!
Almeno non per me.
Sicuramente non ho tecnica né eleganza, né confidenza con il gesto nella
sua completezza.
Continuo a lottare tenacemente con i rinvii che, non
capisco perché, a volte proprio si rifiutano di collaborare quando devo
infilare la corda; non riesco ad appropriarmi di alcuni movimenti; mi
ritrovo con la corda in tutte le posizioni tranne che in quella
corretta, rischiando di farmi più male del dovuto in caso di volo;
impreco contro me stessa quando devo fare manovra in sosta, mentre il
mio assicuratore invecchia in attesa che sia pronta a calarmi.
Nonostante tutto ciò, oggi sono felice. Felice anche degli errori, delle
piccole sconfitte, dei miei soliti pasticci.
Non mi sono sentita
respinta dalla roccia e dalle persone, non ho a mia volta (e forse per
prima) alzato le solite barricate di insicurezza, disagio,
inadeguatezza, delusione e frustrazione.
Ed eccoci qua, ognuno ad affrontare la propria salita, il proprio tiro,
ognuno a modo suo eppure insieme agli altri. C’è tempo per uno spuntino
rapido, seduti sopra un sasso al sole, con lo sguardo perso lontano,
dove affiorano altre pareti e altri sogni.
Si chiacchiera, ma non
troppo.
In alcuni momenti le parole sono superflue, suonano stonate.
Durante il pomeriggio ci raggiungono anche Fabio e Angelica e torna a
fare freddo.
Quando è tempo di deporre le armi è l’ora del tramonto e i
colori esplodono: la luce si fa rossa e si spegne lentamente nel
crepuscolo, lasciandoci avvolti da un’atmosfera già un po’ nostalgica.
Ma noi non abbiamo finito! Abbiamo ancora voglia di stare insieme, di
prolungare questa (stra)ordinaria giornata di falesia e di condivisione.
Protetti dal buio raggiungiamo Finalborgo, animata e popolata da altri
come noi, che hanno abbandonato la roccia per rintanarsi in qualche
locale piacevolmente chiassoso.
Come sulla Cinquecento, ci stringiamo
l’uno all’altro intorno all’unico tavolo disponibile e, complice anche
la birra, contribuiamo all’allegro rumore di sottofondo.
Osservo le
persone che sono con me. Sarà che l’alcol comincia a fare effetto, sarà
la tendenza ad interpretare ciò che vedo in base alle mie emozioni, ma
nessuna di loro mi sembra ansiosa di ritornare a casa.
Certo, a questo
punto comincia a farsi strada la quotidianità, quella che domani sarà di
nuovo al centro di pensieri ed azioni, ma ora la teniamo a bada, ancora
a distanza. Cerchiamo di bere fino all’ultimo sorso di birra per
continuare ad assaporare il gusto dolceamaro delle ore appena trascorse.
Ci salutiamo al parcheggio.
Fabio e Angelica si fermano per un trancio
di pizza, mentre noi ci dividiamo sulle due auto e partiamo.
Si torna a
casa.
La Luna è magnifica e magnetica.
Mi accorgo di non aver guardato
una volta l’orologio e di non essermi neanche mai chiesta che ore
fossero.
Mi accorgo che domani sarò ancora felice, ma in modo diverso.
So che mi mancheranno Gigio con le sue mani grandi e il Raffaele che
nasconde bene dentro di sé:
Mi mancheranno Vale e il suo sguardo
indagatore, la voce di Diego e l’ironia di Gigi.
Mi mancheranno Fabio e
Angelica, con cui è stato così naturale chiacchierare e scherzare.
Mi
mancherà anche Carlo in versione rilassata e il suo pacato, intimo, modo
di partecipare al gruppo.
Mancherò a me stessa, perché per me questi momenti di pace sono rari,
intensi e li conservo come un dono prezioso.
Mara Pedrazzini
Una (stra)ordinaria giornata di falesia
Falesia di Finale, estate 2017