Testardi si nasce

Racconto tragicomico di un'avventura sui lisci calcari della Marmolada

di Michele Scuccimarra


Non appena sono venuto a sapere che Giacomo, al secolo Jack, avrebbe avuto il piacere e la curiosità di arrampicare con uno della “vecchia guardia” del Monodito, mi sono subito adoperato per riuscire a contattarlo.
L’idea di mettermi in gioco condividendo la corda con un cavallo di razza è certamente impegnativo, ma altresì stimolante. So bene che mi dovrò far trovare pronto e ben conscio di non essere all’altezza, fisicamente parlando (se no non si parlerebbe di vecchia guardia), confido più che altro sull’esperienza.
Ancor prima di scambiarci una “annusata” ufficiale, abbiamo instaurato subito un ottimo feeling e sono desideroso, penso quanto lui, di una verifica in ambiente.
All’inizio di questa funesta estate 2014 (meteorologicamente parlando), ci siamo sentiti spesso con l’idea di riuscire a realizzare una bella salita tosta assieme. Purtroppo però la conversazione, aldilà delle vie sparate lì quasi più per frustrazione che per oggettiva valutazione, è rimasta perlopiù focalizzata sul meteo, incessantemente pessimo. Basterà questa prospettiva disarmante a farci sotterrare l’ascia di guerra? Non direi proprio!
Il progetto finalmente è definito: non appena ci verrà concessa la previsione di due giorni consecutivi di tempo sicuro, asseconderò la sua proposta di salire la “Vinatzer con uscita Messner” sulla parete sud della Marmolada.

Jack non lo sa, per me questa sarebbe la terza volta che mi presento al cospetto della “Vinatzer”, ma una serie di sfortunati eventi mi ha sempre negato la possibilità di salirla, quindi sono più agguerrito che mai.
Già nelle fasi organizzative scopriremo di avere una visione comune dell’aspetto logistico, infatti, oltre ad essere fanatici della leggerezza, entrambi non intendiamo ripassare dal rifugio nella fase di discesa.
Partiremo per il Falier, “apparecchiati” esattamente come se dovessimo attaccare la via e saliremo quindi già imbragati. Jack si legherà le corde in spalla, io porterò lo zainetto (versione extra light da 16 litri) con dentro l’attrezzatura d’arrampicata ed avremo entrambi casco e scarpette appesi all’imbrago.
L’unica eccezione saranno i miei fidi bastoncini da ultra - trail da ben 170 grammi, richiestissimi dalle cartilagini dei miei malandati arti inferiori. Avremo già indosso l’abbigliamento necessario per la scalata, ridotto all’essenziale, stesso copione per l’attrezzatura d’arrampicata, che abbiamo anch’essa ridotto al minimo possibile, cioè quasi la metà di quella che qui può essere considerata una onesta NDA (Normale Dotazione Alpinistica).
La cambusa offrirà: tre sfiziose barrette energetiche del tipo “stucco da vetri” ai gusti più inaffrontabili (strategia per mangiare il minimo indispensabile), un sacchettino concentrato “mix frutta secca” (per il sottoscritto roba da shock anafilattico) e la bellezza di 1,25 litri d’acqua (???), tanto in cima c’è la neve! L’unico lusso, per il quale non sono disponibile ad alcuna trattativa, è il mio piccolo thermos di caffè da 250 ml., con sciolti dentro quattro o cinque scacchi di cioccolata fondente, del quale ci doteremo, in sostituzione di un friend (no comment).
Del resto, le nostre rispettive origini sono separate da almeno cinque paralleli e non riuscendo io a segregare quel recondito, sanguigno spirito“terronico”, possiedo una certa refrattarietà al mondo dei Multimega Proteicomineralvitaminici; ergo, permetterò al mio compagno di apprezzare come ben si dispone l’animo umano quando in piena parete, ci si può concedere il lusso di una meravigliosa “tazzulell’ecafè”.

Dopo qualche settimana, finalmente giunge il momento propizio.
Parcheggiata la vettura al Malga Ciapèla parking, iniziamo la ferrea selezione del materiale concordato.
Qualche sguardo di sufficienza fungerà da deterrente al tentativo di convincere l’altro a lasciar giù dell’ulteriore attrezzatura (per fortuna talvolta l’attività cerebrale dà qualche segno di presenza!?!).
Ok Jack?
Ok Chicco!
L’impeto del mio giovane compagno non tarda a darmi i primi critici segnali di warning, infatti il ritmo infernale di salita per il rifugio, non mi concede la minima possibilità di pronunciare una qualsiasi frase di senso compiuto.
Non riuscendo tra l’altro a ricucire quei dieci metri di distacco che mi ha rifilato, non riesco nemmeno a fargli assaggiare i miei bastoncini nel sedere. Sto zitto e tengo botta e penso che sia solo per testare la mia tenuta atletica e che quindi prima o poi tirerà quella benedetta tacca di freno a mano.
Mi ricrederò vedendolo rallentare solo per non sbattere il naso contro la porta d’entrata del Falier (???).
Giusto il tempo per riprendere uno stato di lucidità accettabile ed ironizzo sulla quantità di acido lattico sprigionato dai miei bicipiti femorali, quindi gli rammento che non è sportivo strapazzare così brutalmente un “plurifratturato”. Con un pizzico di compiacimento, però, non tarderà ad arrivare la mia piccola rivincita.
Constaterò, infatti, che anch’egli si aggirerà seminudo in camerata, avendo appeso il proprio abbigliamento madido di sudore sui lunghi fili da bucato. Esuberanza giovanile?!?
Mi chiedo quanto possa essere intelligente sfiancarsi con un avvicinamento “abarth”, quando si avrà una giornata sicuramente impegnativa il giorno successivo; poi penso però che arrampicare è certo un’attività intelligente sotto l’aspetto meramente gestuale, ma effettivamente stupida sotto il profilo sostanziale (?!?).
Osservando la parete capiamo immediatamente che le circostanziate rassicurazioni telefoniche dei gestori si riveleranno, già a prima vista, più che ottimistiche.
Tolti zainetto e corde dalle spalle, il rifugista ci ribadisce la fattibilità della parete, indicandoci il tracciato (come se noi non lo conoscessimo) e minimizzando sulle evidenti colate bagnate della metà inferiore.
Esordirà con la classica frase di circostanza: “Vedrete che il vento stanotte asciugherà tutto” (???).
Del resto una finestra di due giorni di bel tempo, quando piove da settimane, potrà forse asciugare il Piz Piaz o la Gusela del Vescovà, ma non certo una parete alta un chilometro con il più grande ghiacciaio delle Dolomiti appoggiato sopra !?? Basterà a stimolarci una minima attività cerebrale?!?
Per fortuna, a sostegno delle nostre ferme convinzioni di fattibilità della parete, vi è l’elemento affollamento del rifugio; infatti, siamo in tutto la bellezza di quattro persone, due cordate (da due) per tutta la Sud (???).
Sarà sufficiente ad infonderci un flebile dubbio?
Spesso nella letteratura di montagna si legge: ”Ciecamente determinati al raggiungimento dell’obiettivo ...”.
Nel nostro caso l’aggettivo più consono sarebbe: “Stupidamente determinati al ...”.
Buonanotte Jack!
Buonanotte!

Come sempre al secondo respiro, per la gioia dei miei compagni, sprofondo in un sonno modello “anestesia totale”, quindi do inizio ad un crescendo degno dei migliori compositori classici d’oltralpe.
Come si poteva prevedere, durante la notte non si è alzato un filo d’aria e non vi è traccia del suo asciutto, prezioso contributo. Sarà sufficiente questo inutile dettaglio per dissuaderci dall’attaccarla?
Ma siii, con il sole di oggi si asciugherà! Poi il pilastro là in alto sembra in perfette condizioni, recupereremo tempo lassù” !?! Sagge parole ... al vento.
Pronti ... partenza ... via!
Non concederò però al baldanzoso mio giovane compagno di tenere la testa durante l’avvicinamento mattiniero, perché sono determinato ad arrivare all’attacco in condizioni dignitosamente vigili.
Contiamo nella copresenza dell’altra cordata, di cui però non vediamo ancora traccia; prenderemo atto che essi hanno codardamente (intelligentemente direi) abdicato in favore delle invitanti lenzuola.
E’ ormai giunto il momento di trasformare ogni dubbio in azione e nonostante la totalità dei bookmakers ci dia perdenti uno a trecentocinquanta ... attacchiamo.
Nelle condizioni attuali la “Vinatzer” si presenta sotto forma di very hot mix.

Saliamo regolari, non riuscendo mai a correre, appunto per il bagnato oltre che per le difficoltà, che non sono propriamente banali; comunque, come da previsioni, il tempo è bello, la temperatura gradevole ed il morale alto.
In un breve momento di pausa, al mio compagno, con un ghigno vagamente sarcastico, gli si materializza in mano, un bellissimo uovo clandestino (?!?).
Oh, ma dove cacchio lo tenevi?” - dico io.
In tasca.” - risponde lui.
E’ sodo?
Certamente. - risponde - Non vorrai mica portarti un uovo fresco in tasca?
Gentilmente mi offre la metà rimasta, ma rifiuto ben sapendo quanta acqua sia necessaria per non rimanere soffocati da un tuorlo d’uovo. Ben presto le già esigue scorte idriche subiranno infatti un drammatico ridimensionamento. Nel frattempo il cielo sta virando da azzurro a grigio tenue e la temperatura non permetterà certo alla poca acqua rimasta di scaldarsi.
Mentre Jack si sciroppa il difficile terz’ultimo tiro prima della cengia mediana (un camino/diedro fradicio), il mio tentativo, vano, sarà quello di salvare le corde dall’acqua che sgronda dall’alto.
Il tempo si sta ora velocemente “imbruscando”, la temperatura è scesa sensibilmente e le mani, ghiacciate, hanno bisogno del supporto della vista, per capire cosa stiano maneggiando.
Raggiungiamo l’agognata cengia mediana arrampicando ancora a mollo e nonostante (ovviamente) non siamo in tabella di marcia, ci rallegriamo per il raggiungimento del primo step.
Individuato e raggiunto l’attacco della Messner, Jack supera velocemente il primo strapiombetto sopra la cengia e in un baleno mi invita a partire. Lo raggiungo, lo guardo dritto negli occhi e con fare autoritario, gli dico: “quando è finita la corda parti”. Abbiamo due T-block, per poter fare in “conserva protetta” i tratti facili, così da recuperare tempo da spendere poi sui tiri più duri.
Ottimista e sicuro del fatto mio, parto deciso verso l’alto, navigo a naso, convinto di arrivare fino al cospetto del primo tiro tosto. Nulla di più sbagliato!
Tardivamente realizzo di non essere più sulla giusta dirittura, ma a questo punto l’errore è ormai irrimediabile.
Per merito di un’ultima recondita sinapsi cerebrale, demordo dall’idea di salire un lungo diedro liscio e sprotetto, che muore sotto a delle placche “sfrattonate”!??
Sembra infatti che le stesse non diano sufficiente garanzia di poter essere percorse in obliquo, in maniera indolore, per poterci ricollegare alla via originale; inoltre tra me e Jack, sessanta metri più in basso, vi è solo una misera protezione (???). Uno sguardo all’orologio e realizzo che non ci rimane che qualche ora di luce.

La decisione è quindi presa: arrampicherò in obliquo verso destra raggiungendo la grande gola della via originale, entrandovi ad un terzo d’altezza. Faccio il cenno convenzionale al compagno che è tutto ok, sempre utile quando si ha il più che fondato dubbio di essere nei guai.
Infatti, una volta raggiunta la spalla, la visione della gola superiore è complessivamente assai peggiore di qualsiasi mia più pessimistica previsione. I camini ed i canali sono intasati di neve e ghiaccio e scaricano continuamente, inoltre le cornici soprastanti sono rigonfie all’inverosimile.
Ok, le vie convenzionali (Vinatzer – Livanos), oltre ad essere impercorribili, sono pericolosissime ed ufficializzato che fare i birilli di questo enorme “bowling” non è la nostra massima aspirazione, cercheremo di concretizzare una celebre frase di Gaston Rebuffat: “Dove c’è una volontà, c’è una strada”.
Immaginiamo quindi una linea percorribile e sufficientemente protetta dalle scariche, che ci conduca verso la cima; insomma la stessa mentalità di quando si apre una via nuova.
Il tempo intanto continua inesorabilmente a peggiorare ed il vento, simpaticamente, tenta di soffocarci sparandoci addosso una poltiglia modello: “pioggiamistoneve”.
Certo, qualche via nuova l’avremo pure aperta, ma mettersi ad improvvisare sui lisci calcari della Marmolada, non è proprio “cosa buona e giusta”. Se a questo aggiungiamo poi, che la parete e le mani sono ormai “semiverglassate”, è quasi da scellerati. Sapere poi che non avremo più molta luce ... vabbè, ma che ve lo dico a fare?!?
Come coloro che si cimentano in un labirinto, anche noi, tra pilastri e quinte, saliamo con animo irrisolto e dopo aver superato, tra gli altri, un tiretto di corda da cardiopalma, senza sapere dove e cosa stessimo esattamente salendo e dove saremmo finiti, semiassiderati, calchiamo finalmente qualcosa di orizzontale.
"JAAACK!!! E’ ORIZZONTALE JAAACK!!! C’E’ IL GHIACCIAIO JAAACK!!!"

So perfettamente che non può avermi sentito, il vento soffoca ogni parola, quindi: tre strattoni alla corda ... mezzo minuto di pausa ... due tironi alla corda ... intanto tra me e me, canto:
Jack c’è il ghiacciaio Jaaack, tà, tàratà, tàrattàttattàttattà, Jack, siamo sulla cima Jaaack, cì, ci, ci, cì, ci, ci, cima, cima, cima Jack!!!”.
Non è facile capire dove si è esattamente quando la visibilità è ridotta a meno di quattro metri, ma a naso sappiamo pressappoco la direzione da prendere per avvicinarci al Center Pompidour, meglio conosciuto con il nome di Stazione della funivia di Punta Rocca, degna di una installazione alla Biennale di Venezia.
Dimenticata ogni preoccupazione, ci stringiamo la mano, tentiamo di piegare le due mezze corde, ridotte ormai a due matasse di cavo da centrale elettrica, quando un’improvvisa ed inaspettata parziale schiarita, ci permette di individuare la sopracitata stazione d’arrivo della funivia. Interrompiamo il Jive di vetta e sfruttando le peste, velocemente raggiungiamo il sontuoso “sgabuzzino da bivacco”. Quattro metri quadrati, sottozero, in cui rimarremo forzatamente segregati per dodici ore consecutive, dato che fuori imperverserà una bufera, che durerà tutta la notte; non certo la migliore nottata per bivaccare all’aperto!?? Sfrutteremo una lattina trovata in loco già schiacciata e pazientemente modellata da noi a colpi di martello, che fungerà da bloccaporta, la quale trema e si scosta ad ogni raffica di vento.
Ci inventeremo le più stravaganti ed assurde sessioni d’allenamento per non soccombere all’ipotermia.

Tenteremo, invano, per tutta la notte di trasformare da solido a liquido, lo “stato” della neve dentro una misera bottiglietta di plastica, ben sapendo che non disseterebbe comunque ... assurdo, patire la sete su di un ghiacciaio.
Nel frattempo il freddo è diventato a dir poco pungente.
Anche il mio impianto di osteosintesi alla testa del femore mi darà il suo bel da fare.
Seppur al chiuso, sarà un bivacco piuttosto impegnativo: poco da vestire, nulla da mangiare, niente più da bere, ma comunque morale ancora alto e molto su cui ridere.
Ehi Jack, maaa, secondo te, testardi si diventa?
Uhmm, nooo Chicco, secondo me, testardi si nasce!

Michele "Chicco" Scuccimarra
Testardi si nasce
Marmolada 4 e 5 luglio 2014


Nota a cura della redazione intraigiarùn (schizzo e foto tratte dalla rete).

Foto e scheda della via Vinatzer con variante Messner, alla parete Sud della Marmolada, salita il 4 e 5 luglio 2014 dalla cordata ferrarese formata da Michele (Chicco) Scuccimarra e Giacomo (Jack) Merlante.