Agner: quel filo di timore che infonde sicurezza

di David Zappaterra


Si può cominciare un racconto parlando di paura?
Se fosse un racconto eroico forse no, ma visto che qui di eroi non ce ne saranno, mi sembra l’inizio perfetto.
La paura, era già insita in me quando riagganciai la chiamata con l’amico Marco Manfrini.
Avevo due giorni di ferie in settimana spendibili in avventure varie, e il bel tempo sembrava essere dalla nostra parte, così durante questa telefonata, fra le varie proposte viene nominato anche lo spigolo Nord dell’Agner: un paio di migliaia di metri, bivacco in parete e salita per una via e su una cima che avevo sempre guardato da lontano e con parecchia soggezione.
Appena riagganciato la chiamata, quell’allegria ed entusiasmo espressa con il compagno, si trasformò presto in un dubbio… ”ma gli ho proprio detto di si?
Ma ormai il dado era tratto ed ora il gioco era cercare “semplicemente” di controllare le emozioni !!!

31 luglio 2018
Decidiamo, per una questione logistica, di salire con due auto; una la lasceremo a Frassenè, pronta ad accoglierci al nostro ritorno, mentre con l’altra, cioè quella di Marco, ci intrufoleremo in Valle di San Lucano per andare al sentiero che ci porterà in quasi due orette alla base del gigante.
Mi accorgo che da quando sono in zona non ho ancora alzato bene lo sguardo verso le vette che mi circondano, e appena sceso dall’auto Marco sorridendo mi dice “guarda dietro di noi, eccolo li lo spigolo nord dell’Agner…”, rispondo che lo so, ne sento la presenza, ma che per il momento non riesco a far altro che lanciare piccole e fugaci occhiate verso l’ignoto.
Scambiamo qualche battuta e forse anche lui prova un po’ quello che provo io; poi finalmente prendo coraggio, alzo gli occhi e per la prima volta nella mia vita mi si presenta, li maestoso e impettito di fronte a me… ora non ricordo cosa dissi ma ricordo questa sensazione di infinito, sia a livello di sviluppo che a livello di timore!!
Già da qui non mi capacito, come i nostri compagni, Chicco e Jack, (Michele Scuccimarra e Giacomo Merlante NdR) solo un anno prima, abbiano potuto affrontare questa via in giornata, partendo da Ferrara e ritornando dopo appena ventiquattro ore, eseguendo una cavalcata che ha indubbiamente dell’incredibile.
Conoscendoli bene, so di certo che sono coriacei e non gli manca la determinazione e l’esperienza ...

Caricati gli zaini partiamo.
La giornata si presenta caldissima e l’umidità in quel punto della vallata è di molto superiore alle aspettative.
Va anche detto, che avendo deciso di fare comunque la via in due giorni, abbiamo effettivamente allungato un po’ i tempi partendo un po’ più tardi, tanto per non arrivare alla cengia del bivacco nel primo pomeriggio e dover aspettare pazientemente l’arrivo della notte.

Dopo una bella sudata, arriviamo alla base della via, quasi a ridosso di un pilastro staccato che sembra proprio posizionato li come segnale per individuare l’attacco.
Parte Marco per i primi tiri e già da qui capiremo che non sarà un gioco da ragazzi; i tratti un po’ più “facili” poi li affronteremo in conserva, e cioè unendo più tiri e arrampicando assieme per guadagnare tempo; ovviamente, mettendo comunque protezioni che proteggeranno la nostra progressione.
Per facilitare il tutto poi, arrampicheremo con una corda singola da ottanta metri, più maneggevole e più indicata nelle progressioni di questo tipo.
Per un buon tratto di zoccolo, circa quattrocento metri abbondanti, la roccia non è per niente delle migliori e spesso ci si trova a dover lottare con pini mughi che ostruiscono il passaggio imbrigliando corde e zaini, e zolle d’erba che coprendo qualsiasi cosa diventano gioco forza il tuo unico mezzo di progressione.
Come se non bastasse ci troviamo ad attraversare un bel tratto di roccia rotta e sporca che ci creerà non pochi problemi. Marco verrà poi a sapere da un suo amico agordino che in quel punto c’era stato un crollo che aveva interessato proprio lo spigolo poco tempo prima…
E’ da un po’ che rifletto, guardo in basso, poi in alto e capisco che indietro ora non si può più tornare e che la strada è ancora infinita, mi guardo attorno, e non c’è nessuno a vista d’occhio, il telefono non prende, siamo veramente soli e la cosa aumenta il senso di timore che ancora non mi ha abbandonato, ma che comunque non mi impedisce di godermi questa stupenda avventura.
Ah, dimenticavo … circa in questo punto mentre recupero Marco, sento che dice: “... sai David, mi viene un dubbio atroce…”, io rifletto sul dubbio che potesse avere ma non capisco, poi mi fa la fatidica domanda:
“... ma le chiavi della tua macchina dove le hai?”.
Rifletto e poi rispondo.. “Beh le ho lasciate nel bauletto della tua auto!!!!!”.
Attimo di pausa riflessiva…… mooolto riflessiva …. "Cazzo, avrei dovuto tenerle in tasca!!!"

Ora abbiamo una macchina ad attenderci a Frassenè inutilizzabile, perché io molto intelligentemente ho lasciato le chiavi nell’altra auto che dista soli venti chilometri dal punto in cui scenderemo.
La prendiamo abbastanza bene e poi son sicuro che quando chiederemo un passaggio con la faccia da disperati, sporchi e assetati a qualcuno in paese, questo, non potrà che aver pietà di noi.
Oltre tutto questo fatto diventerà il tormentone per tutta la via ...
Scambiandoci ogni parecchie centinaia di metri i compiti, arriviamo così alla tanto agognata cengia per il bivacco. Effettivamente il luogo è fantastico, e l’hotel offre un sacco di comodi spazi letto.
Sono ormai le 20:00 e tutto attorno si illumina con i colori del tramonto. Per non farci mancare un po’ di brividi, saremo attorniati da temporali che fortunatamente però nel corso della notte ci lasceranno in pace, scaricando la loro furia altrove. E’ il mio primo bivacco in via e non nego che sono molto emozionato da tutto questo.
Prepariamo il nostro letto piazzando tutto ciò che c’è di morbido negli zaini; stendiamo i sacchi da bivacco sopra le corde sistemate a serpentina e che fungeranno da materassini.
Poi ceniamo con un panino al prosciutto cotto acquistato alla mattina a Forno di Zoldo e che, è inutile dire, dopo nove ore passate nello zaino al caldo, non si presenta nelle migliori condizioni.
Sorseggiamo lentamente l’acqua per farcela bastare sia per la notte che per il giorno dopo.
Anche se con noi abbiamo portato cinque litri posso garantire che la sete comincia a farsi sentire; sappiamo benissimo che dovremo razionarla, ma non nego che ogni volta che prendo la bottiglia in mano, la tentazione è quella di dare una bella e gustosissima sorsata per togliere la sete… ma ovviamente così non sarà. Ci infiliamo nei sacchi, e lentamente tra una battuta e un'altra ci addormentiamo.
A parte un po’ di freddo ai piedi e qualche acciacco/crampo durante il sonno causa forse un po’ di disidratazione, la notte passa abbastanza bene.

1 agosto 2018 (parte prima...)
Alle prime luci dell’alba siamo in piedi, sappiamo bene che la strada è ancora lunga e le difficoltà ora aumenteranno gradualmente, oltre tutto la stanchezza comincia a farsi sentire e le mie solite paure… beh, quelle credo non mi abbandoneranno mai!!
Mentre Marco riprende il comando e parte per attraversare la parte di cengia, io finisco di far su il nostro campo.
Si è vero, la via si sviluppa su uno spigolo, ma è quello dell’Agner ed è quindi rapportato a questa gigantesca parete, il percorso ora si impenna un po’ di più ma rimane comunque quasi sempre logico, anche se spesso bisogna valutare bene prima di agire.
Ci troviamo, infatti, dopo un lungo traverso, in un punto in cui ci viene qualche dubbio.
Osservando vediamo poi dei cordoni penzolare, Marco parte, arriva in zona e mi dà la triste notizia.
I cordoni non erano li per segnalare il percorso, ma erano i resti di un recupero avvenuto appena un mese prima proprio su quella via, dove un giovane ragazzo ha perso la vita ed il suo compagno versa ancora in gravi condizioni causa una caduta del primo di cordata.
Inutile dire che, dopo esser passati fra pezzi di imbrago tagliati, materiale sparso qua e là e chiari segni di un recupero disperato, la giornata ha preso una piega diversa e mille pensieri son passati per la testa!!
Dopo questo momento e dopo aver riordinato un attimo le idee, in un silenzio rispettoso, ripartiamo, quasi a voler fuggire e lasciarci alle spalle questa scena per niente confortante, ma che indubbiamente lascerà un segno dentro di noi!!

1 agosto 2018 (parte seconda...)
Ancora qualche tratto con tiri da fare in conserva, poi partono i tiri impegnativi.
Io lotto con una stupenda fessura protetta qua è la da qualche cuneo di vecchia data, quindi conoscendo la mia scarsa determinazione, cercherò di integrare il più possibile... oltre tutto abbiamo alle spalle già parecchi tiri di corda e quindi preferisco stare sul sicuro.

E’ da un po’ che, sia io, sia Marco, soffriamo di crampi a piedi e mani e questo ci costringe ad acrobazie per poter comunque progredire in sicurezza ed alleviare i dolori. La sete comincia a farsi sentire, sicuramente più della fame e ci sono ancora parecchi tiri impegnativi, che ci giocheremo a vicenda; oltre tutto, la cima sembra ancora infinitamente lontana...

Le difficoltà ora dopo ora, calano e la relazione lusinghiera afferma che finite queste, si potrà poi proseguire fino alla cima per “facili roccette” di secondo e di terzo grado ... già, peccato che questo tratto di “facili roccette” sia praticamente un'altra via a sé…
Marco propone di slegarci in questo facile tratto ma io, essendo abbondantemente stanco, non me la sento, così corda all’imbrago, avanziamo anche per quest’ultimo balzo.
Ormai entrambi doloranti, finalmente, sbuchiamo dopo circa una trentina di ore sull’agognata cima... forse così stanchi ed assetati non ci godiamo nemmeno troppo il momento.
L’unica preoccupazione ora è buttarsi giù a capofitto per riuscire ad arrivare a Frassenè in un orario decente e trovare qualcuno che ci riporti verso la Valle di San Lucano.
Marco parte a razzo; d’altronde so benissimo che quello è un treno e non provo nemmeno a convincerlo ad aspettarmi… io, infatti, rimarrò spesso indietro per colpa dei continui crampi che mi accompagneranno per tutta la discesa e per la mia più scarsa preparazione rispetto all’amico
Finito il tratto di sentiero, poi attacca la ferrata di discesa; teoricamente dovevamo seguire la ferrata che corre nel canalone che divide l’Agner, dal Lastei dell’Agner…. Cominciamo a seguire i cavi d’acciaio che via via si fanno sempre più ripidi; inesorabilmente più ripidi, e inesorabilmente più esposti!!
Scendiamo infatti di dislivello in maniera inaspettata anche se comunque il rifugio Scarpa sembra sempre lontanissimo, per non parlare poi di Frassenè che sembra ancora ad anni luce da noi…
Il giorno dopo poi, Marco mi manderà un simpatico messaggio dicendo: “David, guarda qui la relazione della ferrata Stella Alpina… Non avrai bisogno di andare a ripeterla, perché l’abbiamo percorsa ieri in discesa al posto della più semplice ferrata del canalone…”
Ecco spiegato il perché di tanta verticalità.
Arriviamo comunque incolumi al rifugio Scarpa, io desidero infinitamente fermarmi a prendere da bere della tanto agognata acqua, ma Marco nuovamente, come un treno trotta verso Frassenè, per guadagnare tempo e trovare un passaggio, così per solidarietà lo seguirò senza far sosta.
In ogni caso, io e il mio karma ormai abbiamo raggiunto la pace dei sensi e un po’ per sfinimento e un po’ per sicurezza interiore, procedo a un passo molto più lento del compagno.
Sono, infatti, certo che in qualche modo convincerò qualcuno a portarci verso l’auto numero due, parcheggiata là da ieri in Valle di San Lucano.
Credo di esser arrivato circa mezzora dopo il bolide Marco in paese, e finalmente incrocio una stupenda, freschissima e inarrestabile fontana di acqua meravigliosamente fresca.
Abbandono qualsiasi carico lungo la strada e mi ci butto sotto come se fosse la cosa più bella del mondo.
Ritrovo poi in centro Marco, vicino alla mia auto perfettamente inutilizzabile per via delle chiavi lasciate in Valle di San Lucano, sull’auto numero due.
Mi dice di aver provato a chiedere in giro ma non è riuscito a trovare uno strappo; io sono tranquillissimo, tratto da ormai vent’anni, tutti i giorni per mestiere con clienti e lavoratori di ogni razza e genere e credo proprio che riuscirò a convincere qualcuno.
Ci dividiamo la zona ed entro in una specie di Bar Pizzeria.
Chiedo subito alla ragazza che sta dietro al banco, spiego sia la nostra avventura che la nostra “disavventura”; la ragazza non risulta subito cordiale, poi chiama un'altra signora sulla settantina e mi dice di provare a sentire da lei. Evidentemente è la titolate del posto, così le rispiego la situazione, le mostro la mia auto esanime parcheggiata proprio a fianco del suo locale e lei ridendo mi dice: “... a beh, allora te lo meriti proprio di tornare a casa a piedi”.
Le dico che sarei anche disposto a pagare, pur di non farmi, dopo due giorni di zingareggiamento, venti chilometri per tornare all’altra auto.
A questa affermazione, mi guarda, si volta e dice borbottando, ovviamente mezzo in dialetto: "... a beh allora pagando, magari qualcuno lo si trova”. Poi esce dal locale, guarda un po’ fra i clienti, borbotta ancora qualche cosa e rigirandosi verso di me, si illumina con un sorriso di scherzo e dice: “Dai vi porto io in Valle”.
Poi conclude affermando: ”Come si fa a non dare un passaggio a due bravi ragazzi come voi, che sono appena scesi dall’Agner?”.
Entusiasta, chiamo l’amico Marco, che nel mentre aveva provato a chiedere in giro ad altre persone e gli comunico la fantastica notizia!!
Devo essere onesto; questo gesto mi ha quasi commosso, e l’ultima affermazione della signora mi ha fatto capire che allora forse l’avventura appena percorsa era davvero qualche cosa di speciale.

26 settembre 2018 “riordinando un po’ il tutto”
Non so che viso avesse, neppure come si chiamava…” cantava il buon Guccini in una sua stupenda canzone, ma ringrazio un po’ la mia sbadataggine per avermi fatto dimenticate le chiavi dell’auto ed avermi fatto conoscere per necessità una persona di così buon cuore… Per impegni vari ho scritto questo racconto dopo parecchie settimane dalla nostra avventura, ma questo mi ha permesso anche di metabolizzare il tutto, di raccogliere approvazioni e condivisioni dai pochi amici che avevano percorso in passato questa via e ordinare le mie idee confuse!!
Volevo cercare di esprimere in maniera più esaustiva le emozioni provate, ma come si fa??
Duemila metri di emozioni non si possono racchiudere in semplici fogli … Questo periodo mi ha anche permesso di filtrare un po’ di sofferenze, dolore ai piedi, sete, caldo, paure e tutto ciò che fantasticamente ruota attorno ad uscite del genere, che da un lato, sì ti sfibrano il corpo ma dall’’altro ti modellano e ti lasciano indubbiamente un ricordo indelebile e che mai nessun evento potrà cancellare dalla nostra memoria!!! Beh e come ultima cosa, ringrazio quel "folle" di Marco per la sua proposta inaspettata, devo onestamente dire che non avrei affrontato una Via del genere con molte altre persone ...

David Zappaterra
Agner: quel filo di timore che infonde sicurezza
Valle di San Lucano, 31 luglio -1 agosto 2018
Ferrara 26 settembre 2018