La via Pichl al Sassolungo e altre storie di arrampicata
di Barbara Bettazzoni
Mi chiamo Barbara ho quarantacinque anni ed arrampico da circa una
quindicina.
Una passione, quella per le scalate, nata all’improvviso, che mi ha
cambiato la vita.
Una passione con una meta che viene prima di tutte: il Gruppo del
Sassolungo.
Che nel mio vocabolario sta alla voce “montagna più bella del mondo”.
E, per me che sono di Cento (Ferrara), una passione che prevede un
soggiorno quasi tassativo: la Val Gardena. Tuttavia, lo ammetto,
“tradisco” la mia valle e la mia montagna, ma lo faccio solo per
allenarmi, per essere preparata al meglio per il Sassolungo.
Arrampicare non serve solo a soddisfare la mia passione per la natura e
l’avventura.
Dominare il vuoto mi è servito e mi serve tutt’ora per controllare la
paura per una malattia che mi ha tormentato sin da bambina: l’epilessia.
Solo venti anni fa i medici riuscirono a trovare un mix di farmaci
efficace, grazie al quale, oggi mi sento sicura di affrontare itinerari
che altrimenti sarebbero stati impensabili.
Per non rischiare, mi sono sempre fatta accompagnare nelle scalate in
montagna da una guida alpina e, fin da subito, ho trovato nella guida
gardenese Wolfi Mussner il compagno ideale che ha compreso la mia
passione e mi ha dato fiducia, allo stesso tempo infondendola in me con
l’autorevolezza di un padre e la simpatia di un amico.
Ho ascoltato ogni suo consiglio e condiviso ogni mia emozione con lui.
Con Wolfi, in tutti questi anni, ho salito molti itinerari di media
difficoltà in Dolomiti e la sempre maggior dimestichezza con la roccia
mi ha permesso poi di legarmi ad alcuni amici di Cento, appassionati di
scalate, con i quali ho ripetuto diverse vie in Dolomiti e in Val
d’Adige.
Proprio in Val d’Adige, alla base di molte delle vie da loro scelte,
accanto al nome dell’itinerario, leggevo spesso la sigla ”Cip”;
incuriosita, ho chiesto loro cosa significassero quelle tre lettere e mi
sono sentita rispondere che erano il “marchio di fabbrica” dell’autore:
Cip stava per Eugenio Cipriani.
Ho voluto saperne di più di questa persona e, leggendo e chiedendo, ho
scoperto che dietro quella sigla si nascondeva una persona piuttosto
singolare. Nel suo curriculum ci sono quasi settecento vie nuove fra
Alpi orientali, Balcani e Grecia e ancora tante continua a sfornarne,
sia in zone note che in posti sperduti, lasciandole molte volte anche
ben attrezzate. Ma, e qui sta l’eccentricità, evita di comunicarle,
fatte salve alcune (rare) eccezioni. Insomma, un tipo particolare, ma un
vero esploratore della verticale.
Spontanea è nata in me la curiosità di conoscerlo però, ritenevo che
incontrare lui fosse improbabile quanto imbattersi in una Lince in
centro città.
Negli ultimi anni, su consiglio di Wolfi, avevo avuto l’onore di legarmi
in cordata con un’altra guida, nientedimeno che il “re del Sassolungo”:
Ivo Rabanser, guida alpina e rampollo di una lunga dinastia di
fortissimi scalatori.
Anche con lui mi sono trovata
subito a mio agio e la fiducia reciproca, nonostante il mio handicap, è
nata immediatamente. Dopo aver salito negli anni passati alcune
classiche sul Sassolungo e satelliti, mi ero ripromessa di coronare il
mio sogno: la nord del Sassolungo per la classica via Pichl, vale a dire
quella che, con i suoi 1000 metri di dislivello e quasi 1400 di
sviluppo, è per me la “parete delle pareti”.
Con Ivo, naturalmente, come
lo stesso Wolfi mi suggeriva.
A fine maggio, però, accade una cosa inaspettata. Scrivo sulla mia
pagina Fb di aver ripetuto una bellissima via in Val d’Adige con il nome
in greco del quale riporto in maniera inesatta la trascrizione, ma
lodandone itinerario ed apritore. Dopo diversi “mi piace” arriva un
commento inaspettato: “Non si scrive Fenomenia ma Phainomena. Ed il nome
completo trascritto in italiano suona Phainomena kai diosemeia. Comunque
grazie per i complimenti”.
Firmato Eugenio Cipriani. Quella scritta
“Cip”, si era improvvisamente animata, seppur solo virtualmente e, in
più, accompagnata da una tirata d’orecchie per l’errore di trascrizione.
Le dicerie sul “caratterino” del Cip non erano dunque infondate, pensai.
Nei giorni successivi stringemmo amicizia virtuale e, in uno dei
messaggi, lo avvisai che l’indomani sarei partita per una settimana in
Val Gardena per arrampicare con Wolfi e così allenarmi per la “Pichl” al
Sassolungo.
Parto, arrampico spensieratamente con Wolfi, ma una sera mi
arriva un messaggio dal Cip:
“Se sei libera dopodomani ti porto ad
arrampicare. Naturalmente su terreno vergine e top secret!”
Ho sbarrato gli occhi come se avessi visto un fantasma. “Una via nuova?”
Sapevo che l’unico mio compito sarebbe stato quello di fargli sicura, ma
qui si andava incontro all’ignoto e per di più con uno sconosciuto, e
senza le mie guide! Dalla finestra della mia cameretta in Val Gardena ho
alzato gli occhi verso l’immensa mole del Sassolungo e poi sono corsa da
Wolfi a chiedergli consiglio e, eventualmente, il suo “permesso”.
“Vai
tranquilla – mi ha risposto lui sorprendendomi – e fai conto di essere
con una guida”.
Insomma, l’incontro si poteva fare e con l’approvazione
di Wolfi.
Era giunto quindi il momento di dare un volto a quelle tre lettere, di
concretizzarle in una persona.
E così, dopo due giorni ci siamo
incontrati. Prima di arrampicare, ho voluto informarlo della mia
malattia.
“Ah sì? Beh, se le medicine funzionano che problema c’è?”
Non
aveva fatto una piega e io rimasi immobile a guardare la corda mentre
iniziava a salire lungo una parete che sembrava promettere
un’arrampicata da sogno. I tiri si susseguirono divertenti, su splendide
lastre di calcare dolomitico grigio e compattissimo con passaggi mai
banali. Non finimmo la via, però, perché ad un certo punto Cip sbottò:
“Per oggi ho dato abbastanza. La finirò un altro giorno. Ora scendiamo,
tanto più che tuona.”
Ci rimasi un po’ male. Avrei arrampicato
all’infinito su quella placconata, ma visto che non era una “mia” guida e
non percepiva alcun compenso per portarmi ad arrampicare dovevo
arrendermi alle sue decisioni.
Arrivati giù, visto che il temporale
brontolava ancora ma sembrava essersi allontanato un po’, timidamente
gli chiesi se potevo rifare qualche tiro. “Ma certo. Finché non piove!”,
disse mentre mi appendeva i suoi rinvii all’imbrago. Rimasi stupefatta
per la sua fiducia e arrampicai da capocordata quella splendida placconata divertendomi un mondo, con la mente libera da paure come mai
mi era capitato.
Il resto dei giorni di vacanza li trascorsi ad arrampicare con Wolfi di
fronte al quale sentivo ora quasi un senso di colpa come se,
arrampicando con uno sconosciuto, lo avessi “tradito”. Wolfi però si
rivelò contentissimo che io avessi fatto da prima e mi incoraggiò a
proseguire in quell’amicizia.
Si avvicinava intanto il tempo di salire, questa volta con Rabanser, la
via “Dibona” alla ovest del Pordoi, che sarebbe stata la via test in
vista della “Pichl”. Esperienza indimenticabile ma probante, al punto
che, tornando a casa e ripensando alla via, mi sorsero diversi dubbi sul
progetto tanto desiderato, ma forse troppo ambizioso, di salire la nord
del Sassolungo.
Arrivata a Cento, prima di addormentarmi accesi il computer decisa a
scrivere una mail ad Ivo per comunicargli che non mi sentivo ancora
pronta per la nord. Nell’entrare in Fb, sorpresa! Ecco di nuovo un
messaggio del Cip:
“Notizia bomba: ho scovato una torre vergine ed
innominata sul Sassolungo. La saliamo e la chiamiamo Punta Barbara. Così
avrai una cima tutta tua nel cuore della tua montagna preferita. Che ne
dici?”
Che cosa avrei potuto rispondere se non: “Sì”? Salirla non si rivelò una
banalità, anzi.
Fummo costretti a recarci ben tre volte nel cuore del
gruppo, a causa delle “paturnie” del tempo.
La terza volta è quella
fortunata: Cip affrontò lo zoccolo e poi, dopo avermi recuperato, partì
come un missile sulla parete vera e propria, ora assai ripida. “Eugenio
che difficoltà è?” chiedo ben sapendo che domandare il grado a lui è
tempo perso perché odia gradare e stendere relazioni. “Secondo
riflessivo”.
Segue un altro bel tiro per raggiungere un pilastrino sullo
spigolo. “Difficoltà?” “Secondo riflessivo”.
Un altro tiro lungo lo
spigolo. “E qui com’è?” “Secondo riflessivo”.
Il quarto tiro è su una
bella placca, dritta al limite del verticale. “Allora com’è?” gli chiedo
entusiasta.
“Secondo riflessivo. Piantala di fare la stessa domanda!” mi
risponde ridendo.
“Ma va là, te e il tuo secondo riflessivo!” faccio io,
mentre affronto la placca ben decisa a non attaccarmi ad alcun rinvio.
Altri due tiri e si arriva all’ultima sosta, a due metri dalla cima, da
cui si può ammirare tutta la parete fino alla base. Un’esposizione che
solitamente mi avrebbe fatto tremare, questa volta mi inebria.
Vorrei
gridare quant’è bella questa via, quanto è affascinante questo posto al
cospetto dei colossi del Sassolungo e, soprattutto, quanto sono felice.
Ma resto in silenzio. La solita fottutissima timidezza.
Lui mi guarda,
capisce i miei sentimenti e dice: “Ora possiamo scendere. La cima è tua.
Qui a due metri. Ma io non la salgo. La lascio a te. Verrai con i tuoi
amici, tirerai la via tutta da prima e, alla fine, raggiungerai la cima
per prima e la Punta Barbara sarà per te e solo per te.”
Ero felice, ma turbata. Mi sembrava di aver ricevuto un premio che non
meritavo.
Il Sassolungo ha sempre avuto un valore simbolico per me. Ha
rappresentato la mia lotta contro la malattia che ha tormentato la mia
adolescenza e poi la giovinezza. Dopo aver salito tutte le cime del
gruppo credevo mi restasse solo la parete Nord, ma andare ad invadere la
sua parete più difficile, temevo avrebbe potuto mettere fine a quella
magia che si era creata tra me e questa montagna. Però ora, dopo aver
salito e battezzato col mio nome quella guglia, guardavo le cose
diversamente. Soprattutto mi sentivo più fiduciosa nelle mie capacità,
sentivo che c’era ancora tanto da fare. E quindi, sì, decisi che la sera
stessa avrei telefonato a Ivo e gli avrei prenotato la prima giornata di
bel tempo per salire la nord.
La sera prima della “Pichl” sono in Val di Fiemme, ospite dal Cip, che da
anni ha qui il suo “campo base” dolomitico. Sono tesa ed emozionata.
Cerco di distrarmi parlando del più e del meno, ma il discorso alla fine
cade sempre sulla “Pichl”. Ho il terrore dei traversi e chiedo a Eugenio
(che da quando ho salito la Punta Barbara avevo iniziato a chiamare col
nome di battesimo e non più Cip) quanto è difficile ed esposto il
traverso per arrivare allo spigolo del Campanile Nord dalla vedetta
Pichl. Lui ha fatto la via più di trenta anni fa, ma dice di non
ricordare traversi esposti e mi rassicura affermando che i tiri “chiave”
non sono esposti: i primi sono tutti dietro il Pilastro nord e quelli
dopo, sopra il Pilastro Nord, che copre la visuale sull’orrido
sottostante. Quindi, di che preoccuparsi?
Alle tre di mattina apro gli
occhi, un’ora prima che suoni la sveglia. Quando arrivo al parcheggio
della bidonvia che porta al rifugio Demetz si nota appena un filo di
luce che disegna il profilo delle montagne.
Accendo la frontale e, anche
se non ho fame, faccio colazione abusando del caffè.
La temperatura è
bassa, mi riparo in macchina e, mentre la flebile linea di luce
dell’alba si accentua sempre più, come dal nulla all’improvviso si
materializza nel parcheggio Ivo. Sorridente e sicuro. Come sempre.
“Eccoci qua, siamo pronti.” dice soddisfatto. In men che non si dica,
siamo in marcia sul sentiero.
Mentre camminiamo, Ivo mi parla entusiasta
del Sassolungo, della sua storia alpinistica, e della prima volta che ha
scalato la via in invernale facendo fuga da scuola, placando così, ogni
mia apprensione.
Quando arriviamo all’attacco il sole comincia a
illuminare la lunga cresta del Sassolungo.
Il mio sogno sta per
avverarsi: a dispetto del freddo di quella mattina, e della paura.
Dopo appena un tiro, i raggi del sole ci raggiungono mentre il
fondovalle è ancora immerso nel buio.
Ad ogni lunghezza la corda viene
utilizzata tutta, quasi sempre cinquanta metri, ma ogni volta sembra di
percorrerne appena dieci. La parete del Sassolungo è immensa. Guardo con
ammirazione Ivo salire come i pionieri dell’alpinismo: veloce, sicuro e
senza mettere protezioni per accelerare i tempi.
La tranquillità che mi
trasmette mentre lo vedo muoversi sulla roccia, la capacità di
coinvolgermi come nulla fosse nella storia della via che stiamo
percorrendo e la sensibilità innata che mi permette anche di tremare
davanti a lui senza paura di essere giudicata, sono pregi impagabili. Ho
trovato poche guide come Ivo. Un professionista ma, soprattutto, una
gran bella persona. In più ha il dono di non farti mai sentire a disagio
o fuori luogo.
Mi viene spontaneo far un confronto con Eugenio: la tranquillità che
infonde arrampicando è la stessa che infonde Ivo ma, a differenza della
guida gardenese, con lui non sai mai quale sarà la sua prossima mossa.
E’ imprevedibile, estroso, imperscrutabile, a volte persino severo,
mentre Ivo ha sempre il volto sorridente e una frase accomodante pronta.
Non ti fa pesare la sua cultura, anzi, spiega ogni argomento, dalla
storia dell’alpinismo alla geologia, dalla letteratura alla filosofia,
dalla storia alla politica sempre con la dedizione e la precisione di un
professore. Mi sembra di arrampicare in un’aula universitaria e ogni
cosa che dice mi rimane impressa dentro.
Ma rimane sempre accesa in me
quella sensazione di inibizione che, al contrario, con Ivo non c’è e se
anche appare ogni tanto dinanzi alla sua grande bravura e vastissima
esperienza, subito si dissolve.
Intanto il verde dei prati è sempre più lontano, eppure sembra di non
progredire.
La scalata è comunque piacevolissima, su roccia solida e
compatta.
Ad un certo punto il silenzio della parete è rotto dal rumore
della partenza della cabinovia del Ciampinoi.
Sono le otto del mattino.
“Hai visto come siamo già in alto? – esclama Ivo soddisfatto -
Siamo
stati velocissimi. Fra poco saremo ai camini”. A queste sue parole mi
rendo conto che, presa dalla salita, non mi sono nemmeno guardata
attorno. L’immensità della parete ha rubato la scena al panorama che è
stupendo. Arriviamo alla base dei camini che portano alla vedetta Pichl.
Mi fermo a bere mentre Ivo continua a salire senza bisogno che gli
faccia sicura. Poi parto io.
La salita si fa ripida e tecnica ma, come
mi aveva detto Eugenio, non si percepisce l’altezza della parete.
Sulla
vedetta Pichl mi ritrovo sotto i piedi l’orrida “gola Soldà” e, come
sfondo, i morbidi prati dell’Alpe di Siusi.
Uno spettacolo unico: qui si
avverte in pieno la severità e la maestosità del Sassolungo.
Ivo mi
distoglie dall’incanto: “E’ arrivato il momento di affrontare questo
terribile traverso.” esclama. Poi ride.
Ha ragione perché, alla fine, si
rivela più facile del previsto.
Subito dopo imbocchiamo il lungo camino
nascosto, tiro chiave della via.
“Adesso Barbara – mi dico per
tranquillizzarmi - guarda dentro al camino senza voltarti indietro”.
Ci
provo, ma non resisto, a metà del tiro sbircio dietro di me. Vedo però
solo il Pilastro Nord che impera sotto di noi bloccando la visuale verso
il basso. Proprio come aveva detto Eugenio: l’esposizione c’è, ma non si
vede (troppo). Usciamo dall’ultimo tiro difficile della via e mentre mi
cambio le scarpe, mi complimento con Ivo per la sua bravura. Sorride
lusingato. Ne ha ben donde. Con un piede sulla roccia e uno sulla neve,
dopo un’altra ora circa sbuchiamo finalmente sulla cima.


Undici anni sono passati dalla prima volta che vi ero salita dalla parte
opposta della montagna.
Ricordo ancora che quel giorno, mentre
raggiungevo la vetta, provavo un senso di malinconia come se non avessi
raggiunto la mia meta, nonostante fossi in cima.
Questa volta non è così. Ho conquistato quella parete alla quale undici
anni fa mi ero solo avvicinata “gattonando” timidamente per sbirciarla
dalla cima. Sono appagata, felice e nell’abbraccio con Ivo, non
trattengo la mia commozione. Dopo la probante discesa al rifugio Demetz,
dai bidoncini della cabinovia ammiro una volta di più la vastità del
Sassolungo che da sotto non si riesce a percepire in alcun modo.
C’è poco da fare: il Sassolungo ed i suoi “satelliti”, dal colossale
Sassopiatto alle tormentate Cinque Dita, passando per la piccola Punta
Barbara, mi regalano sensazioni uniche sia che mi limiti a guardarli,
sia che vi metta le mani sopra. Che altro?
Sì, un’estate straordinaria quella del 2016. Che non terminerà con
quella sospirata ascensione.
Con Eugenio, Rosa Zola e Federico
Allegrini apriremo una via in un posto incredibile su roccia
spettacolare.
La salirò da capo cordata con Federico, effettuandone così
la prima ripetizione.
Affronterò da capo cordata la Punta Barbara,
raggiungendo la cima che mi aveva lasciato Eugenio.
In autunno,
infine, io ed Eugenio saliremo diverse vie nuove cambiando spesso gruppo
e tecnica di salita, spesso a chiodi e cordoni, qualche volta col
trapano, a seconda sia del tipo di roccia che, soprattutto, del suo
umore, sempre imprevedibile ma al quale mi sto abituando liberandomi
della mia timidezza tanto che oggi ad ogni suo brontolio o tirata di
orecchie mi limito a sorridere.
Con Ivo ho arrampicato ancora, naturalmente: e su che vie! Vie sempre
più ardue ed avvincenti.
Ma “la grande impresa” che avevo ed ho ancora
in mente siamo stati costretti dal maltempo a rimandarla alla prossima
stagione. Naturalmente si tratta di una via sul Sassolungo. Le sue cime
sono la mia motivazione, la mia guida, il mio alleato. Tutto il resto è
nelle mie mani.
Ho voluto pubblicare queste mie esperienze con due persone fuori dal
comune, ciascuna a modo suo, non per elogiarle sul piano alpinistico e
men che meno per paragonarle fra loro ma per ringraziarle per aver
trasformato le mie paure in una forza che col tempo sta crescendo.
Grazie a quelli che si comportano come loro, senza discriminarti perché
soffri di una malattia, controllabile ma pur sempre una malattia, la
montagna può trasformarsi in una terapia e, senza dubbio, un luogo ed
una situazione dove non si è costretti a fingere e a nascondere una
patologia ma dove, al contrario, puoi, anzi devi, essere te stessa.
Grazie a Wolfi, anzitutto, e poi a Ivo e ad Eugenio per tutto quello che
hanno fatto per me, ma grazie anche agli amici di Cento con i quali in
questi anni mi sono legata in cordata e ho vissuto bellissime avventure
verticali.
Barbara Bettazzoni
La via Pichl al Sassolungo e altre storie di arrampicata
Cento (Ferrara), estate 2016 - Marzo 2019