Tiziana Weiss vestiva di azzurro e non di rosa
di Riccarda de Eccher
Per descrivere Tiziana Weiss c’è un’espressione triestina che calza a
pennello: “piena de morbin”.
Morbin, che significa energia, allegria, voglia di vivere.
Tiziana era piena di vita e il perno di questa sua esuberanza era una
totalizzante passione per la montagna. Trieste, negli anni ’70, per
quanto riguardava l’alpinismo, era diversa da qualsiasi altra città
dell’arco alpino.
Era spumeggiante, competitiva, brillante, aperta al nuovo.
Ci si allenava e, novità per l’arrampicata, si usava il magnesio.
A Trieste la conoscenza di flora, fauna, canti, cibo e tradizioni
“facevano curriculum”, ed erano importanti quasi quanto la vera e
propria attività in montagna.
La presenza di due sedi del CAI nella stessa città (anche questa una
vera particolarità), creava un ambiente vivace e molto attivo. Non c’era
la necessità di rompere con un ambiente conservatore e maschilista, come
era accaduto in altre città d’Italia, per il semplice motivo che Trieste
non era così.
La leggerezza, la gioia, l’allegria, permeavano il rapporto con la
montagna.
E le donne erano, da sempre, presenti e attive: Bianca Di Beaco, un
esempio tra i tanti.
Trieste era, nel mondo alpinistico, una sorta di eccellenza.
Per me, che venivo da Udine, dove avevo fatto il corso di roccia e avevo
iniziato ad arrampicare, Trieste era il paese dei balocchi. Tiziana
quell’ambiente lo conosceva da sempre, veniva da lì e ci era sempre
vissuta.
I suoi genitori erano attivi nella vita sociale della XXX Ottobre (1)
sia per quanto riguarda le attività in sede (il padre Manlio era un
dirigente della Società), sia per le uscite in montagna.
È proprio in una di queste gite, ai Cadini di Misurina, che Tiziana,
appena dodicenne, vede per la prima volta dei veri scalatori, con tanto
di corda, ritornare da una salita. Per lei è una folgorazione.
Si vede rispecchiata in quell’attività, la sente sua, sente un richiamo,
una chiamata, vede una strada da percorrere. Si rivolge a loro e
comincia a fare delle domande. Non quelle di un
a ragazzina curiosa, ma
di chi ha deciso che quella sarà la sua strada e vuole capire come fare
a percorrerla.
Chiede le istruzioni per l’uso e gli alpinisti interrogati non possono
che prenderla sul serio (2).
I genitori, anche se lei “è molto giovane, la assecondano e così
comincia a frequentare la Val Rosandra, luogo di allenamento di
generazioni di scalatori triestini. In Valle Tiziana conosce Enzo
Cozzolino, con cui comincia ad arrampicare.
Arrampicatore fuoriclasse,
aveva un modo nuovo di affrontare la montagna, un approccio e un’etica
che portavano nuove regole. Sarà riconosciuto come uno degli alpinisti
che aprirà la strada al settimo grado.
Tra i due nasce un’amicizia e poi (forse) qualcosa di più. Ben presto scala in
Valle molte delle vie considerate dure.
Ma non arrampica solo con Enzo, pur vedendo le sue straordinarie
capacità tecniche e capendo che le sue idee sull’arrampicata aprono
nuove frontiere. Tiziana non è gregaria; per il suo rapporto con la
montagna non ha bisogno di un uomo, all’altro capo della corda. Spiro
Dalla Porta Xidias, affascinato dalla sua bellezza e dalla sua bravura
in montagna, scrive di lei sostenendo che si completerà solo quando
troverà all’altro capo della corda anche il suo compagno di vita (3). Io
non la penso così. Tiziana, all’altro capo della corda, cercava qualcuno
con cui condividere la salita.
Un compagno o una compagna, a cui legarsi
per arrampicare.
Il soggetto, il centro della sua vita, era la montagna. E l’amicizia, il
gruppo, prevalevano comunque.
Non era il tipo di donna da isolarsi in un rapporto di coppia.
«Loro, gli amici. Loro, sono la mia cima, e questa vetta oggi è tutta me
stessa» (4).
Arriva, finalmente, il debutto in montagna. In tutto il resto dell’arco
alpino sarebbe stato normale, in quegli anni, arrampicare, almeno per
una stagione, sul terzo e quarto grado. Ma Trieste non rappresentava la
norma.
A Trieste c’era modo di allenarsi in Valle e di fare delle vere e
proprie vie.
E c’era anche un ambiente che sosteneva e dava fiducia a chi si
avvicinava all’arrampicata.
Dopo la Dimai alla Punta Fiames e il Campanile di Val Montanaia, Tiziana
sale lo Spigolo Jori, sempre alla Fiames.
La giornata che avrebbe dovuto essere di soddisfazione e di gioia, è
invece segnata da una tragedia: mentre lei sale, a comando alternato, la
sua prima via di quinto grado, Enzo Cozzolino cade, in solitaria, sulla
Torre di Babele. Il colpo è durissimo.
«La morte, capisco ora il significato, ma non il senso di questa parola.
Quale senso può avere la morte per un ragazzo di ventiquattro anni?»
(5).
Tiziana reagisce e pensa che, proprio per Enzo, non deve e non
vuole mollare.
È l’estate del 1972 e, dopo Punta Fiames, sale, a comando alternato,
altre tredici vie: tra queste lo Spigolo del Velo alla Cima della
Madonna, la Tridentina e il Primo Spigolo alla Tofana di Rozes, la
Pisoni alla Cima Scotoni, il Diedro Quinz al Pianoro dei Tocci, il
Campanile Dülfer ai Cadini di Misurina.
Tiziana è una donna nuova, nel mondo dell’alpinismo.
Bianca di Beaco, nella sua autobiografia la descrive benissimo: «Anche
lei della scuola di Enzo; seria applicazione atletica e allenamento
costanti. Anche lei giovane e disincantata. A volte con la ferocia di
sentimento come solo i giovani di un’epoca più sicura e ricca della
nostra sanno possedere. Ma forse per questo più che mai donna perché
libera da soggezioni e avvilimenti. Io ero grata a Tiziana per quel suo
sapere imporsi, per quel suo vivere in uno spazio suo» (6).
Tiziana si muove in maniera autonoma, intreccia relazioni, si sposta.
Conosce Gian Piero Motti, Alessandro Gogna e gli alpinisti del “Nuovo
Mattino”.
Partecipa alle tavole rotonde sulla schiodatura. Conosce e
arrampica con Peter Habeler, Franco Piana.
E’ frutto di tempi nuovi,
cambiati. Non si ferma a Trieste e non esita ad andare da sola dove la
montagna e la cultura della montagna trovavano le loro espressioni più
alte. È brava, bella e simpatica e viene invitata ovunque.
Tiene molto alla sua “figura pubblica” e coltiva le relazioni, amando
anche quella che io chiamavo “la mondanità dell’alpinismo”. Parliamo
comunque di tempi radicalmente cambiati.
I mezzi per tenere i contatti
erano limitati e altrettanto quelli per comunicare i risultati del
proprio agire.
Ecco una storia che la descrive (e racconta quei tempi):
nel 1975 facemmo insieme la via Tissi alla Torre Trieste. Una salita con
passaggi di quinto superiore e una discesa impegnativa. Insomma: una
vera salita su una vera montagna! E la facemmo legate insieme in
un’autentica “prima femminile”, dove “femminile” era tutta la cordata.
A
nessuna delle due, all’epoca, è venuto in mente che forse la cosa
potesse avere una qualche importanza e che avremmo potuto comunicarla
(io stessa ci ho pensato solo qualche anno fa).
Non è venuto in mente a
noi, ma neanche ai nostri amici. Noi eravamo amiche e arrampicavamo
insieme: questo era tutto. In una situazione analoga, vissuta oggi, al
primo terrazzino ci sarebbero già le foto su Instagram.
Femminista? Sì, nei fatti. Nel 1977, quando finalmente la Marcialonga
apre alle donne, è Silvia Metzeltin, grande amica di Tiziana, ad
allertarci. Neanche un attimo di esitazione, facciamo gruppo e
partecipiamo.
A Trieste Tiziana, libera e autonoma, scorrazzava con la sua Vespa dalla
“Napoleonica”, palestra di arrampicata di Prosecco, dove ci si allenava
quasi tutti i giorni, alla Val Rosandra, senza trascurare di frequentare
la sede della “Trenta”. Vorrei ricordare anche Jose Baron, per tutti
noi, un vero e proprio riferimento. La sua profonda conoscenza della
montagna e il suo severo buon senso lo rendevano un leader naturale. Il
suo carisma ci portava a riferirci a lui. Lui dava consigli ed era a lui
che riportavamo, con orgoglio, i nostri risultati.
Tiziana viveva il suo tempo, che era quello del femminismo e della
libertà ai giovani.
Non che fosse “politicizzata” (in quegli anni la
divisione era netta) o, peggio ancora, “qualunquista”.
No, lei non lo
era. Sempre per usare un’espressione dei tempi “il privato è politico”,
lei, da donna nuova, autonoma, libera, semplicemente viveva. Dei tempi
nuovi e delle nuove informazioni faceva pratica di vita.
Aveva
attenzione per i diritti civili, soprattutto per quanto riguardava
l’emancipazione della donna.
Su questa stessa rivista (LAV, Le Alpi
Venete n. 2/2018-19), in una foto a corredo di un articolo di Flavio Ghio, appare in corteo, in prima fila, a sfilare per la legge
sull’aborto. Ma non era la politica a tenerla impegnata.
Tiziana aveva
spazio solo per la montagna, che viveva in tutte le sue declinazioni.
Sin da bambina amava scrivere e lo faceva con freschezza e con brio.
All’epoca non avevo per niente notato il suo talento (quanto si può
essere distratti, da giovani).
Ho riletto, recentemente, i suoi scritti
per LAV che mi hanno colpita ed emozionata.
Scriveva articoli, ma preparava anche i testi delle sue conferenze in
cui raccontava, corredate da diapositive, le sue esperienze. Le
scriveva, le memorizzava, le provava. Niente era lasciato al caso, non
faceva le cose a metà. In ogni cosa in cui si cimentava dava sempre
tutta se stessa. Nella sua seconda stagione, siamo quindi nel 1973,
l’attività è intensa e conta ben ventinove salite.



Inizia con la prima salita invernale alla Tridentina sulla Tofana di
Rozes, via che aveva già percorso l’estate precedente, e ne racconta le
emozioni in un articolo:
«Sono riuscita appena a scorgere il tramonto, stupendo quanto l’alba, la
luna è appena uno spicchio sottilissimo, le tracce dietro a noi sembrano
provenire dall’infinito. Ne vale la pena? In questi momenti me lo sono
chiesta più volte. Ma anche quando stavo più male, anche quando la
stanchezza stava per vincermi non ho pensato mai che potesse essere
l’ultima invernale. Ne vale la pena sì, perché tornati a valle rimangono
solo i ricordi più dolci: la splendida salita col sole, l’alba, il
tramonto con quei colori irreali» (7).
Il 1973 segna anche l’incontro con i suoi due grandi amori: il gruppo
del Brenta e quello delle Pale di San Martino. Sale la Preuss al
Campanile Basso. Scrive a un amico: «Preuss è salito solo per quelle
rocce verticali a volte strapiombanti. Io sono salita da capocordata e
l’ansia dei primi metri per le difficoltà si tramutava salendo,
lentamente in grande gioia, in contentezza enorme, in una gran voglia di
piangere di felicità, prendendo quegli appiglioni, quei ponti naturali
così solidi e sicuri. Ecco non voglio andare oltre, ti dico ancora che
se un uomo ama la montagna, le pareti e ama arrampicare, quella è la via
che per tutta la vita sognerà» (8).
In seguito, in Brenta, farà delle
salite importanti: la Via delle Guide e la Via dei Francesi al Crozzon
di Brenta, la Fox-Stenico e la Concordia alla Cima d’Ambiez, la Via
Graffer allo spallone del Campanile Basso.
Il Pilastro Est della Tosa e
la Aste alla Pratofiorito. La prima ripetizione della Via Alimonta alla
Torre di Brenta, la seconda ripetizione della via degli Astronauti alla
Torre Prati.
L’amore per il luogo e la venerazione per Bruno Detassis, allora gestore
del rifugio Brentei, la portano anche a dare una mano come cameriera al
rifugio.
Ma l’amore per il Brenta chiede uno scotto: scendendo dalla Via Fehrmann
al Campanile Basso, per soccorrere il compagno, scivola lungo un nevaio
e si frattura una vertebra. L’incidente la immobilizza per vari mesi.
Per Tiziana non è l’unico infortunio, né l’unica sosta forzata: anche
arrampicando a Prosecco le salta un appiglio e si frattura il bacino.
Sono mesi d’insopportabile e sofferta inattività.
Sulle Pale di San Martino sale lo Spigolo dell’Agner, La Buhl alla
Canali, la Castiglioni-Detassis al Sass Maor, compie la prima
ripetizione della Via delle Guide sulla parete nord del Sass d’Ortiga.
Anche tra le Pale scopre un rifugio e incontra un gestore che diventa
amico e punto di riferimento. È il rifugio Treviso e il gestore è Renzo
Timillero, detto Ghigno. Nel 1974 incontra Piero Mozzi con cui sale la
Steger al Catinaccio.
Tra loro nascono un amore e una cordata. A fine
anno, dopo varie salite insieme, salgono in prima invernale la via Castiglioni-Detassis al Sass Maor. Non trascura le vicine Alpi Giulie e
sale la Deye-Peters alla Madre dei Camosci e lo Spigolo Comici allo
Jalovec. Si dedica anche con grande passione allo scialpinismo.
Tiziana amava moltissimo la natura. E, sempre per la coerenza che
caratterizzò la sua vita, si laureò in Scienze naturali. Per il breve
periodo post laurea, si dedicò a comunicare il suo interesse per la
Biologia attraverso l’insegnamento.
A proposito del suo amore per la natura, ho un ricordo molto nitido:
legate insieme, Tiziana, da capocordata su un tiro impegnativo, lancia
un urlo. Naturalmente mi concentro sulla sicurezza pensando a qualche
problema relativo alla salita. Invece in fondo a una fessura aveva visto
un raponzolo di roccia e l’urlo era per un’incontenibile gioia.
Come per tutti noi in quegli anni, il sogno era l’Himalaya. Tiziana
racconta a un amico comune che, al ritorno in Vespa da una conferenza di
montagna a Monfalcone, in un cielo pieno di nuvole aveva visto i giganti
himalayani.
«Ed ecco laggiù, sì, eccoli lontani gli “Ottomila” e tutto il corteo di
giganti himalayani: il Dhaulagiri, il Nanga Parbat, l’Everest, il
Kangchenjunga, il Tirich Mir e gli altri, tutti gli altri. Grandi ombre
scure, in una notte meravigliosa, quasi ai confini con il Tibet…» (9).
Il suo sogno si materializza quando nel 1977 Francesco Santon la invita
a partecipare alla spedizione all’Annapurna III, in Himalaya del Nepal.
La spedizione termina però con una tragedia: Luigino Henry, al ritorno
dalla vetta, cade e perde la vita. Piero Radin si ferisce e l’intera
spedizione si spende in un’incredibile operazione di soccorso.
Niente
vetta per Tiziana, o possibilità di provarci. Le spedizioni sono lavori
di gruppo, ed è spesso l’alternarsi dei compiti e non le doti del
singolo che decidono chi tenta la vetta. Ma l’esperienza è completamente
diversa rispetto a quella della cordata. La quota e le dimensioni
dell’ambiente rappresentano una novità, ed è come se fosse una montagna
nuova da capire e a cui adattare i propri ritmi. Non inanella quindi un
altro successo, ma vive un’esperienza nuova fatta anche di lunghe pause,
di lunghe permanenze al campo base.
Per riempire le ore di attesa al
campo base, Tiziana sfidava i presenti con domande sull’alpinismo: «Chi
conosce i nomi degli Sfulmini in Brenta?». Lei li conosceva e forse
sapeva anche chi erano i primi salitori e le date delle loro salite.
Sapeva di alpinismo e conosceva la sua storia. E sempre al campo base,
facevamo delle lunghe cantate. Aveva una bella voce, molto intonata. La
sento ancora mentre intona “fente le nane fentele cantando…”.
L’Annapurna le lascia un forte desiderio di ritornare in Himalaya, di
far tesoro dell’esperienza e di riprovarci, più preparata, sapendo
meglio cosa aspettarsi sia fìsicamente che psicologicamente. Lo stesso
Santon ha in programma, per il 1980, una spedizione all’Everest e per
prepararsi alla salita su ghiaccio percorre il Canalone Pallavicini al
Grossglockner. Ma non avrà questa seconda possibilità.
«Quando morirò o Signore, scegli tu la montagna perché io tutte le ho
amate» (10).
La montagna è la Pala del Rifugio, in Val Canali, Pale di
San Martino: Tiziana cade in una manovra di corda.
Sarà proprio Renzo Timillero, suo amico-gestore del Rifugio Treviso, a raccoglierne il
corpo.
Sono passati quarant’anni da quando se n’è andata, da quella domenica
che mai dimenticherò.
Passando per caso da Fiera di Primiero, è toccato
a me chiamare i suoi genitori per dire che era caduta e che l’elicottero
la stava trasportando all’ospedale di Verona. Era il 23 luglio, il suo
cuore forte ha resistito per altri tre giorni. Ci ha lasciati il 26
luglio del 1978. Aveva solo 26 anni.
Ancora in vita le viene conferito il Premio Panathlon Sport e Studio,
riconoscimento a lei particolarmente caro perché, cinque anni prima, era
andato a Enzo Cozzolino.
In sua memoria è stato intitolato un sentiero naturalistico nel gruppo
del Monte Tinisa di cui è stata pubblicata una guida, un Belvedere sul
Carso Triestino e un Istituto comprensivo a Trieste.
Note
1 – Associazione XXX Ottobre, sezione di Trieste del Club Alpino
Italiano;
2 – Cfr. Spiro Dalla Porta Xidias, Donne in Parete, Nordpress, Chiari,
2004;
3 – Ibidem;
4 – Dal diario di Tiziana;
5 – Enzo Cozzollno. In Memoria, LAV n. 2 Autunno-Natale 1972, p. 174;
6 – Bianca di Beaco. Non sono un’alpinista (a cura di Gianni Magistris e
Luciano Riva). C. A. I., Milano, p. 175;
7 – Una cresta da incubo, in LAV n. 1 Primavera-Estate 1973, p. 21;
8 – Lettera a Piero Mozzi;
9 – Sogni, in LAV n. 1, Primavera-Estate 1971, p. 49;
10 – Dal diario di Tiziana;
Riccarda de Eccher
Tiziana Weiss vestiva di azzurro e non di rosa
31 Gennaio 2020 GOGNA BLOG (pubblicato su Le Alpi
Venete, primavera-estate 2019)