Le invernali di Jeanne Immink
di Harry Murè
(traduzione di Silvia Benetollo)
Jeanne Immink fu una delle prime donne a liberarsi delle gonne e
arrampicare vestita da uomo. E' conosciuta soprattutto per la salita del
Camino Schmidt sulle Cinque Dita e per la prima traversata completa
delle cime gemelle Sass Maor e Cima della Madonna.
Ma fu anche la prima donna a salire una via di 4 grado e a scalare
d'inverno.

Tra le personalità che animano i primi anni di storia dell’alpinismo
dolomitico, Jeanne Immink è una delle più singolari. L’olandese, che
visse a Milano scegliendo l’Italia come sua seconda patria, venne
celebrata per le sue scalate, compiute in un’epoca in cui non esistevano
ancoraggi nè moschettoni. Vestita in modo rivoluzionario, con pantaloni
da uomo e un cappello di equitazione a fare da casco, suscitò scalpore
sulla parete nord della Cima Piccola di Lavaredo e nel Camino Schmidt
alle Cinque Dita, dove superò passaggi di quarto grado superiore,
considerati alla fine dell’Ottocento il massimo raggiungibile in
arrampicata. Molto meno noto è il fatto che Jeanne Immink sia stata la
prima a dare avvio all’alpinismo invernale in parete.
Il regista dell’epoca Frederick Burlingham, nel suo libro How to become
an Alpinist, apparso a Londra nel 1914, disse: “Un‘alpinista da
menzionare è Madame Immink, le cui scalate nelle Dolomiti le hanno valso
una fama internazionale. Questa donna intrepida, non contenta di aver
scalato le cime più difficili d’Europa in estate, ha compiuto anche
numerose e difficili ascensioni invernali.” La salita della Croda da
Lago nel dicembre del 1891 è esemplare: si tratta della prima invernale
su una parete verticale ricoperta di ghiaccio. Fino ad allora infatti le
salite invernali erano state perlopiù escursioni nella neve alta, che
conducevano a facili cime.
Campanile di Innerkofler, oggi Sasso di Toanella
Jeanne Immink, che ha già superato la trentina quando inizia a dedicarsi
completamente all’alpinismo, è dotata dal punto di vista atletico ed è
innovativa nella scelta delle ascensioni. Si affida alle guide più
esperte, Michele Bettega, Antonio Dimai o Sepp Innerkofler e sa
perfettamente quali sono le salite in grado di suscitare più interesse
nelle hall degli alberghi a San Martino di Castrozza o a Cortina
d’Ampezzo. Dopo aver raggiunto per prima una cima ancora senza nome nel
gruppo del Bosconero, la scalatrice lascia in vetta un biglietto con un
messaggio allo stesso tempo spiritoso e provocatorio: “Il 21 luglio 1893
feci la prima ascensione di questa cima. Il quale appunto chiamerò,
visto poi che sia senza nome: Campanile di Innerkofler, in onore della
brava giovane guida che ne tentò la salita. Ho battezzato la punta con
vino di Asti, ed invito i Signori Alpinisti di seguire i miei passi.
Viva l’Italia e l’Olandaˮ. Questo Campanile nel gruppo del Bosconero ha
una storia particolare: il suo nome esiste solo sulle mappe storiche.
Durante la Grande Guerra verrà ribattezzato Sasso di Toanella perché,
nonostante avesse conquistato con il suo coraggio la grande stima degli
Alpini, Sepp Innerkofler era una guida di Sesto e quindi dalla parte del
nemico. Molto dopo alcuni storici dell’alpinismo hanno proposto di
reintrodurre il nome originario, ma nel frattempo nelle Dolomiti c’erano
così tante torri Innerkofler che alla fine si è preferito mantenere il
nome Sasso di Toanella.

L’olandesina si prepara alle salite invernali
Con la stessa ambizione Jeanne Immink affronta anche i suoi obiettivi
invernali e per l’impresa sulla Croda da Lago si prepara
scrupolosamente. Per mantenere la forma fisica usa perfino i mesi di
ottobre e novembre, rompendo così un tabù, dato che a fine autunno
nessun alpinista si avventurava più in montagna. In cordata con Antonio
Dimai sale nella neve alta della via orientale che da Carbonin porta
alla cima della Croda Rossa d’Ampezzo: 1700 metri di dislivello in
condizioni difficilissime. La stagione del 1891 è finita da un pezzo,
Cortina dorme il suo sonno invernale, ma “l’olandesinaˮ continua a
scalare, instancabile. Sul Piz Popena sarà, come sulla maggior parte
delle vette dolomitiche, la prima donna in cima. “Da Passo Cristallo“,
specifica nel libretto di Antonio Dimai, ovvero dalla via più difficile.
Alla fine di novembre i due affondano con le loro racchette tonde di
legno con legacci in corda nella neve della Val Travenanzes fino al Col
dei Bos. Poco dopo fanno visita alle vicine Cinque Torri. Jeanne Immink
conosce la Torre Grande come le sue tasche: vi sale più volte, in estate
addirittura da sola con il figlioletto Luigi di undici anni. E anche
adesso, nonostante la neve, la salita con Antonio Dimai non le darà
nessun problema. Il 6 dicembre è il turno del Becco di Mezzodì. Stavolta
Antonio porta con sé il nipote [1] Pietro, perché la strada da Cortina è
lunga, le giornate sono corte e fare traccia nella neve è un’attività
che richiede tempo. L’impresa ha l’aspetto di una piccola spedizione. Le
grappette, il vestiario aggiuntivo e le provviste di emergenza rendono
lo zaino pesante; un’ascia da cucina serve ad Antonio per liberare gli
appoggi del camino dal ghiaccio. “Tone Deoˮ, questo il nome in dialetto
della giovane guida alpina, è un tipo spavaldo. Ha scalato Pelmo e
Antelao in un solo giorno. Quelli di Jeanne Immink sono i suoi primi
incarichi importanti. Certo, la sua grinta e la sua voglia di avventura
sono bizzarre, a una donna non si addice il regno tutto maschile
dell’alpinismo, ma Antonio vede nella sua illustre cliente un’ottima
pubblicità per la sua professione e per l‘alpinismo femminile.
[1] Pietro Dimai in realtà è il figlio di Fulgenzio, quindi cugino di
Antonio [NdT].
Un’amara delusione per le guide di Ampezzo
Un giorno la cordata Dimai-Immink apre una via sulla parete nord del
Cusiglio, sopra San Martino di Castrozza, una linea logica con un
attacco e un camino di quarto grado: in pratica la prima via di
arrampicata sportiva nelle Dolomiti. Da tempo infatti a Jeanne Immink
non interessa più solo la vetta, ma l’unicità della prestazione. Quindi
Antonio è ben felice di accompagnarla nella salita invernale alla Croda
da Lago: la sua cliente è un’abile scalatrice che si trova a proprio
agio su neve e ghiaccio. Conosce la maggior parte dei quattromila del
Vallese, ha scalato due volte il Cervino, sia da Breuil che da Zermatt,
e ha aperto (con Michele Bettega) una via sull’Ortler. La prima salita
invernale alla Croda da Lago non deve quindi essere un’impresa
impossibile. C’è un motivo per cui Jeanne Immink ha scelto proprio
questa cima. Situata nell‘omonima cresta, la cui silhouette si staglia
nettamente nella luce della sera, la Croda da Lago è una montagna di
moda a Cortina d’Ampezzo. Anche se con i suoi 2701 metri non è la più
elevata del gruppo (il punto più alto è la Cima d’Ambrizzola, di 2715
metri), ed è difficile distinguerla dalle vette vicine, nella storia
delle montagne che circondano la conca ampezzana ha un ruolo importante.
A lungo le guide locali avevano cercato un accesso alla cima. Senza
riuscirci. E segretamente si era intromessa la concorrenza: Michel
Innerkofler, il capostipite delle molte guide di Sesto con il famoso
cognome, individua l’unica via di accesso e accompagna in cima il fisico
ungherese Roland Eötvös. La prima salita a opera di gente da fuori è
un’amara delusione per le guide di Cortina. Tuttavia la nuova e
affascinante scalata di secondo e terzo grado, con un passaggio di
quarto, diventerà anche per loro una lucrativa integrazione dell’offerta
alpinistica, perfetta per i clienti più ambiziosi.

Dieci anni prima dell‘invernale alla Croda da Lago
L’esperimento invernale di Jeanne Immink sulla famosa cima (che scalerà
cinque volte) risveglia a Cortina un grande interesse, anche per via di
un turbolento antefatto. Quasi dieci anni prima infatti, nel gennaio del
1882, era stata compiuta la prima grande ascensione invernale delle
Dolomiti. Il tenente italiano Pietro Paoletti, di stanza a San Vito,
aveva raggiunto la cima dell’Antelao con quattro guide cadorine. I
cortinesi, sbalorditi e indispettiti, non potevano accettare che il
vicino comune italiano di San Vito (Cortina all’epoca era ancora
austriaca) li avesse preceduti in un’impresa così importante per il
turismo. Gli albergatori e le guide decidono che, per ristabilire
l’onore, qualcuno delle loro file debba recuperare al più presto la
salita invernale all’Antelao. Lo scrittore viennese Richard Issler,
rispettato alpinista e socio fondatore della sezione dell’Alpenverein di
Cortina, è pronto a tentare l’impresa. Ci riesce il mese successivo, nel
febbraio del 1882, con la guida Alessandro Lacedelli. Ma la fine è
tragica. Richard Issler infatti riporta un gravissimo congelamento ai
piedi. La frustrazione a Cortina è ancora più intensa. Passeranno mesi
prima che lo scrittore possa riprendere a camminare ma nel frattempo,
per evitare ulteriore discredito, viene subito compiuta la prima
invernale al Monte Cristallo, la montagna di casa. La delicata questione
del turismo è risolta e a Cortina nessuno parla più di alpinismo in
inverno. Passano molti anni prima che Jeanne Immink venga a conoscenza
di questi fatti. Soggiorna spesso nella conca ampezzana, si sente quasi
una del posto, e per Cortina decide di conquistare una cima invernale
davvero difficile.

I cannocchiali sono tutti puntati sulla Croda da Lago
Giovedì 10 dicembre 1891, alle 4 del mattino, Jeanne Immink parte con le
sue fidate guide Antonio e Pietro Dimai per una delle più celebrate
ascensioni invernali nella storia della conquista delle Dolomiti. Nei
giorni precedenti Pietro aveva aperto una traccia nella neve alta e
studiato la parete coperta di ghiaccio. Una preparazione che si era resa
necessaria perché la distanza dell‘attacco non permetteva alcuna perdita
di tempo. Al sorgere del sole tutti i cannocchiali di Cortina vengono
puntati verso la montagna: la salita invernale è l’evento dell’anno. La
via conduce lungo la parete nord dell’adiacente Campanile Innerkofler
(dedicato a Michel) fino alla Forcella Eötvös e da qui, tra le due cime,
volge direttamente verso la struttura sommitale della Croda da Lago.
Antonio libera appoggi e appigli dal ghiaccio e dalla neve gelata con la
sua piccola ascia; un lavoro che porta via tempo. Alcuni passaggi sono
esposti e permettono di assicurarsi con difficoltà. Nella sua
emozionante relazione Jeanne Immink descrive rischi e pericoli. Dopo una
lunghezza di corda “il bravo Toni” le grida di fare il prima possibile:
“Presto, signora, non posso più tenere la corda per molto tempo, ho le
mani gelate. Non si fidi troppo della mia corda”. Arrampicare in modo
pulito è impossibile, Jeanne Immink sale lavorando di gomiti e
ginocchia: “Ogni momento credevo di cascare, perché non mi restava più
forza nelle mani… i miei guanti di Ringwood (a quel tempo una marca
famosa) si erano mostrati proprio inutili, ruinati dall’umidità, li
avevo già gettati via”.
E aggiunge: “Finalmente giungemmo alla Forcella Eötvös, dove ci
riscaldammo ai raggi del sole che brillava in tutta la sua luminosità”.
Il ripido tratto finale prima di raggiungere la cima è libero dalla
neve. La scalata ha richiesto quasi cinque ore, quando normalmente ne
basterebbero una e mezza. “Mai godetti uno spettacolo così meraviglioso
come quello goduto in questa invernale salita”, esclama sulla cima
Jeanne Immink, al colmo della gioia. Ma l’euforia presto cede il posto
alla realtà. Devono ritornare all’attacco prima che faccia buio. “La
discesa era ancora più pericolosa della salita. Primo io, poi Pietro,
tutti e due con l’aiuto della corda, ed ultimo Antonio solo. Era
necessario adoperare grandissima diligenza ed abilità per non scivolare
sulla roccia coperta di ghiaccio.”
Un‘abile e spregiudicata impresa invernale
Sono in cammino da sedici ore quando alle 20 rientrano a Cortina,
“ricevuti con affettuoso entusiasmo dalla gente che aveva seguito la
nostra ardua impresa”. L’ascesa invernale è un punto di svolta e suscita
un grande interesse. Il giornale veneziano “L’Adriatico” riporta la
notizia in prima pagina sul numero del 31 dicembre 1891, con il titolo
“Le Alpi d’inverno – La difficile salita d’una signora”. Il redattore
scrive: “Anche d’inverno le Alpi hanno grandi attrattive e fascini
strani. Ma il sole che indora le nevi alpine sorride soltanto ai forti
ed agli audaci, che sfidano il freddo e ogni sorta di pericoli. Una
innamorata della montagna, anche nell’inverno, è la forte e gentile
signora Jeanne Immink, che ha in questi giorni impreso parecchie salite
alle più alte cime… salite, che provano la forza d’animo e la vigoria
muscolare della signora.”. Segue il resoconto completo di Jeanne Immink
sull’esperienza vissuta.
Anche le riviste degli Alpenverein descrivono positivamente l’abile e
spregiudicata impresa invernale. Tuttavia non mancano le critiche. La
cronaca In Alto della Società Alpina Friulana scrive: “Noi non
intendiamo di fare plauso all’ardita signora Immink – appassionata e
nota alpinista – poiché anche l’alpinismo atletico deve aver certi
limiti, che altrimenti diventa funambolismo o sport, come impropriamente
viene chiamato l’alpinismo da qualche tedesco.”
Le note negative non turbano Jeanne Immink, che continua tranquillamente
a scalare. Poco dopo la Croda da Lago è di nuovo in marcia nella neve
alta con Antonio Dimai, verso il recente Pfalzgauhütte, oggi rifugio
Vandelli. Cosa abbia in mente non lo dice. Vuole forse affrontare il
Sorapìss? Il pericolo valanghe non sarà troppo grande? All’inizio di
gennaio 1892 la cordata scala il Monte Averau, caratteristica
silhouhette sul Passo Falzarego, ed è ancora una prima invernale. Jeanne
Immink dimostra che l’arrampicata in inverno è un valore aggiunto per
l’alpinismo: infatti, nessun’altra stagione mette così tanto in risalto
la lotta degli esseri umani con la natura e la montagna.

Nuova sfida invernale sulla Cima Piccola di Lavaredo
Jeanne Immink è amica del tedesco Theodor Wundt, l‘ufficiale di carriera
e appassionato alpinista che con i suoi libri riccamente illustrati ha
tanto contribuito alla popolarità di Cortina d’Ampezzo e di San Martino
di Castrozza. Nel suo „Sulle Dolomiti d’Ampezzo“ la salita invernale
alla Croda da Lago ha un posto di rilievo. Anche Theodor Wundt si dedica
con impegno alle scalate invernali e l’anno successivo seguirà l’esempio
di Jeanne Immink: con Michele Bettega completa la prima invernale alla
Cima Grande e alla Cima Piccola di Lavaredo.
Ma questo per Jeanne Immink significa una nuova sfida. Nell’inverno
1894/1895, per superare Theodor Wundt, porta a termine con Sepp
Innerkofler la salita invernale della Cima Piccola, non però dalla via
normale seguita da Wundt, ma dalla molto più impegnativa parete nord. La
conosce già, perché nell’estate del 1893 è stata una delle prime
alpiniste (in cordata con Sepp Innerkofler) a salire la Cima Piccola
dalla parete nord e a scendere dalla parete sud. Jeanne Immink è molto
legata a questa montagna, che sale cinque volte; una volta perfino
calandosi in corda doppia dalla parete nord. Sempre sulla Cima Piccola
ha posato per il reportage di Theodor Wundt, il primo fotografo di
montagna a immortalare una donna in scalata: l’immagine di Jeanne Immink
sull‘esposta Traversata della parete nord-ovest è una delle più
riprodotte della letteratura di montagna.
Oggi due cime portano il suo nome
Jeanne Immink è una donna sola e indipendente dal punto di vista
economico. Dopo essere emigrata da Amsterdam in Sudafrica, lascia il
figlio e il marito. A Pretoria inizia una relazione con un capitano
britannico di cavalleria, che fa carriera nella guerra anglo-zulu. Lo
segue in India, ma la gravidanza segna la fine del legame. In Svizzera
dà alla luce il figlio e conosce le montagne. Grazie agli alimenti del
cavaliere, che nel frattempo è stato promosso colonnello di reggimento,
Jeanne Immink è libera di vivere a suo piacimento. Si presenta come
vedova e visita le Alpi in lungo e in largo con il figlio Luigi, in
pratica un’eterna turista, per evitare di pagare le tasse. Luigi, figlio
illegittimo, sarà il primo console olandese a Milano e vivrà per tutta
la vita con la madre. Nonostante venga definita fuggiasca e descritta
come „snob“, nello scenario alpino di fin de siècle Jeanne Immink gode
di grande considerazione: è socia della famosa sezione del CAI di Torino
e perfino dell’esclusivo ÖAC (Österreichischen Alpen-Club), che ancora
oggi accoglie solo gli alpinisti più forti e meritevoli. Due cime
portano il suo nome: Cima Immink e il Campanile Giovanna, che svettano
una accanto all’altra nelle Pale di San Martino, inconfondibili. Nella
successione di grandiose scalatrici dolomitiche composta da Beatrice
Tomasson, Luisa Fanton, Mary Varale e Paola Wiesinger, Jeanne Immink è
la prima in ordine cronologico. È conosciuta soprattutto per le salite
del Camino Schmidt sulle Cinque Dita e per la prima traversata completa
delle cime gemelle Sass Maor e Cima della Madonna. Come scalatrice
invernale, invece, è la prima in assoluto.
Testo di Harry Muré (ÖAK), traduzione di Silvia
Benetollo
Le invernali di Jeanne Immink
Tratto da www.altitudini.it - 25/09/2021

Bibliografia
Archivi: Club Alpino Italiano, Österreichischer Alpen Klub,
Österreichischer Alpen Verein, Alpine Club; Biblioteca delle Montagna
Trento, Archivio di Stato di Milano.
Giornali, periodici: L’Adriatico, Le Alpi Venete, Corriere della Sera.
Theodor Wundt, Wanderungen in den Ampezzaner Dolomiten, Berlin 1894.
Ristampa con titolo Sulle Dolomiti d’Ampezzo, Cortina 1996.
Harry Muré, Jeanne Immink. Die Frau, die in die Wolken stieg, Innsbruck
2010.
Antonio Sanmarchi, Le Cime di Lavaredo 1869-1969.