I fratelli Angelo e Giuseppe Dimai
di Alessandro Gogna
Sulla parete sud della Torre Grande d’Averau, il 29 giugno 1927 i
fratelli Angelo e Giuseppe Dimai, aiutati dall’amico Arturo Gaspari
Becheréto, aprono la bella via Miriam, che presto diverrà di gran moda.
Con loro è la ventinovenne americana del Maryland Miriam Eliot O’Brien
(1878-1976), un’appassionata scalatrice che, affezionata alle Dolomiti e
ad Angelo, nel 1955 volle tornare a Cartina per ripetere con lui la loro
via. Angelo ricorda bene: «Non fu facile farla desistere…». A tenere
alto l’onore della famiglia ci pensa il figlio di Miriam, Brian
Underhill, pensionato sessantaduenne, arriva da Boulder (Colorado) e,
assieme alla figlia dodicenne Vivian sale il 3 agosto 2001, con la guida
Enrico Maioni Coleto, la mitica via aperta dalla madre.

Sulla Torre Grande d’Averau i due fratelli Dimai apriranno altre due
vie: la difficilissima Fessura Dimai sulla parete est (con Celso
Degasper Meneguto, 31 agosto 1932) e la parete nord (6 agosto 1933).
Nello stesso mese, il solo Giuseppe, assieme a Degasper, Giuseppe
Ghedina e Angelo Verzi, vi sale la Diretta sud-est.
Ma, al di là della bella montagna in miniatura della Torre Grande, i
fratelli Dimai, ben presto, con la prima ripetizione di Angelo della via
Dülfer sulla Ovest della Cima Grande di Lavaredo (1928), con la
ripetizione della via Stösser alla Tofana e della via Solleder alla
Civetta (quest’ultima assieme a Degasper e ad Angelo Verzi Sceco), si
portano al livello del migliore alpinismo di punta europeo.
Mentre Angelo, assieme a Verzi, risolve il problema della gigantesca
parete sud-ovest della Croda Marcora (3 settembre 1931, V e VI grado),
Giuseppe, il 17 luglio 1933, supera con una variante diretta la parete
sud della Punta Fiames, assieme a Degasper e Ignazio Dibona. Ancora
Giuseppe, il 5 ottobre 1933, con Degasper vince la parete sud di Punta
Giovannina.


Angelo Dimai (Cortina 1900-1985), detto Deo come il padre e il nonno, è
figlio e nipote degli altrettanto famosi Antonio Tone (1866-1948) e
Angelo (1819-1880). In particolare Antonio è una delle figure più
celebrate dell’alpinismo dolomitico a cavallo tra il XIX e il XX secolo,
con all’attivo almeno una cinquantina di vie nuove, tutte con clienti,
alcune vere tappe fondamentali dell’evoluzione dell’alpinismo.
Angelo nel 1917 è a Casale Monferrato, dove riprende il mestiere del
padre: falegname. Lavora, presso un grosso bottaio, a costruire tini.
Nel 1919 torna a Cortina. Guida alpina dal 1922, Angelo in una sola
stagione estiva porta a termine almeno 110 scalate, di cui 90 con
clienti! Sposato con Clori Apollonio, è la guida preferita da Re Alberto
del Belgio e Adalberto di Savoia, Duca di Bergamo: è insignito nel 1933
con la medaglia d’argento al valor civile per i numerosi salvataggi in
roccia di cui si è reso protagonista.
Giuseppe Dimai Deo (Cortina 1903-1946), uomo di grande simpatia, volontà
e resistenza, guida alpina dal 1925, fu tra i primi ad essere maestro di
sci.. Sposato con Paola Colle, Giuseppe Dimai scomparve prematuramente a
causa di una crisi di diabete. Forse a causa dei tempi duri di fine
guerra, Giuseppe Dimai non fu ricordato sulle pagine della Rivista del
CAI (mentre lo fu sulla rivista francese Alpinisme (marzo 1949).
Nel 1933 i due Dimai, dopo una lunga serie di tentativi infruttuosi, cui
hanno cooperato altri colleghi ampezzani e lo scalatore triestino Emilio
Comici, vincono il 12 e 13 agosto 1933, assieme allo stesso Comici, la
parete nord della Cima Grande di Lavaredo, aprendo un nuovo capitolo
nella storia dell’alpinismo estremo. I classici fiumi d’inchiostro sono
stati versati sulla conquista di questa parete. Una vittoria sulla
natura più verticale che non poteva passare inosservata se solo
consideriamo quanto tempo sia stata ritenuta “il” problema. La maggior
parte di gloria andò a Emilio Comici, che lo volesse o no, a dispetto
del grande lavoro di squadra fatto. Lavoro che egli non mancò in più
occasioni di sottolineare. Ma, vuoi per il maggiore carisma suscitato
nel pubblico da Comici, vuoi per la più lunga esperienza di sesto grado,
vuoi per la solitaria che egli fece sulla stessa via (impiegandovi
neppure quattro ore) solo pochi anni dopo (1937), vuoi ancora per ciò
che è narrato in Alpinismo eroico o nei molti libri su Comici, è fuori
di dubbio che la via oggi venga chiamata “via Comici” e che ogni volta
che ci si riferisce a questa via i nomi degli altri due co-salitori
siano ricordati solo da pochi e a malapena.
In un articolo apparso sulla Rivista del CAI pochi mesi dopo l’impresa,
Giuseppe Dimai, neanche avesse capito in anticipo l’ingiustizia che la
cronaca e la storia gli avrebbero riservato, racconta l’avventura con
molta precisione, senza mai sminuire la grandezza di Comici ma
sottolineando in più punti e con dovizia di particolari la parte per
nulla secondaria da lui stesso avuta nella conduzione della cordata.
Alla fine del racconto, tale è la precisione, potremmo sommare i metri
fatti da capocordata da Giuseppe Dimai e quelli fatti da Comici, in modo
da poterli paragonare.
Nel 1884 Karl Diener aveva affermato che «quelle pareti verticali
escludono qualsiasi possibilità di salita».
Emil Solleder fu più possibilista: «Eppure presto verrà il giorno in cui
un giovane, il più matto di tutti, oserà tentare questa parete». Walter
Stösser, nel 1929, dopo una ricognizione: «Nessuno di noi osò pensare
che si potesse arrampicare su quel muro, perché il solo guardare quella
gialla colossale rientranza è spaventoso».
Hans Steger, nel 1930 con Paula Wiesinger, salì ottanta metri. Poi
provarono Attilio Tissi, Raffaele Carlesso. §
Poi Comici e Renato Zanutti nell’agosto 1932 salirono venticinque metri
sopra al limite Steger, segnato da un fazzoletto. Nell’inverno fu
montata una vera e propria campagna pubblicitaria, specialmente sulle
riviste tedesche specializzate. Si discuteva se a salirla sarebbero
stati primi gli italiani o gli austriaci o i tedeschi.


Nell’estate 1933 s’inserirono in lizza anche i fratelli cortinesi Angelo
e Giuseppe Dimai. Vi furono parecchi tentativi con Ignazio Dibona, il
fotografo Giuseppe Ghedina e Angelo Verzi, tutti cortinesi.
Bisognava
far la parete ad ogni costo. Prima dei tedeschi. E in quel clima
ossessivo si figurò il tentativo finale, dei due Dimai e di Comici.
I capocordata si alternavano ogni pochi metri, furono usate le corde
fisse per scendere e risalire il giorno dopo; fu usato il cordino di
collegamento, con il quale dal basso gli amici potevano mandare su agli
uomini in parete qualunque cosa essi necessitassero.
Il 13 agosto i tre
uscirono dalla parete gialla e bivaccarono su un buon terrazzino.
Il
giorno dopo, presto in mattinata, erano in vetta.
Fu un vero e proprio
trionfo, ma con quell’impresa nacquero polemiche a non finire.
Tutti
videro allora l’uso allarmante di chiodi e per questo è famoso il
giudizio del patriarca dell’alpinismo Julius Kugy, che profferì: «Adesso
è provato che la Nord della Grande non era una parete arrampicabile».
Il filosofo dell’alpinismo Domenico Rudatis non aveva ancora detto
«percorrere la parete in più tempi non è più un sesto grado» (lo fece
solo nel 1935); il principio dell’autosufficienza della cordata avrebbe
dovuto essere basilare per tutti. Ma ciò non successe, perché spesso la
storia avanza al di là della logica e dell’etica.
Al di là degli aspetti
spettacolari di quell’impresa (la prima ad essere seguita in diretta
giornalistica, data la facilità di accesso e la notorietà), al di là
delle polemiche sui chiodi e sul futuro di un tal genere di alpinismo,
al di là delle presunte rivalità, al di là della spettacolarizzazione
(la parete è una lavagna giallo-nera, quello che il pubblico voleva,
cioè un’arena con gladiatori finalmente italici), oltre insomma a tutte
le questioni e le beghe del tempo, la Nord della Cima Grande è uno
stacco netto con il passato. Comici e Dimai usarono, per i primi 225
metri, 75 chiodi. Lo stesso Comici che sulla Civetta aveva piantato 35
chiodi su 1200 metri. Nel secondo caso si tratta di un chiodo ogni 34
metri, nel primo di uno ogni tre metri.
Ed entrambe le salite erano
state qualificate di “sesto grado”! Tanto è vero che Comici non scrisse
mai, al riguardo della Nord della Grande, una relazione così entusiasta
e così pignola come aveva fatto per la Nord-ovest della Civetta.
Alessandro
Gogna
I fratelli Angelo e Giuseppe Dimai
30 ottobre 2021