Tutte per una

Scalata della via Comici al Salame del Sassolungo

di Barbara Bettazzoni


La storia che voglio raccontare ha inizio nell’estate del 2018 e si svolge all’ombra del Sassolungo, la montagna che amo più di ogni altra. Tutto ha inizio quando, raggiunte tutte le cime principali del Sassolungo, (alcune secondarie e persino una guglia mai scalata prima) un amico mi disse: “Non puoi dire di aver fatto il Sassolungo, se non hai scalato il Salame!”. So che lo disse solo per spronarmi a fare vie di livello tecnico più impegnativo, non certo per sminuire ciò che fino ad allora avevo fatto, ma sicuramente accese in me una scintilla.
L’unico che poteva confermare se le mie capacità potevano farmi arrivare in cima a quel imponente monolite era la mia guida: Ivo Rabanser.
Mi consultai quindi con lui che, senza esitazione, mi disse che si poteva fare. Non era più solo questione di salire una cima, ma di affrontarla anche psicologicamente e dal versante più orrido: la parete nord.
Un ambiente impressionante, la sua mole che rapisce la vista nel mezzo del versante più ripido del Sassolungo, una via completamente a nord, una “via Comici” non può che incutere timore solo per il suo nome.
Purtroppo io non ero convinta di ciò che potevo fare, quindi chiesi a Ivo di portarmi a verificare le mie capacità su vie tecnicamente analoghe. Ebbe così inizio il mio incredibile percorso verso la cima del Salame del Sassolungo.


Ciampanil de Val (Vallunga. Gruppo del Puez) - Parete Nord-Est - Via Rabanser-Comploi
A giugno del 2018, quando i crochi cominciano a ferire la neve sui prati dolomitici, mi incontro con Ivo nel parcheggio della Vallunga. Ci avviamo nei prati fumanti dal sole che scalda la brina e in poco tempo raggiungiamo il Ciampanil de Val. Inizieremo proprio con una via aperta da Ivo su un monolite simile al Salame, ma molto più caldo, più breve e con un avvicinamento che si può definire una passeggiata rilassante in confronto alla lunga marcia verso il Salame.
Si rivelerà una via splendida quella di Ivo e Stefan.
Sono difficoltà, continuità ed esposizione che affronto per la prima volta in montagna.
La roccia giallastra che potrebbe non convincere, si rivelerà un “giallo generoso”, che regala splendidi appigli.
Una via verticale, a tratti strapiombante, persino il traverso (che tanto temo), si mostrerà piacevole, arricchito da quei maniglioni incoraggianti. Arrivati in cima, lo sguardo cade inevitabilmente sul Salame che giganteggia ombroso mille metri più su, al di là della valle. Scendiamo con corde doppie spettacolari e dieci minuti dopo siamo seduti a dissetarci, dopo una giornata passata attaccati ad una roccia che emanava tepore.
Ma l’esposizione, la temperatura, l’avvicinamento e soprattutto un ambiente ben diverso caratterizzano il Salame. Ancora non mi sono convinta.


Seconda Torre del Sella - Parete Nord - Via Reinhold e Günther Messner
Dopo quindici giorni sono di nuovo in Val Gardena. Questa volta saliamo più in quota, la parete sarà tutta a nord e il nome altisonante quanto quello di Comici. Arriviamo a Passo Sella, tagliamo i prati ancora provati dall’inverno e in poco tempo ci troviamo sotto l’impressionante “lavagna” della parete nord della Seconda Torre del Sella.
Ci aspetta la via dei fratelli Messner, un capolavoro di audacia che supera una placca immensa e spettacolare sulla quale si procede da un buco all’altro man mano che questi appaiono lungo la salita.
Una parete liscia, grigia e nera dove non si riesce a prevedere dove piantare chiodi o fare sosta.
Dal basso non si riesce nemmeno ad immaginare la presenza di quei buchi che i fratelli Messner hanno seguito come segugi. Arrivati sotto la cuspide finale, Ivo mi propone l’uscita su una variante aperta da lui, per tenere su di tono la via fino alla fine.
Altri tre tiri impegnativi e finalmente il sole caldo, che tanto è mancato in parete, ci accoglie sulla cima.
Sono ancora meravigliata, ma piena di gioia, quando Ivo estrae un chiodo arrugginito dalla tasca.
Si è sfilato dalla parete con due dita, chissà forse è proprio di Messner?”, dice porgendomelo sulla mano.
Scendo così dalla Seconda Torre ancora incredula e con un tesoro inestimabile in tasca.
La mattina dopo mi sono svegliata in pianura, con il mio dannato ginocchio dolorante e un chiodo arrugginito sul comodino come prova che non era stato solo un sogno.
Avevo scalato la Messner per testare la possibilità di superare un’altra via, ma si era rivelata una delle vie più entusiasmanti che avessi mai salito. Ora mi sentivo pronta per il Salame.

Sass dla Luesa (Gruppo del Sella) - Parete Nord - Via Vinatzer-Rifesser
Purtroppo essendo l’attacco della Comici a nord e all’imbocco di un canalone, attendiamo che il caldo ci lasci libero accesso alla via. Ma quell’estate sporadiche nevicate non permettono la nostra impresa fino al tardo agosto, quando ritorno nella mia adorata valle intenzionata a provarci.
La sera in compagnia di Ivo, guardando il cielo e le previsioni, mi dice che per fare il Salame il meteo è cruciale, deve essere una giornata sicura e calda e quel giorno non era quello giusto.
Questo non vuol dire però che non arrampicheremo.
Ivo mi propone un’alternativa più comoda, accesso e discesa più agevoli, sempre a nord, con un passaggio più impegnativo dello standard della Comici e un nome altrettanto impegnativo: la Vinatzer al Sass dla Luesa.
Il giorno dopo arriviamo all’attacco senza alcuno sforzo e mi rendo conto che la parete, pur essendo a nord, è meno impressionante della Messner. Mentre l’una è una gigantesca placca grigia a tratti gocciolante, questa è un lungo diedro, che si trasforma in fessura, per poi aprirsi a camino nella parte finale della via.
Una linea ineccepibile che Vinatzer e Rifesser riuscirono a seguire fino alla fine, nonostante brevi tratti in cui la fessura si incunea nella parete e li costrinse a passaggi strapiombanti.
La via è sostenuta, nei primi sette tiri scende raramente sotto il V grado.
Ad un certo punto la fessura si infila in una nicchia dove si sosta. Per uscirne bisogna spostarsi in traverso, aggirando uno spigolo portando il corpo completamente in balia del vuoto, per poi riprendere la fessura.
Qui rimango colpita da un particolare: un vecchio cuneo di legno piantato con prepotenza con una corda di canapa che penzola e dieci centimetri più su un friend messo da Ivo. Passato, presente e il futuro verso la cima.
Arriviamo alla fine della fessura, passiamo un ultimo tettino e la fessura si apre a camino, accogliente come un caldo abbraccio. Le difficoltà sono superate. Ancora tre tiri nel confortevole camino e sbuchiamo nel paesaggio lunare del cengione del Sella. A 250 metri dall’attacco si attracca in un oceano di sassi che dopo un altro centinaio di metri si va a schiantare sulla parte superiore del Sella, come onde su una scogliera.
Scendiamo veloci la Val Setus.
A pochi metri dal rifugio, si scatena una pioggia battente e la temperatura scende inesorabilmente.
La scelta di non andare sul Salame è stata più che giusta e, comunque, pure premiata da una via spettacolare.

Odla da Cisles (Gruppo delle Odle) - Parete Sud - Fessura Dulfer
Ormai è settembre e con l’accorciarsi delle giornate sfuma la possibilità di salire il Salame per quest’anno.
Ho intascato vie del calibro di Rabanser, Messner e Vinatzer e in una calda giornata autunnale mi avvio pavoneggiandomi verso la parete sud dell’Odla de Cisles. Già, troppo pavoneggiante, ho sottovalutato un capolavoro realizzato da un alpinista più datato, agli albori rispetto a questi ultimi.
Ho sottovalutato la via Dulfer tanto che l’ho trovata impegnativa quanto le altre.
Proprio qui in quella gialla e aggettante fessura che falcia la parete sud trovo due tiri impegnativi che raramente danno respiro. Presa superficialmente, al contrario delle precedenti vie, comincio a tirare di braccia.
Mi manca la forza e a metà fessura mi sposto sulla destra ad un chiodo, tolgo la corda dal rinvio, lo infilo nell’anella del mio imbrago e mi ci siedo di peso.
Guardo giù, fino giù, e rivedo Dulfer salire la fessura a mezzo metro da me con la sua, allora, innovativa tecnica che porta il suo nome, che io oggi non sono riuscita a mettere in pratica.
Dopo essermi riposata le braccia stacco il rinvio, mi trascino di nuovo nella fessura e procedo fino alla sosta.
Ma che batosta! Mai sottovalutare una via, anche se è stata aperta oltre un secolo fa!!
Una raffica di corde doppie ci porta alla base della parete in un lampo e mentre riattraverso i prati di Cisles in mezzo ai colori dell’autunno mi rendo conto che questa sarà l’ultima salita dolomitica dell’anno.
Niente Salame per quest’anno, ma che poker di vie fantastiche, alle quali io non avrei mai creduto.

Quindi la via Comici-Casara al Salame del Sassolungo?
Prima di arrivare a pensare al Salame la mia mira era stata la Pichl e anche per questa avevo fatto vie analoghe prima di affrontare mille metri di parete. Tutte vie che mi sono rimaste nel cuore, una scala di note che diventano sempre più acute verso l’alto. Per il Salame ho dovuto fare lo stesso percorso.
Anche l’estate del 2019 si rivelò inadatta per realizzare il mio sogno. Ormai ero più che decisa a salire il Salame, ma ad agosto il canalone e la costola che portano all’attacco erano ancora innevate.
Ho fatto altre vie con Ivo, alcune delle quali, sono state da lui definite più impegnative a livello tecnico del Salame: “L’nein” alle Meisules dla Biesces, la Via della Principessa alla Torre Lisa (ventunesima ripetizione in ventuno anni), la Schubert al Ciavazes, via “De chei da dlait” alla Torre Firenze.
Dovetti accontentarmi di guardare il Salame da lontana fino all’agosto del 2020.
Nonostante la neve caduta copiosa durante l’inverno, il caldo è riuscito a pulire la costola per arrivare all’attacco del Salame. Trascorrerò quattordici giorni in Val Gardena e mi domando: ne troverò uno col tempo stabile per realizzare il mio sogno o no?
L’attesa è ripagata. Arriva il giorno tanto atteso: le previsioni sono ottime: nessuna perturbazione e temperatura calda… o adesso o mai più!
Alla mattina io e Ivo ci troviamo alle cinque e saliamo con la e bike al Monte Pana.
Da lì, in men che non si dica, appoggiamo le bici dietro ad un masso sopra al Monte de Seura.
È qui che ha inizio la mia più grande impresa.
Nonostante la buon’ora e l’ombra del Sassolungo che incombe su di noi, riusciamo a fare l’avvicinamento senza nemmeno la giacca sullo zoccolo sotto il Salame.
La giornata sembra perfetta: non tira un filo di vento e la temperatura è calda.
L’avvicinamento di per sé, nel complesso, pare già una via a parte, tant’è che arrivo all’attacco già provata, ma soprattutto molto emozionata.
Alzo gli occhi e penso “Però, fa più paura che da lontano. Questo ambiente è spettrale, sembra fuori da ogni fantasia umana”. Non è solo il Salame a darmi questa sensazione, ma le immense pareti intorno, gli danno un aspetto ancora più severo.
Come se lo avessero messo lì a guardia di un confine che solo a pochi è permesso varcare.
Quel confine che divide i docili prati dell’Alpe di Siusi dalle immense pareti nord del Sassolungo.

Tutto ciò mi rende ancora insicura. È un ambiente egemonico, se alzo lo sguardo ne sono attratta e allo stesso tempo dominata. È bellissimo ma allo stesso tempo agghiacciante.
Ivo mi dà il via. Attacchiamo la costola ai piedi del Salame, separata da questo da un canalone nevoso che si abbassa pian piano sotto di noi. Dopo due tiri il canalone cessa e ci si ricongiunge alla parete del Salame.
Fino qui è solo avvicinamento, ora inizia la vera via Comici.
Di solito Ivo mi dice sempre che al massimo possiamo ritirarci in calata, ma qui partiamo in quinta con un traverso che renderebbe una eventuale ritirata assai ardua.
Come a disturbare la mia già instabile sicurezza arriva dietro una cordata.
I traversi sono il mio punto debole e qui partiamo veramente con un impegno psicologico non da poco: un traverso di venticinque metri di V+. Ce la faccio, arrivo in una sosta che non si può certo considerare rilassante.
Sono appesa come “un salame” al Salame sopra il canalone sottostante.

Ora cominciamo a salire. La via segue una serie di fessure che tagliano in verticale la fredda parete.
Le soste si trovano all’interno delle fessure, tutte rigorosamente su chiodi da roccia, appesa sull’orrido sottostante.
Dopo un paio di tiri il canalone sotto sparisce e ci troviamo direttamente sopra la costola che porta all’attacco. Segno che la via anziché verticale, prosegue impercettibilmente aggettando in fuori.
Cerco di non pensare. Salgo e basta, quasi in trance, disturbata solo dalla cordata che ci segue che continua ad attaccarsi a quelle soste che mi mettono ansia.
Ivo cerca di dirgli di lasciarci un minimo di vantaggio, perché le soste sono minuscole e bisogna restarvi appesi e soprattutto, per quel che mi riguarda, tesi come una corda di violino.
Ma loro continuano a rincorrerci per non perdere il vantaggio di avere una guida davanti che gli indica la via.
Superato il sesto tiro, Ivo mi dice che secondo lui ho superato il peggio. Non è il tiro chiave ma sicuramente quello più sprotetto. Infatti, la fessura sopra è di VI+, gialla e strapiombante, ma allo stesso tempo azzerabile.
Quindi mi consiglia di non stancare troppo le braccia e se necessario aiutarmi coi chiodi.
Arriva il suo fischio, la corda che ha recuperato penzola dritta giù per la parete a fianco a me.
Parto nel mezzo di quel giallo inquietante e arrivo al primo chiodo: “troppo vecchio non mi attacco”, un altro idem, un altro uguale, poi ne trovo uno nuovo e luccicante e decido di riposarmi.
Attacco il moschettone all’imbrago e appena mi appoggio, track, il chiodo salta via e mi ritrovo appesa alla corda a penzolare nel mezzo di una delle pareti più impressionanti del Sassolungo.
In quell’attimo credo di aver sbiancato metà dei miei capelli. Fortunatamente il chiodo successivo è vicino e lo raggiungo facilmente. Mi ricompongo e mi ritrovo con il chiodo staccato appeso all’imbrago.

Raggiungo la sosta e Ivo mi dice che aveva visto che il chiodo non era per niente sicuro, quindi ho fatto bene a levarlo. “Bella consolazione, chissà cosa ne pensa la cordata sotto?
Arriviamo alla nicchia dove Comici e Casara bivaccarono durante la prima salita.
Come bivacco non è un gran che, ma almeno finalmente una sosta dove potermi veramente rilassare.
Fino qui sono otto tiri con difficoltà che ho già superato, questo é vero, ma infinitamente sostenuti e privi di una sosta degna di questo nome. Insomma un bel tour de force.
Ora anche Ivo sembra più rilassato. Il difficile è quindi superato? Non per me.
È proprio qui che affrontiamo il mio tiro chiave: un traverso di VI- che mi disorienta. Perché non è il classico traverso su una cengia o lungo una lama, ma una placca dove non vedi dove mettere i piedi.
Per fortuna Ivo è vicino e riesce a darmi indicazioni, ma soprattutto conoscendo il mio terrore per i traversi, mette in atto un escamotage.
Avendo due corde gemelle, arrivata ad un rinvio mi dice di staccare solo una delle corde dal rinvio.
Passerò così il traverso in sicurezza con una corda che mi tira e l’altra che mi accompagna, rendendo impossibile un eventuale pendolo. Ciò non mi ha aiutato a passare il traverso tecnicamente, ma sicuramente psicologicamente sì. Grande Ivo! Siamo ancora in balia della parete nord, con un’esposizione e una verticalità mai provate prima, ma le difficoltà adesso ce le siamo veramente lasciate alle spalle.

É la via con difficoltà più sostenute che abbia mai fatto, sia a livello tecnico che psicologico, soprattutto per le soste che fin qui non mi hanno dato pace. Tutto ciò che di immaginario frullava nella mia testa è diventato realtà. Ora mi rendo veramente conto dell’incredibile impresa compiuta nel 1945 da Comici e Casara.
Con mia grande gioia insieme alle difficoltà ci lasciamo dietro anche la tronfia cordata che ci seguiva.
Il traverso ha notevolmente rallentato anche loro.
Ancora un paio di tiri e ci troviamo a viaggiare sullo spigolo sopra l’infinito tappeto d’erba dell’Alpe di Siusi, finalmente inondati dal sole. Un tiro infinito ancora di una notevole esposizione, ma mi sento coccolata dalle difficoltà più ridotte e dal calore del sole.
Quando la mia testa sbuca su una sosta finalmente ampia e appoggiata, il dito di Ivo mi indica la cima a una quarantina di metri da noi. Ce l’ho fatta!! Ultimi facili metri appoggiati e siamo sulla cima, cinque ore dopo la partenza, 350 metri più giù, dove ancora non ero convinta di farcela.
Quattro anni prima credevo di aver raggiunto l’apice salendo la Pichl alla cima del Sassolungo, ora ho realizzato una delle vie più classiche e rappresentative del Sassolungo, aperta da un grande alpinista alle cui vie non osavo avvicinarmi nemmeno con il pensiero.
La prima via nella quale mi sono veramente resa conto che non basta una buona guida per salire, devi essere preparato tecnicamente e soprattutto crederci, crederci, crederci! Fortunatamente quel amico che mi ha spronato a salire la via Comici e la mia guida credono in me, più di quanto ci creda io.

Restiamo in cima il più possibile a contemplare il vento, il sole, il panorama mozzafiato e una docile cima che non sembra nemmeno degna della parete. Sul versante opposto allo spigolo il Salame appare arrendevole e mansueto. Una cuspide alta appena due corde doppie per scendere ad una forcella.
Da qui abbandoniamo procedendo a corda corta la mitica guglia fino ad un ghiaione e ci buttiamo di corsa scivolando sui sassi verso la conca del rifugio Vicenza.
Qui finisce veramente la nostra avventura con il rifugista che mi porge il libro delle ascensioni e dei bicchieri di grappa per festeggiare l’impresa. Non sento la stanchezza fisica, ma tanto la pressione psicologica.
Ma va bene così. Davanti ai prati dell’Alpe di Siusi mi sento di una leggerezza unica, e il sole che cala dietro lo Sciliar appare come un tramonto sul mare dove sento solo onde infrangersi sugli scogli.
Arrivati alle bici, mi tolgo lo zaino carico solo del peso di quel chiodo che mi è rimasto in mano.
Alzo sguardo e il Salame sopra di noi mostra di nuovo impettito il suo versante più severo.
Gli strizzo l’occhiolino e scendiamo veloci sulle bici.

Quella notte ho dormito dodici ore filate!
La mattina successiva mi sveglio con un pensiero fisso: il chiodo che mi era rimasto in mano il giorno prima lo sentivo come una ferita che si era aperta dentro di me, l’unico ricordo di cui volevo disfarmi, come se avesse segnato il mio limite. Perché se avessi mantenuto sangue freddo non avrei avuto bisogno di attaccarmici.
Al contrario del chiodo della Messner che tengo come una reliquia, quello che mi era rimasto in mano sul Salame dovevo ripiantarlo, tanto più che era un chiodo recente.

Metterò in atto questo proposito un paio di settimane dopo, accompagnata dalla stessa persona che mi aveva spinto ad affrontare la Comici al Salame.
Battevo con grinta sul martello “tu sei uscito e io ti ripianto, non meritavi nemmeno di stare su quella via!
Ora quel chiodo è lassù lontano dal Sassolungo, su una parete dell’ampezzano dove Comici iniziò la sua professione di guida. A sapere dove si trova siamo solo io e il mio amico, ma una cosa è certa: se lo avessi gettato via sarebbe stato per dimenticarlo, invece così ogni volta che dovesse tornarmi in mente mi ricorderà il valore e la grandezza di un alpinista che con la sua impresa mi ha regalato un’emozione lunga tre anni, vissuta nell'arco di una giornata, ma che resterà in me per tutti i giorni a venire.

Barbara Bettazzoni
Tutte per una (Scalata della via Comici al Salame del Sassolungo)
Cento (Ferrara), febbraio 2022