Non mi dire che non sali la Kosterlitz!
di Andrea Giorda
Non si può negare che la diffidenza degli uomini verso le
donne alpiniste abbia radici ben profonde, non voglio rubare il mestiere
all’amica Linda Cottino che sul tema ha scritto appassionati libri ed
articoli. Io poi sono poco credibile come paladino delle donne, perché mia
mamma era una femminista, anzi a 94 anni è una femminista (!).
Quando arrivò mia sorella, dopo due figli maschi, mia mamma riversò tutta la
sua voglia di rivincita su di lei e per me tirava una brutta aria. Sparii
dai radar e chiesi asilo a mia nonna, ben piantata nelle solide certezze
dell’800, con lei ero in una botte di ferro. Va detto che quella nonna
materna aveva da sempre osteggiato mia mamma, perché voleva andare in
montagna. Negli anni ’40 era una eresia in una casa di operai, con i soldi
contati e ci riuscì solo di nascosto e con la complicità di mio nonno.
Le donne e l’alpinismo erano mondi separati, le alpiniste erano quasi una
curiosità, un’eccezione, forse un sogno di noi ragazzi. Alla Scuola di
Alpinismo Gervasutti, dove insegnavo, le donne erano rarissime e da poco
ammesse come allieve. Pino Dionisi, il fondatore della Scuola, negli anni
’60 aveva separato i sessi in corsi differenti, perché durante un’uscita sul
Monte Bianco, al bivacco Gervasutti, nella notte, una coppia era salita su
una branda che cedendo aveva rotto il polso ad una ragazza che dormiva al
piano di sotto.
Apriti cielo!
La montagna, l’alpinismo e il mondo CAI sono sempre stati visti come una
Chiesa, un mondo paramilitare, dove le donne potevano essere solo d’impaccio
a uomini votati all’alta missione della montagna e le montagne erano,
appunto … vergini da conquistare.
Al Club Alpino Accademico, un sodalizio noto non certo per le vedute
progressiste, le donne non potevano proprio essere ammesse. Si diceva
allargando le braccia, con motivazioni pseudoscientifiche, che la loro
struttura fisica e mentale non era adatta alla lotta con l’Alpe.
Ciò che fa specie è che a difendere la tesi nel CAAI ci fossero personaggi
come Renato Chabod.
Proprio lui che nel 1935 scalò in seconda ascensione la Nord delle Grandes
Jorasses con Giusto Gervasutti e una cordata con Raymond Lambert e Loulou
Boulaz, classe 1908, un simbolo per l’Alpinismo femminile.
Loulou, svizzera, comunista e femminista negli anni ’30 (!), detta Red
Loulou la regina delle Nord, compie oltre la prima ripetizione della Nord
delle Jorasses, la scalata del Petit Dru da nord e nel 1937 addirittura un
tentativo alla Nord dell’Eiger, sarebbe stato un bello smacco alla
propaganda nazista.
Non aveva bisogno degli uomini, con l’amica Lucile Durand fece scalate
memorabili sul Monte Bianco.
Nulla da fare anche per l’Alpine Club inglese, omologo del CAAI, le inglesi
hanno lottato e sono entrate di diritto, nel Club riservato agli uomini,
solo nel 1974. La scalata femminile nei primi anni ’80 ha avuto una crescita
esponenziale.
Catherine Destivelle e Lynn Hill hanno rotto il tetto di cristallo
consacrandosi alle gare di Bardonecchia nel 1985.
Lynn è stata la prima persona a scalare la via del Nose sul Capitan in
libera, obiettivo arduo, ancora oggi, per scalatori uomini di fama.
Paola
Mazzarelli a quarantadue anni dalla prima salita femminile della Fessura
Kosterlitz,
racconta come andò e la nascita della scalata moderna.
Le Donne e la Valle Orco
Il tema delle donne è emerso quando mi è stato
chiesto di tenere una serata all’Eagle Team di Matteo della Bordella sulla
storia della Valle dell’Orco. Le ragazze dell’Eagle Team danno per scontata
la parità dei sessi, ed io ho cercato di ricavare uno spazio per raccontare
delle donne in Valle Orco, mettendo in evidenza che loro sono il frutto di
una evoluzione recente. Nel passato non sono molte le donne in verità: tra i
primi salitori del Diedro Nanchez, nel 1974, leggiamo di Laura Trentaz. Era
stata allieva di Ugo Manera alla scuola Gervasutti e invitata da Piero Pessa,
che la ricorda oggi come una ragazza decisa, che di fronte alle titubanze di
Roberto Bonelli a caricarsi uno zaino, sorpresi dal buio e dalla neve in
cima al famoso diedro, non fece storie e se lo portò a valle. Per la prima
volta, la mia generazione nella seconda metà degli anni ’70 scalava e
coinvolgeva le fidanzate. Alla Baita di Sitting Bull erano presenti, Anna
Caudana, Luisa Dusi, Velleda Mauro (figlia del primo salitore del Pilier
Gervasutti), Lella Casalone e tante altre… ebbe un ruolo da protagonista
Anne-Lise Rochat, accademica, che spesso scalava in Valle con Alessandro
Gogna.
Nuove rivelazioni
La nuova Guida di arrampicata della valle
dell’Orco di Versante Sud ha dato spazio a molti protagonisti e permesso di
conoscere fatti importanti nella storia della Valle, una fra tutte la prima
scalata femminile della Fessura Kosterlitz.
Stefano della Gasperina, l’autore, ha pubblicato a piena pagina la foto
scattata da Gianni Battimelli di Paola Mazzarelli che scala la fessura
Kosterlitz nel 1984, lasciando tutti basiti, scopriamo ora che l’aveva già
scalata nel 1982, con relativa facilità, più semplice di quelle che aveva
scalato nel Peack District in Inghilterra.
La prima salita italiana era
stata di Roberto Bonelli, nel 1978, otto anni dopo quella di Mike Kosterlitz
del 1970.
Un passaggio estremo per l’epoca. Paola la conoscevo bene, negli
anni ’70 eravamo entrambi istruttori di Sci Alpinismo alla SUCAI di Torino e
frequentava, come Gianni Battimelli, la baita di Sitting Bull a Ceresole,
quando questo piccolo rifugio era il centro di aggregazione in tutta la
valle.
Un luogo dove si faceva la piccola grande storia e sono passati un
po’ tutti.
Paola l’inglese
Il nome di Paola Mazzarelli, classe 1951, ai
vecchi lettori della Rivista della Montagna e di Alp non è sconosciuto.
Molti sono i suoi articoli apparsi sulla storia dell’Alpinismo focalizzati
su personaggi come Coolidge o Mummery.
Di lavoro traduttrice dalla lingua inglese ci ha regalato la versione
italiana del libro di Joe Simpson "La morte sospesa" ed ora sta lavorando alla
collana di Gialli di montagna di Glyn Carr edita da Mulatero.
Altri suoi articoli dei primi anni ’80 raccontavano le sue esperienze di
arrampicata nel Regno Unito, in Verdon o sulle torri in Boemia dove ancora
vigeva il clima della Guerra fredda. Gli articoli di Paola sono sorprendenti
per la capacità di descrivere le persone e il carattere dei popoli che
incontrava. Sono una preziosa testimonianza dell’epoca e dovrebbero essere
ripubblicati. Nella raccolta Montagne di parole di Stefano Ardito e Gianni
Battimelli del 1986 è l’unica donna presente come autrice, con ben due
pezzi.
Incontro Paola nella casa di famiglia dove ad ogni piano c’è un Mazzarelli,
mi spiega che la casa fu fatta costruire negli anni ’30 da suo nonno che era
il Direttore delle Manifatture di Pont Canavese e suo padre è nato a Pont.
Un bel legame con la Valle Orco.

Paola come hai iniziato a scalare?
Con amici della Sucai di Torino, alpinismo
classico, in scarponi, una bella palestra per fare esperienza in montagna.
Ma avevo anche il desiderio di viaggiare, nel ’76 andai in America e feci un
avventuroso viaggio in Guatemala, al ritorno maturò la mia idea di insegnare
Italiano in una Università Inglese.
Dopo infruttuosi tentativi via posta, decisi di partire per l’Inghilterra e
mi andò bene, mi presero all’Università di Warwick nelle Midlands vicino a
Coventry.
Come sei venuta in contatto con
l’arrampicata inglese?
L’arrampicata era una delle attività
sportive dell’università. All’interno della palestra c’era un muro di
arrampicata, cosa mai vista in Italia. Feci amicizia con il gruppo scalatori
e in particolare con due forti personaggi Hugh Woodland e Phil Revell, loro
conoscevano Mike Kosterlitz.
Durante i week end si andava a scalare nei luoghi classici. Il Peak District
dove c’erano durissime fessure di arenaria, ma ci spostavamo ovunque, in
Galles al Dinas Cromlech o alle scogliere di Gogarth, l’eperienza più
estrema, dovevi leggere sul giornale a che livello era la marea per
attaccare le vie.
Sì, ci ho scalato anche io, roccia incerta, spesso umida, muffa, soste
rarissime e foche che rompono il silenzio nel cielo plumbeo, chi parla di
trad in Italia non ha idea di questi posti, affascinanti ma severi.
Io ero molto invidiata perché mi muovevo con la mia Panda prima maniera,
essenziale, ma ottima per dormire all’asciutto quando gli altri nelle tende
andavano a mollo.
Cosa ricordi in particolare di
quell’esperienza inglese?
Era tutto diverso, arrampicavano in scarpette e
anche io me le comprai, le EB Supergratton. Il livello era molto alto, la
scalata in fessura era una novità e di giorno in giorno mi sentivo brava e
lo dissi a Hugh. Non commentò, ma mi portò a fare una via dove non stavo
attaccata, volavo in continuazione, ero molto distante da loro.
Veniamo alla Fessura Kosterlitz
Ritornai in Italia e con me venne Phil, lo portai
in Valle dell’Orco perché quella era la novità del momento, gli feci vedere
la Fessura Kosterlitz come un trofeo, la scalò con facilità. Io ero timorosa
ma mi convinse a provarla “Non mi dirai che non scali la Kosterlitz, da noi
hai fatto fessure ben più dure”, in effetti la scalai al primo tentativo, era
il 1982.
Praticamente quel modello di scalata
che noi faticosamente cercavamo di imitare e imparare dalle riviste tu
l’avevi vissuto in diretta.
Sì, in Inghilterra ho visto un modo di scalare
nuovo. In Italia un personaggio noto mi disse che avevo le mani piccole e
per me la Kosterlitz era più facile, credo che fosse stupito che una ragazza
avesse scalato con facilità la fessura e cercava di farsene una ragione.
Io ti ho visto scalare in tante
occasioni, in Valle Orco, in Piantonetto, all’Envers des Aiguilles, da prima
e con una sicurezza e agilità che molti uomini all’epoca si sognavano.
Con Phil dopo la Valle dell’Orco andammo
a scalare in Dolomiti e ricordo un’interminabile via sul Sass Maor con un
grande masso incastrato.
Hai vissuto intensamente gli albori
della nuova arrampicata dei primi anni ’80, quali luoghi, esperienze e
personaggi ti sono rimasti impressi?
L’elenco delle scalate è lungo,
spaziavamo in tutte le Alpi dalle Dolomiti : le Tofane le Cime di Lavaredo,
alle Alpi centrali: il Badile, Il Cengalo. Sul Monte Bianco scalai
l’Aiguille Noire quasi tutta da prima e feci diverse altre salite come le
Petit Jorasses con Giovanni Bosio e Alessandro Nacamuli. Con Anne-Lise
Rochat il Grépon. Sul Gran Capucin la via degli Svizzeri a tiri alterni con
Walter Vergnano.
Ho scalato tanto con donne, una eccezione per l’epoca, con Anne-Lise Rochat
per esempio e una volta con Renata Rossi, che conobbi ad un raduno di donne
alpiniste proprio in Inghilterra.
Ho dovuto anche soccorrere un compagno di cordata caduto rovinosamente sulla
Sud del Castore. Al tempo non c’erano i cellulari e dopo avergli fatto una
iniezione anti shock, ho dovuto scendere da sola dalla parete e andare a
chiamare i soccorsi, salvando la vita al mio amico. Ero terrorizzata, sul
ghiacciaio, slegata temevo di finire in un crepaccio, non mi avrebbero mai
più ritrovata.


Ma la tua grande passione era
l’arrampicata difficile su roccia, hai visto posti che ora sono famosi ma al
tempo erano novità assolute.
Scalavamo a Finale, nel sud della
Francia si scoprivano nuove falesie per noi italiani, come St. Victoire, le
Calanques ma il Verdon era la mia preferita, spesso in compagnia di Annelise.
E poi Sperlonga, Gaeta dove conobbi Gigi Mario personaggio carismatico, e
Andrea Di Bari.
Con Andrea Gobetti ricordo un viaggio dove andammo a trovare Patrick
Berhault, Andrea era suo amico.
Con Marco Bernardi, Giovanni Bosio e Renata Rossi andammo ad esplorare le
torri di arenaria in Boemia, era spaventoso, usavano solo nodi incastrati e
l’unico che fece qualche via interessante fu Marco Bernardi. Per noi scalare
era una attività ludica, individuale, per i cecoslovacchi, in piena Guerra
Fredda era una competizione nazionale, con classifiche che davano accesso a
privilegi, come poter espatriare.
La loro accettazione del rischio era
inaccettabile, per loro una questione di vita.
Quest’anno alla Scuola Gervasutti
abbiamo un Direttrice di Corso donna, Martina Mastria e anche alla Sezione
Uget la Direzione è di una donna, Patrizia Romagnoli: molto è cambiato. Al
corso di arrampicata base abbiamo 19 donne allieve e 17 uomini. Queste
giovani donne sono protagoniste anche grazie a chi, come te, ha dimostrato
che le ragazze possono raggiungere qualsiasi traguardo.
Regalaci un ultimo flash di quegli anni di scoperta che hai vissuto.
In Verdon,1984, ho visto Jerry Moffat
che scalava Papi on sight. Una pietra miliare della storia dell’arrampicata,
una leggenda, una grande emozione.
Ma tu avevi dei modelli, delle figure
femminili di riferimento?
Non ho mai avuto modelli, né donne, né
uomini. Tutto quello che ho fatto in vita mia, alpinismo e arrampicata
compresi, l’ho fatto perché, ho scoperto che mi divertivo. Ho avuto molti
maestri, certo: persone che mi hanno insegnato. Ma loro erano loro e io ero
io.
Vorrei che si capisse questo: io non ho mai pensato a me stessa – e questo
vale anche per la montagna – in termini di genere. Non sono mai stata
femminista, non ho mai pensato di dover rivendicare una parità con i maschi:
mi sono sempre sentita alla pari senza pormi il problema.
Né ho mai pensato
di non poter fare una cosa perché ero una donna. Come potevo cambiare le
ruote della macchina o mettere le catene, stirare una camicia o salire su un
albero a tagliare un ramo secco con la sega a motore , potevo arrampicare da
prima. Il fatto che, tornata dall’Inghilterra, mi sia trovata a essere tra
le prime donne in Italia che arrampicavano da prime su certe difficoltà è
stato un caso, una contingenza storica sulla quale può avere un qualche
interesse riflettere a posteriori, se vogliamo raccontare un pezzettino di
storia dell’arrampicata italiana. Ma all’epoca io non ci pensavo.
Se partivo
per il Verdon o andavo ad arrampicare con Annelise Rochat non pensavo che
formavamo una cordata femminile, ma solo che eravamo amiche ed era logico
andare insieme. Mi piaceva andare da prima, o a tiri alterni, più che da
seconda. Ci trovavo più gusto. Ma questo vale per chiunque, credo. E mi
piaceva misurarmi con quelle che per me erano (moderate) difficoltà. Ma
sapevo di non essere poi molto brava: intorno a me quasi tutti i miei
compagni di cordata e gli amici con cui andavo in montagna erano più forti,
o più resistenti, o più spericolati…
Cosa pensi delle ragazze di oggi, che
fanno gradi inimmaginabili, come il 9b?
Che sono brave. Ma penso lo stesso di chiunque
faccia il 9b, ragazzi e altri generi intermedi compresi.
Immagino siano
“professionisti”, cioè, che facciano praticamente solo quello, come
qualunque atleta che sia nel suo sport ai massimi livelli. E’ una dimensione
completamente diversa da quella in cui ho sempre pensato la montagna e
l’arrampicata io: per me era sempre e solo svago, una parte della vita che
affiancava il resto, lavoro, affetti, responsabilità; e che per mia fortuna
col resto si armonizzava quasi sempre; quando non è stato così, di solito a
farne le spese è stata la montagna. Per mia scelta, naturalmente.
Andrea Giorda
Non mi dire che non sali la Kosterlitz!
da Gogna Blog, 11 Novembre 2024