Arrampicare senza sapere
Salita (inconsapevole) alla cima Tosa
di Guido Perini
Inizio di settembre, decidiamo, non si
sa perchè, di andare come ultima escursione dell’anno in Brenta.
Troppo facile scegliere un sentiero noto (ma per noi allora di noto c’era ben poco): malsani amici ci avevano parlato della bellezza del rifugio Pedrotti alla Tosa.
Arrivati a Molveno dopo almeno cinque ore di viaggio nella mitica 500, saliamo aiutati dalla storica cartina dei sentieri del TCI al 50.000.
Proseguendo verso il rifugio Selvata, ammiriamo l’imponente diedro del Croz dell’Altissimo illuminato dal sole. Continuiamo senza degnare di uno sguardo il piccolo rifugio, non all’altezza delle nostre aspettative.
Dopo quattro ore e mezza di buon
sentiero e sciroppati 1600 metri di dislivello, giungiamo al rifugio
Pedrotti, dove un arcigno gestore ci informa che non ci sono posti per
dormire.
Noi facciamo presente che siamo soci del CAI ma lui, di fronte a cotanta
ingenuità, non si scompone e ci consiglia di scendere al modesto rifugio
Selvata, dove comunque siamo stati ospitati e rifocillati.
Al mattino, fatta colazione, a grandi falcate risaliamo al Pedrotti e sprezzanti continuiamo verso la cima Tosa, nostra ambita meta.
Merita soffermarsi sul nostro
abbigliamento e attrezzatura di giovani neofiti della montagna.
Edy calzava un paio di pedule con romantico ricamo edelweiss, più adatte a
circolare per Corso Italia a Cortina che non su un qualunque percorso
montano. Guido esibiva orgogliosamente i suoi fedeli anfibi del recente
servizio militare, camicia cachi e zainetto tattico all’interno del quale
trovavano alloggio due giacche a vento e un tubetto di pasticche di
destrosio (anch’esso residuato bellico).
Niente acqua (per evitare l’eccessiva sudorazione) e niente merenda (che
appesantisce).
Dalla cappella del rifugio, ovviamente
senza dir nulla al gestore, saliamo verso la via normale della cima Tosa e
senza problemi arriviamo al camino. La salita non ci impegna più del dovuto
anche se il caldo e il dislivello cominciano a farci desiderare un poco di
acqua.
Riprendiamo a salire sempre più provati e con la bocca impastata dalle
pasticche di destrosio, ma ormai convinti che avremmo portato a conclusione
la nostra escursione.
Dopo tre ore dal rifugio Pedrotti
vediamo la conclusione del percorso: solo ghiaie assolate, non un goccio
d’acqua (e ci avevano detto, sempre quegli amici soci esperti, che la
calotta sommitale era coperta di immacolata neve).
In cima c’era una cordata e fin dal primo sguardo hanno avuto pietà di
questi due pivelli, si sono avvicinati e ci hanno offerto un grappolino
d’uva. Ci hanno chiesto dove avessimo l’attrezzatura, o per lo meno la corda
per scendere il camino; mai domanda poteva essere più inutile, guardandoci
si capiva subito!
Così hanno pensato di mettere a disposizione la loro corda per affrontare il
camino.
Ci siamo calati alla marinara visto che non conoscevamo la tecnica della
corda doppia.
In realtà ci siamo pure divertiti …
Il tutto avveniva nel settembre del 1973.
Guido Perini
Arrampicare senza sapere
Cima Tosa settembre 1973 - Treviso, dicembre 2024