Toh, un can!

di Guido Perini


Quella mattina sarebbe stata ben spesa rimanendo a letto, al calduccio sotto le coperte e invece, rispettando gli accordi, ci ritrovammo tutti e sei Gigi, Luciana, Walter, Alessandro, Edy ed io pronti per scalare il Camino degli Angeli sulla Pala di San Bartolomeo. (Pale di San Martino - N.d.R.)

Giunti al parcheggio, iniziammo a salire verso l’attacco avvolti da una fredda e spessa coltre di nubi che non faceva presagire niente di buono. Arrivati a ridosso della parete, fu un’avventura capire dove fosse l’attacco: ognuno diceva la sua finché Gigi, troncando ogni discussione, sentenziò “a xe qua” e piantò un chiodo.

Così salimmo ben cinque tiri di corda senza trovare l’ombra di una protezione, finché ci ritrovammo ad una buona sosta in un camino. Con nostra sorpresa, guardando in basso, capimmo che eravamo alla seconda sosta della via originaria ... L’arrampicata, svoltasi in un ambiente cupo e opprimente, si protrasse più a lungo del previsto, non tanto per la difficoltà quanto per l’ora, non certo antelucana, in cui avevamo attaccato.

A un certo punto, aggirato lo spigolo, uno sprazzo tra le nubi ci fece intravvedere la Pala di San Martino al tramonto, in tutta la sua gloria. Qui si presentava una via d’uscita percorrendo una cengia. Un’occhiata all’orologio avvisava che ormai erano le sedici e trenta, ma Guido, ligio al completamento della via, insistette per raggiungere la vetta che fu calcata alle diciotto e trenta. Si era alla fine di settembre e rapidamente calcolammo di avere soltanto poco più di un’ora di luce.

Iniziata prontamente la discesa, ci ritrovammo al passo di Ball all’imbrunire. Il pensiero dominante e molesto era la ripresa del lavoro il giorno seguente, lunedì. Con una certa baldanza, alimentata dalla piena conoscenza del sentiero calcato innumerevoli volte, galoppammo per una buona mezz’ora a pupille sgranate finché, superato il cavo metallico, ci trovammo immersi nel buio assoluto, avvolti nella nuvola senza luna e senza stelle.
Dal fondo dello zaino di Gigi si materializzò una pseudo pila che con il suo fioco lume permise di proseguire per una buona mezz’ora in modo alquanto insolito seppur organizzato: sei individui in fila indiana, di cui i primi due potevano vedere la conformazione del sentiero; i tre centrali si fidavano delle segnalazioni acustiche riguardanti la presenza di sassi e radici e l’ultimo, nella più completa cecità, sacramentante perché gli avvisi immancabilmente si concretizzavano in una serie di barcollamenti.
Consumata la batteria della pseudo pila, Edy estrasse dal cilindro una vecchia torcia da borsetta a forma di penna.
La manovra richiese l’ausilio della fioca luce dei cellulari.
La nuova pila non forniva luce gratis: l’interruttore di accensione non rimaneva in posizione ma si doveva mantenere premuto. Questo gravoso compito se lo addossò (volentieri) Guido che da ultimo passò primo di fila.

Incespicando, imprecando ma anche scompisciandoci dalle risate per le battute di Gigi, ora ultimo di fila, si continuava a scendere finché ...”toh, un can!”.
Increduli, percepimmo la presenza di un cane che si intrufolò e si installò prepotentemente al secondo posto della fila che così diventò di sette componenti.
Arrivati alla carrareccia, prima di giungere a San Martino, il cane, senza ringraziare, se ne andò.
Ormai aveva riconosciuto la strada!

Alle undici di sera, a pila esaurita, stanchi e affamati Gigi e Luciana (cordata di testa), Alessandro e Walter, Guido e Edy giunsero al parcheggio dal quale tanto baldanzosamente avevano risalito le valli a inizio giornata. Se Gigi, con piena lucidità non avesse guidato, forse saremmo ancora là.

Questo accadeva il 24 settembre 2000 (N.d.A). Presumibilmente abbiamo attaccato la via tra la diretta Zonta e il camino degli Angeli, mentre dalla cengia finale abbiamo seguito la variante Artom Zagonel.

Guido Perini
Toh, un can!
Pale di San Martino, 24 settembre 2000
Treviso, maggio 2025