La quinta storica ripetizione della via Italo-Polacca sul Burèl
di Gianpaolo Sani
Belluno, 10 aprile 2026: Il capocordata esce dai tetti,
la Via Italo-Polacca è stata ripetuta!
E’ questa la voce che si spande nei cieli della Val de Piero, alle
ore diciassette del 7 aprile 2026 di una giornata tersa, dai toni
primaverili frammisti a languori autunnali.
E’ vero, manca all’appello la rampa
finale, le lunghe gradinate di terzo grado, ma i ciclopici tetti sono ormai
alle spalle, ritornati a essere un’eco mista di timore e nostalgia. La
ripetizione della via regina della parete più enigmatica delle Dolomiti ha
trovato finalmente compimento; a quarantasette anni dalla solitaria
misteriosa di Riccardo Bee; a cinquanta dalla progressione, rapida seppur
smezzata dal maltempo, di Kiene e Kullmann; a cinquantadue dall’invernale
del duvet condiviso di Miotto e Bee; a cinquantotto dall’ascensione da
manuale di Messner e Renzler. Pochissimi nomi, spesso elitari, talmente
ricercati da farci intendere che su certe pareti non esistano seconde
ripetizioni, ma sempre e solo prime!
Il grande Messner si spiacque di non essere arrivato l’anno prima a parete
inviolata. Il nobile alpinismo polacco di Bebak, Ferenski, Zawadzki, unito a
quello bellunese di Garna e Gianeselli, aveva giocato d’anticipo, disegnando
una linea già creata dalla natura stessa al centro del precipizio, plasmato
a guisa di pilastro strapiombante nella parte superiore, di budello in
quella inferiore, di gola torrentizia nella coda finale (quest’ultima fatta
una volta, poi evitata per sempre).
Era metà agosto. L’ascensione fu epica dentro e fuori la cronaca di Piero
Rossi, sferzata da pioggia e grandine, dai malori di Garna e dai malumori
generati dalla cordata ribelle, capitanata dal fortissimo Junger, affiancato
da Brudny, Liszka e Trzaska, che, se nelle intenzioni era partita a
esplorare i primi tiri sopra la cengia, nei fatti sbucò in vetta. Senza
dubbio aprirono la strada verso l’alto ma sciuparono un poco l’impresa,
togliendo il senso della verginità anche alla parte bassa, incappando nelle
ire del capo spedizione Zawadzki e nella malasorte di una pietra finita in
testa a Trzaska lungo i tiri finali.
Le pagine del Gazzettino riportarono i numeri: oltre 1400 metri di sbalzo verticale e strapiombante, trenta tiri di sesto grado frammezzati da tratti in A2, 120 i chiodi impiegati, più Undici, anzi probabilmente solo cinque, i famigerati chiodi a pressione necessari a scalare l’ultima parete inviolata delle Dolomiti, parafrasando Gogna. Famigerati, perché Messner li criticò e Garna gli rispose che li mise per svagarsi in sosta nell’attesa dei polacchi.
Qualità della roccia: inversamente proporzionale all’ardire dell’alpinismo moderno!
Il più poderoso dei continui crolli, che nel corso degli anni si staccarono dai tetti finendo in frantumi sulla cengia mediana, a lungo fece temere il peggio, finché un’audace esercitazione del Soccorso Alpino di Belluno nel 2023, ispirata all’incidente occorso a Trzaska, dimostrerà che la via si era miracolosamente salvata per il lasco di un metro! Inutile negarlo, chiunque abbia bivaccato sul Burèl sa che la parete è viva, immobile eppure in movimento.

La cronaca
Alle 7:30 della mattina di Pasquetta Diego (Dellai) e Marco (Toldo),
parcheggiano alla Stanga, seguono il sentiero 502 per Forcella Oderz,
risalgono pale erbose, assediate da mughi e zecche, solcate da canalini
assicurati da brandelli di spezzoni arcaici. Raspano in salita per tre ore e
scendono nel peggiore dei terreni ghiaiosi per oltre un’ora fino
all’anfiteatro ov’è l’incipit della Via Italo-Polacca e delle vie consorelle
di Miotto e Bee. Ove sgorga la sacra sorgente citata da Rossi, pressoché
sepolta nei detriti.
Come si suol dire, attaccano. Troveranno cinquecento metri di muro
verticale, assicurati da soli cinque chiodi, intervallati da improbabili
soste, bersagliati da un susseguirsi di sassaiole. La parete è pulita dalla
neve, anzi pressoché arsa, ma il caldo pomeriggio di aprile le rimbalza
addosso i boati delle valanghe dai Pinèi, le cime opposte della valle, che
al calar della notte ricorderanno a Diego la sagoma dell’Aiguille du Midi!
Le ore si susseguono tra appigli smaltati di quinti e sesti gradi. Diego e
Marco toccano la cengia mediana all’estremità del tramonto e la Fratta del
Moro al principio della sera.
La Fratta del Moro! Amato regno di camosci e galli forcelli, è un luogo
assoluto. Chiunque affermi il contrario, legga “La notte delle fulische” di
Miotto. Manca all’appello solo il pino nero, da sempre accostato alla
parete, a ombreggiarla, a vegliarla, a sospendere le amache degli alpinisti,
fino al giorno in cui fu divelto da una tromba d’aria che le radici non
seppero contrastare.
Albeggia. Lentamente cresce il coro
degli sguardi bellunesi, come non si vedevano da mezzo secolo, dalla Pala
Alta, dalla Val de Piero, dalla Fratta del Moro. Si è sparsa la voce: “c’è
una cordata sulla Via Italo-Polacca!”.
I puntini, segnati con l’indice, salgono inesorabili, con il binocolo si
distinguono i movimenti. Dopo il tiro di sesto grado su roccia cattiva
(parole della relazione), le loro sagome si sovrappongono a quelle di Miotto
e di Bee nella celebre foto scattata durante l’invernale. E’ l’impressione
di un istante che si scompone al tiro successivo, quando Marco affronta il
passaggio in artificiale sotto un tetto, lo stesso ritratto in un’istantanea
dal basso, dove un polacco s’appoggia alle staffe, finita su libro Belluno
di Piero Rossi. Messner sale i due tiri successivi, lo segue Renzler; Kiene
attraversa a destra sui quattro chiodi a pressione, Kullmann gli dà il
cambio lungo i tiri fin sotto i grandi tetti. Sono sempre loro, Marco e
Diego, eppure da lontano è facile confonderli con la storia. Diego evita la
fessura scorbutica di V su roccia ancora cattiva e si avvicina al misterioso
ventiquattresimo tiro. Nota i resti dell’unico chiodo a espansione che
Gianeselli piantò nella sua vita: una frana lo ha tranciato senza
cancellarlo. Vince un tetto a suon di pietre al vento. Arma la sosta. Marco
lo raggiunge e prosegue, oltre l’ardita traversata a sinistra con passaggio
in spaccata e sosta in esposizione impressionante. Era il ventiquattresimo
tiro!

Burel 5: verso i grandi tetti
Sono sempre più alti, ormai al vertice delle enormi fessure convergenti che
calano dai paurosi tetti, dei quali persino Messner si sentì in balia.
Passano via il terzo bivacco dei polacchi, sono all’apice di un alpinismo
moderno-tardo-romantico, assai piacevole da rimpiangere. Attraversano una
cengia esposta sull’abisso, la stessa che vide ritratto Gianeselli, con
imbrago militare e giacca a vento indosso, proteso a fissare in alto, in una
foto di Zawadzki. Ancora due immagini che si sovrappongono ma stavolta la
parete non è inviolata e il cielo non porta tempesta!
Non sanno che toccheranno la vetta alle
ore venti, che scenderanno al Bianchét a mezzanotte col buio pesto e la neve
alle ginocchia, che lì troveranno la sorpresa di un amico: birre, salame e
un biglietto!
Non sanno neppure dello scambio di battute, all’indomani dell’impresa, tra
colleghi di elisoccorso: “Sai di quella nuova serie televisiva, I
cercatori del marcio?” gli scriverà Manuel
“Ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi … e che hanno
cambiato la mia concezione di marcio” gli risponderà Diego!
Non è ancora tempo di scrivere, né di rispondere, mancano tre tiri di corda
a superare i grandi tetti e poco importa chi sarà il capocordata, se Marco o
Diego, Reinhold o Konrad, Helmut o Berndt, Franco o Riccardo. Non è facile
distinguerli dal basso, sono troppo lontani e le luci sono sempre più
fioche, ricordano le stelle invernali che conciliano il sonno dei primi
giovani camosci tornati alla Fratta del Moro.
Gianpaolo Sani (Capostazione del
Soccorso Alpino di Belluno)
La quinta storica ripetizione della via Italo-Polacca sul Burèl
Belluno, 10 aprile 2026
I due alpinisti protagonisti della
quinta storica ripetizione della Via Italo-Polacca sul Burèl

Marco Toldo, classe 1987, di San Pietro Valdastico. Guida Alpina e appartenente al Gruppo Roccia 4 Gatti.
Diego Dellai, classe 1990, di Tonezza del Cimone, Guida Alpina, appartenente al Gruppo Roccia 4 Gatti, Tecnico di Elisoccorso e volontario del Soccorso Alpino di Belluno.
Ripetono la Via Italo-Polacca sulla cima del Burel nel Gruppo della Schiara (1200 metri di V, VI e A2 – 30 tiri di corda), realizzata da una cordata formata da tre alpinisti polacchi e due alpinisti bellunesi (Giorgio Garna e Gianni Gianeselli) dal 21 al 25 agosto del 1967, svoltasi in condizioni meteorologiche particolarmente avverse.
Marco e Diego realizzano la quinta ripetizione il 7 e 8 aprile ’26, dopo la prima ripetizione di R. Messner e K. Renzler (1968), la prima invernale di F. Miotto e R. Bee (1974), la terza ripetizione di H. Kiene e B. Kullmann (1976), la prima solitaria di Riccardo Bee (1979). Dopo quattro ore di avvicinamento da La Stanga, salgono la parte bassa della parete in circa sette ore di arrampicata (550 metri). Bivaccano presso la cosiddetta Fratta del Moro, famoso bivacco a cielo aperto a margine della parete. Il giorno seguente scalano la parte alta della parete in dodici ore (600 metri). Scendono al Rifugio Bianchet per la Via Normale, interamente innevata e ghiacciata, in circa tre ore.